Onu: diplomazia per fermare le violenze, ma Israele e Palestina restano distanti

La visita a sorpresa di Ban Ki-moon non sembra aver sortito effetti. Per Netanyahu la causa delle violenze è il “terrorismo palestinese”. Secca la replica di Abu Mazen, che parla di “fallimento del governo israeliano”. Questa mattina l’esercito israeliano ha ucciso una donna palestinese che, armata di coltello, cercava di entrare in una colonia.


Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) - Il capo della diplomazia Onu ha incontrato i leader di Israele e Palestina, nel tentativo di frenare la “pericolosa escalation” di violenze che nelle ultime settimane ha insanguinato la Terra Santa. Tuttavia, le iniziative di pace e gli appelli alla calma non sembrano sortire effetti e si rafforza il muro contro muro fra i due fronti. Intanto continuano gli attacchi all’arma bianca da parte di cittadini palestinesi (protagonisti uomini, donne e adolescenti) nel contesto della nuova intifada “dei coltelli”,  sventati dalla polizia israeliana con l’uso della forza; nelle violenze delle ultime tre settimane sono già morte almeno 50 persone.
L’ultimo episodio si è verificato questa mattina, quando l’esercito israeliano ha colpito a morte una donna palestinese ritenuta una “sospetta terrorista”. Il fatto è avvenuto nell’insediamento ebraico di Yitzhar, in Cisgiordania.
Secondo quanto riferiscono fonti militari, la donna avrebbe tentato di entrare nella comunità armata di coltello, rifiutando di fermarsi all’alt. In risposta, i soldati hanno reagito aprendo il fuoco e colpendo la donna palestinese, che è morta poco dopo in ospedale per le gravi ferite riportate.
Sul fronte della diplomazia restano invece distanti le posizioni fra i leader di Israele e Palestina e non sembra aver sortito effetti la visita a sorpresa nella regione di ieri del segretario generale Onu Ban Ki-moon. Rivolgendosi ai due fronti, l’alto funzionario delle Nazioni Unite aveva sottolineato che i muri, i posti di blocco, la demolizione delle case non possono sostenere “la pace e la sicurezza”, pur comprendendo la collera degli israeliani che “si sentono potenziali vittime”.
In risposta il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lasciato poco spazio al compromesso, criticando con forza il presidente palestinese Abu Mazen colpevole di “aizzare la fiamma” della violenza. Egli ha inoltre respinto le accuse mosse a Israele di uso eccessivo della forza. E nega, una volta di più, che dietro gli scontri vi siano la continua occupazione, i dialoghi di pace in stallo e gli insediamenti nei territori. La causa delle violenze, conclude, è ascrivibile “al terrorismo palestinese”.
Diversa l’opinione del leader palestinese Mahmoud Abbas, secondo cui le persone manifestano la loro collera per la brusca interruzione dei negoziati di pace nell’aprile 2014, mai più ripresi. “I nostri giovani sono sotto pressione - avverte - e disperati per il fallimento del governo israeliano e la mancanza di un futuro politico”. Il 28 ottobre prossimo egli parteciperà a una “riunione speciale” del Consiglio Onu sui diritti dell’uomo a Ginevra, in cui si parlerà della situazione nella regione.


 Visita a sorpresa di Ban Ki-moon per fermare le violenze fra Israele e Palestina 


2   A Gerusalemme spunta un muro a dividere ebrei e palestinesi. Ancora morti in Israele
A Gerusalemme spunta un muro a dividere ebrei e palestinesi. Ancora morti in Israele
Installati sei blocchi di cemento fra il quartiere palestinese di Jabal Mukaber e quello ebraico di Armon HaNatziv. Per le autorità è un provvedimento provvisorio e privo di “valore politico”, a garanzia della sicurezza. A Beersheva, nel sud, tre vittime in un attacco. Fra queste un immigrato eritreo, scambiato per un attentatore. Netanyahu contro una forza internazionale sulla Spianata.


Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) - Le autorità israeliane hanno avviato la costruzione di un muro divisorio fra due quartieri di Gerusalemme est. I lavori sono iniziati ieri: su decisione del governo, la polizia ha installato sei blocchi di cemento dell’altezza di almeno cinque metri ciascuno, con la scritta “Blocco poliziesco temporaneo”. Per la prima volta dal 1967 la città santa di cristiani, ebrei e musulmani è solcata da una linea divisoria e non si escludono altre barriere, anche se il ministero israeliano degli Esteri si affretta a precisare che “non ha valore politico” e serve a garantire maggiore “sicurezza”. Secondo i media locali si tratta di poche decine di metri e verrà rimosso nel momento in cui finiranno le violenze.
A poco più di due settimane dall’inizio della nuova intifada “dei coltelli”, che ha già causato oltre 40 vittime fra i palestinesi e sette fra gli israeliani, le autorità di Israele hanno eretto una barriera a Gerusalemme est, per dividere il quartiere ebraico da quello arabo. Si tratta di un vero e proprio muro di cemento, in tutto simile a quello eretto in Cisgiordania; esso intende fermare i lanci di sassi e Molotov dal quartiere palestinese di Jabal Mukaber verso il vicino quartiere ebraico di Armon HaNatziv.
Nel frattempo resta alta la tensione in Israele, dove continuano attacchi di “lupi solitari” e risposte a colpi di arma da fuoco della polizia. L’ultimo episodio è avvenuto ieri alla stazione centrale dei bus di Beersheva, nel sud del Paese, e ha causato tre vittime. Oltre all’attentatore, un arabo israeliano, sono morti anche un soldato israeliano di 19 anni e un cittadino immigrato eritreo di 29 anni, Haftom Zarhum. Almeno cinque i poliziotti feriti, assieme ad altri cinque civili.
In un primo momento la polizia ha creduto che il richiedente asilo fosse un complice dell’attentatore, mentre le indagini hanno confermato l’innocenza del giovane, colpito per errore dopo essersi messo a correre quando ha udito i primi spari. Haftom Zarhum è stato colpito dalla polizia e assalito da una folla che ha cercato di linciarlo. Egli è morto in ospedale, dopo alcune ore di agonia.  “I terroristi - aveva riferito in un primo momento la portavoce della polizia Luba Samri - sono arrivati al recinto della stazione centrale e hanno cominciato a sparare e ad accoltellare la gente. Si tratta di terroristi palestinesi”. In realtà vi era un solo attentatore, il 21enne arabo israeliano Muhanad Al-Aqabi, originario di Hura, a riprova del fatto che questa nuova intifada nasce all’interno della stessa Israele, non in Cisgiordania o nei Territori occupati.
A Tel Aviv, infine, l’amministrazione locale ha vietato l’accesso alle scuole durante le ore di lezione agli addetti alle pulizie e ai responsabili della manutenzione, per scongiurare il timore di attentati. E a Nablus la polizia palestinese ha salvato dal linciaggio un gruppo di giovani appartenenti a una scuola ebraica ortodossa che, senza scorta né autorizzazioni, aveva raggiunto la “Tomba di Giuseppe” oggetto nei giorni scorsi di un attacco.
I palestinesi accusano Israele di voler modificare lo “Status quo”, dando il via libera all’accesso e alla preghiera alla Spianata delle moschee anche per gli ebrei. Respingendo con forza le insinuazioni, il premier Benjamin Netanyahu ha però escluso l’ipoteso di una “presenza internazionale” sul luogo santo come richiesto dalla Francia durante una riunione del Consiglio di sicurezza Onu. In queste ore il governo ha convocato l’ambasciatore francese in Israele per “chiarimenti” sulla proposta di Parigi che, secondo fonti locali, ha fatto “infuriare” il Primo Ministro israeliano.


Gerusalemme, pagano le famiglie degli attentatori 

 

Reparti della poli­zia israe­liana ieri sono entrati con decine di uomini a Jabel Muka­ber. Hanno cir­con­dato una casa e bloc­cato le strade cir­co­stanti, con la coper­tura di tira­tori scelti. Quindi hanno pre­le­vato la madre, il padre e i fra­telli di Mua­taz Owei­sat per inter­ro­garli. L’intera fami­glia si è ritro­vata sotto accusa per l’azione com­piuta dal figlio 16enne. Mua­taz, stando al reso­conto uffi­ciale, è stato ucciso quando ieri mat­tina ad Armon HaNe­tsiv — una colo­nia costruita nella zona occu­pata di Geru­sa­lemme, un “quar­tiere” secondo la defi­ni­zione israe­liana — ha estratto un col­tello dalla tasca e ten­tato di col­pire un agente durante un con­trollo della poli­zia. La Owei­sat è una delle fami­glie allar­gate di Jabel Muka­ber mag­gior­mente prese di mira dalle auto­rità. La par­te­ci­pa­zione di suoi mem­bri ad alcuni degli attac­chi che dal 1 otto­bre hanno ucciso cin­que israe­liani a Geru­sa­lemme, ha tra­sfor­mato in poten­ziali ter­ro­ri­sti tutti gli Owei­sat, di ogni età, uomini e donne. Da un giorno all’altro pos­sono ritro­varsi senza un tetto sulla testa. Tre giorni fa a Jabel Muka­ber, in linea con le misure decise dal gabi­netto di sicu­rezza israe­liano, sono state con­se­gnate a quat­tro fami­glie pale­sti­nesi ordini di eva­cua­zione imme­diata dalle loro abi­ta­zioni che saranno demo­lite al più pre­sto. Fami­glie che potreb­bero per­dere anche il diritto a risie­dere a Geru­sa­lemme, vedersi con­fi­scati tutti i beni e anche il diritto a sep­pel­lire i loro con­giunti respon­sa­bili di attac­chi (i corpi saranno inu­mati in luo­ghi segreti dalla poli­zia israe­liana). E girano indi­scre­zioni che, doves­sero con­ti­nuare gli accol­tel­la­menti, le fami­glie dei respon­sa­bili di que­sti atti rischie­reb­bero di essere depor­tate a Gaza. Sono puni­zioni col­let­tive cri­ti­cate dai cen­tri per i diritti umani ma che le auto­rità giu­sti­fi­cano con l’urgenza di fer­mare a tutti i costi quella che in Israele chia­mano “Inti­fada dei Col­telli” e i pale­sti­nesi “Inti­fada di Gerusalemme”.
Ulte­riori prov­ve­di­menti potreb­bero essere adot­tati in Cisgior­da­nia, dove la legge mili­tare già non pre­vede le tutele sulle quali, almeno fino a qual­che giorno fa, pote­vano con­tare le fami­glie pale­sti­nesi di Geru­sa­lemme. Ieri altri due ado­le­scenti sono stati uccisi dopo aver aggre­dito un colono e una agente di poli­zia. Entrambi gli attac­chi sono avve­nuti nel set­tore H2 di Hebron sotto il con­trollo delle forze armate israe­liane. Il 18enne Fadil Qawa­smeh ha pro­vato a col­pire un colono accanto a Beit Hadas­sah, un edi­fi­cio in Via Shu­hada dove vivono diverse fami­glie di coloni ebrei, ma è stato fer­mato e ucciso. Via Shu­hada è nota. A poche decine di metri dalla casbah, un tempo era il cuore pul­sante del com­mer­cio di Hebron. Dal 2000 in poi per “ragioni di sicu­rezza” è stata pro­gres­si­va­mente chiusa ai pale­sti­nesi, su insi­stenza (o impo­si­zione) dei coloni, e oggi è una strada priva di vita: regna il silen­zio, i negozi sono tutti chiusi, gli ingressi di alcuni edi­fici sono stati sigil­lati, i pale­sti­nesi devono seguire per­corsi interni in modo da non tran­si­tare davanti a Beit Hadas­sah e altri edi­fici dei coloni. Qual­che ora dopo, sem­pre nella zona H2, la 17enne Bayan al-Esseili conn un col­tello ha ferito a una mano una agente di poli­zia a breve distanza dalla Tomba dei Patriar­chi ed è stata uccisa. In serata si è saputo di un altro accol­tel­la­mento di un sol­dato, ancora ad Hebron. L’attentatore Tareq Nat­che è morto all’arrivo all’ospedale di Geru­sa­lemme. I coloni, rife­riva ieri il gior­nale online Times of Israel, hanno bloc­cato e forato una ruota dell’ambulanza inca­ri­cata di tra­spor­tare il pale­sti­nese. Un ten­tato pugna­la­mento sarebbe avve­nuto in serata anche al posto di blocco israe­liano di Qalan­diya, tra Geru­sa­lemme e Ramallah.
L’esercito si appre­ste­rebbe a ordi­nare la demo­li­zione imme­diata delle case di que­sti pale­sti­nesi. Tut­ta­via que­sta misura non è più di facile attua­zione in Cisgior­da­nia. A Nablus, ad esem­pio, decine di atti­vi­sti pale­sti­nesi e inter­na­zio­nali, occu­pano le case di atten­ta­tori minac­ciate di distru­zione e, per il momento, ten­gono lon­tane le ruspe mili­tari. Lo stesso è acca­duto a Surda, il vil­lag­gio nei pressi di Ramal­lah dove c’è l’abitazione del pale­sti­nese respon­sa­bile due set­ti­mane fa dell’uccisione di due israe­liani nella città vec­chia di Gerusalemme.
La mac­china puni­tiva comun­que non è ferma. Mufid Shar­bati, un testi­mone ocu­lare dell’aggressione ten­tata ieri dal pale­sti­nese davanti Beit Hadas­sah, è stato arre­stato dai sol­dati che hanno fatto irru­zione nella sua abi­ta­zione e seque­strato un com­pu­ter por­ta­tile, una video­ca­mera e una mac­china foto­gra­fica. E’ stato arre­stato anche Ahmed Amr, respon­sa­bile per i rap­porti con la stampa del gruppo “Gio­vani con­tro le colo­nie”, alcune ore che aveva pub­bli­cato in rete il fil­mato dell’uccisione di Fadil Qawa­smeh. Venerdì, sem­pre a Hebron, era stato arre­stato un foto­re­por­ter, Bilal Tawil, che aveva ripreso l’uccisione di un pale­sti­nese del vicino vil­lag­gio di Dura, Eyad Awa­w­deh, che fin­gen­dosi gior­na­li­sta aveva ten­tato di accol­tel­lare un sol­dato nei pressi della colo­nia di Kiryat Arba. Sono stati fer­mati e inter­ro­gati anche altri repor­ter. I pale­sti­nesi rife­ri­scono di decine di arre­sti avve­nuti in diverse loca­lità della Cisgior­da­nia e in alcuni quar­tieri e sob­bor­ghi di Geru­sa­lemme Est, a comin­ciare da Jabel Muka­ber, cir­con­dati e bloc­cati dalle forze di sicu­rezza. Attende una con­ferma la noti­zia dell’arresto due giorni fa in Cisgior­da­nia di 19 atti­vi­sti e sim­pa­tiz­zanti di Hamas da parte della poli­zia dell’Autorità nazio­nale palestinese.

 

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