PALESTINA. Strage a Gaza, le reazioni opposte di Hamas e Abbas
L’Intifada
di Gerusalemme raggiunge la Striscia: un massacro. Hamas scende in
campo e lancia appelli alla sollevazione contro Israele, l’Anp non sa
che fare.
Un ferito ieri durante le manifestazioni al confine tra Gaza e Israele (foto: Reuters)
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gerusalemme, 10 ottobre 2015, Nena News
– L’incubo delle stragi dell’estate 2014, figlie dei bombardamenti
aerei e dei tiri di artiglieria, si è ripresentato ieri con tutto il
suo orrore quando, al termine delle preghiere islamiche,
centinaia di giovani di Gaza si sono lanciati verso vari punti delle
recinzioni che dividono la Striscia da Israele. Urlavano slogan a
difesa della Moschea di al Aqsa di Gerusalemme. Non avevano
armi per minacciare da vicino i soldati israeliani protetti nelle
alte torri di cemento armato che presidiano diversi punti del
“confine”.
Hanno avuto la “colpa” di entrare nella “no-go zone” imposta da Israele all’interno del territorio di Gaza.
La conoscono bene i contadini che da anni rischiano la vita per
andare nei loro campi racchiusi in quella fascia di territorio
palestinese interdetta. I comandi israeliani hanno riferito di aver
ordinato di sparare contro gli «istigatori delle manifestazioni
violente» che lanciavano sassi e davano fuoco a copertoni. I
soldati hanno eseguito l’ordine ricevuto con particolare zelo. Sette palestinesi sono stati uccisi e altri 60 feriti
sulle recinzioni a est di Gaza City, più o meno all’altezza del
centro abitato israeliano di Nahal Oz dall’altra parte del confine, e
a est Khan Younis.
Come
un anno fa decine di ambulanze a sirene spiegate hanno fatto la spola
verso gli ospedali, tra scene di disperazione e dolore di ragazzi
che trascinavano via altri ragazzi morenti, insaguinati, forse
compagni di scuola, amici o parenti, sotto il fuoco dei soldati
impegnati a prendere di mira gli «istigatori delle manifestazioni
violente». Per sei giovani è stata inutile la corsa a tutta
velocità dei mezzi di soccorso verso la speranza di salvezza. Shadi Dawla, 20 anni, Ahmad Herbawi, 20, e Abed Wahidi,
20, sono stati uccisi nella zona più orientale del quartiere di
Shajayea, che resta un cumulo di macerie dopo i bombardamenti
israeliani dello scorso anno. Muhammad Raqeb, 15 anni, e Ziad Sharaf, 20, sono stati uccisi a est di Khan Younis. In quella stessa zona poco dopo è stato colpito alla testa e ucciso Adnan Elayyan,
22 anni. «Abbiamo anche 60 feriti, 10 dei quali in gravi condizioni. I
medici stanno facendo di tutto per salvarli», ha riferito il
portavoce del ministero della salute Ashraf al-Qidra.
In
un solo colpo Gaza si è ritrovata nel pieno della “Intifada di
Gerusalemme”, così come i palestinesi chiamano la loro rivolta in
riferimento alla difesa della Spianata delle Moschee, e che ora dopo
ora si allarga a macchia d’olio nei Territori occupati. Per gli
israeliani invece è «l’Intifada dei coltelli» per gli
accoltellamenti che nell’ultima settimana hanno ucciso due ebrei
nella città vecchia di Gerusalemme e ferito diversi altri (alcuni in
modo grave).
Il nome di ciò che accade in questi giorni non ha molta importanza. Forse
non è nemmeno una Intifada o almeno non lo è nei modi in cui lo sono
state le rivolte contro l’occupazione del 1987–93 e del 2000–5. L’unica
cosa certa è che mette fine a anni ugualmente drammatici, di
sangue, di diritti negati, di abusi, di violazioni, di cui quasi
nessuno lontano da questa terra è sembrato accorgersi. E senza
dubbio avrà riflessi politici di grande rilievo anche in casa
palestinese.
«Hamas
ieri è sceso ufficialmente in campo», ci spiega Saud Abu Ramadan,
uno dei giornalisti di Gaza più esperti, «Oggi (ieri) è stato stato
il numero 2 dell’ufficio politico (ed ex premier) Ismail Haniyeh ad
assicurare che i palestinesi di Gaza non faranno mancare il loro
appoggio ai fratelli della Cisgiordania. Il movimento islamico
vuole partecipare con un ruolo da protagonista, sapendo di godere
di sostegni popolari anche in Cisgiordania». E’ una sfida
all’autorità del presidente dell’Anp Abu Mazen? «Senza alcun dubbio»
prosegue Abu Ramadan «Hamas sente che la posizione di Abu
Mazen è delicata e intende incalzarlo. Può conquistare nuovi
consensi proprio sulla debolezza del presidente dell’Anp che non
rinuncia alla cooperazione di sicurezza con Israele, uno
dei capitoli più contestati (dai palestinesi) degli accordi di Oslo
(del 1993)». Allo stesso tempo, aggiunge da parte sua Aziz Kahlout,
analista di Gaza, «Hamas non intende andare allo scontro aperto con
Israele che finirebbe per innescare un nuovo conflitto che Gaza non
può permettersi visto che lotta ancora per emergere dalle macerie
della guerra di un anno fa».
Abu
Mazen passa ore ed ore nel suo ufficio a Ramallah. Non sa quale
strada prendere. Israele, come Usa ed Europa, gli chiedono di agire,
anche con le sue forze di sicurezza, per impedire che la tensione
sfoci nella nuova Intifada.
Fuori da quella stanza c’è la popolazione palestinese che reclama
fermezza nei confronti delle politiche di Israele. L’immobilismo
complica anche la posizione del suo movimento, Fatah.
Il
presidente dell’Anp sembra tenere a freno, per il momento, gli
uomini della sicurezza fatti schierare a distanza dalle zone di
scontro tra dimostranti e soldati israeliani. E rilascia
dichiarazioni di condanna delle politiche di Israele sulla
Spianata delle Moschee. Allo stesso tempo non ha il coraggio o la
forza di staccare la spina alla cooperazione di sicurezza con
Israele e di lasciare campo libero all’Intifada che, ne è certo, lo
indebolirà e favorirà i piani di Hamas. Insiste perciò nel
chiedere ai palestinesi proteste senza alcun tipo di violenza ma
non tiene conto dell’impatto che la repressione messa in atto da
Israele e stragi come quella di ieri a Gaza, alimentano la rabbia
della sua gente. Per placare la nuova Intifada spera anche
nella dipendenza dall’Anp di oltre 120mila palestinesi impiegati nei
ministeri e nelle varie agenzie di sicurezza.
Tuttavia, scriveva un paio di giorni fa sul giornale al Ayyam
di Ramallah il noto opinionista Hani al Masri, «il confronto (con
Israele) non è la nostra scelta ma ci è imposto… In realtà, il
confronto è necessario, se i palestinesi cercano la liberazione,
il diritto al ritorno, l’indipendenza, la sconfitta e lo
smantellamento del progetto coloniale israeliano». Un punto di
vista largamente condiviso tra i palestinesi e nella stessa base
di Fatah.
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