Netanyahu e una possibile guerra civile
Netanyahu e una possibile guerra civile - Arabpress
Dalla
rielezione nel 2009, Netanyahu ha cercato di mantenere lo status quo;
l'ultima esplosione di violenza a Gerusalemme e in Cisgiordania ne segna
la fine
arabpress.eu
Di Meron Rapoport. Middle East Eye (05/10/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.
Nelle ultime settimane in Israele si è discusso della natura degli ultimi eventi: sono l’inizio di una nuova intifada
o una periodica esplosione di violenza? L’uccisione di due coloni
vicino a Nablus e di due israeliani nella città vecchia di Gerusalemme,
associati agli scontri su vasta scala in tutta la Cisgiordania e
Gerusalemme, hanno messo fine a questo dibattito. Israeliani e
palestinesi stanno entrando in una nuova fase del conflitto, che la si
chiami o meno intifada.
Nella prossima riunione di gabinetto, il
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu verrà sicuramente messo
sotto attacco. Il partito La
Casa Ebraica, guidata dal ministro dell’Istruzione Naftali Bennett e
dal ministro della Giustizia Ayelet Shaked, sosterrà che il suo
approccio apparentemente morbido verso i palestinesi ha portato
all’attuale escalation di violenza. Voci simili aleggiano anche
all’interno del suo partito, il Likud.
Le richieste di Bennett e Shaked sono
vaghe o di difficile attuazione. Vorrebbero che i soldati e i poliziotti
avessero le mani più libere, ma l’uccisione di una donna palestinese la
settimana scorsa a Hebron suggerisce che le mani dei soldati non siano
propriamente legate. Vorrebbero la costruzione di nuovi quartieri
ebraici in Cisgiordania, ma se pure si arrivasse a tale decisione ci
vorrebbero anni per realizzarla. Vorrebbero
rimandare in carcere i palestinesi rilasciati nell’operazione che portò
al rilascio di Gilad Shalit, ma anche questa mossa solleverebbe seri
problemi legali.
Se Netanyahu sopravvive alla pressione
politica, le scelte che deve affrontare ora sono veramente difficili,
forse più complesse di quelle che la scorsa estate hanno preceduto il
lancio dell’operazione “Margine di Protezione”. Questa volta, l’esercito
israeliano non ha di fronte una zona facilmente definita come
“territorio nemico”. L’attacco di giovedì nei pressi di Nablus è
avvenuto nella zona C della Cisgiordania, zona che è sotto il pieno
controllo israeliano. L’attacco nella città vecchia di Gerusalemme è
avvenuto in una città che Israele ha annesso 48 anni fa e dove
l’Autorità Palestinese e le sue forze non hanno alcuna voce in capitolo.
In questo caso la presenza di coloni israeliani rende impossibile l’uso
di F16, cosa fattibile nella Striscia di Gaza a seguito del disimpegno
unilaterale del 2005.
Anche le richieste di una rinnovata
“Operazione Scudo Difensivo”, il nome dato alla rioccupazione israeliana
della città palestinesi in Cisgiordania nel 2002, nel tentativo di
sedare la Seconda Intifada, sembrano piuttosto vane. Come possono
testimoniare gli abitanti di Ramallah, Betlemme e Jenin le forze
israeliane entrano regolarmente nelle città palestinesi in Cisgiordania.
Non vi è alcuna necessità di rioccupare delle aree in cui l’esercito
israeliano è già presente. In casi simili in passato, Israele avrebbe
minacciato di far collassare l’Autorità Palestinese. Ma oggi l’ultima
cosa al mondo che Israele vuole è il crollo dell’Autorità Palestinese,
della cui autenticità molti palestinesi già dubitano, in quanto dovrebbe
assumersi la responsabilità delle vite di milioni di palestinesi.
Da quando è stato rieletto nel 2009,
Netanyahu è stato un forte sostenitore dello status quo. Oltre
all’operazione “Margine di Protezione”, si è astenuto dall’intraprendere
drammatiche mosse militari o politiche. Il
suo ministro della Difesa, Moshe Yaalon, ha cercato di destreggiarsi
fra un processo politico in fase di stallo, il pugno di ferro contro i
palestinesi e piccole concessioni sulla libertà di movimento dei
palestinesi in Cisgiordania. La relativa calma in Cisgiordania, fino a
poco tempo fa, suggerisce che avevano ragione.
Tuttavia, i recenti eventi rendono il
mantenimento dello status quo molto difficile, se non impossibile.
Netanyahu è naturalmente responsabile di ciò che accade a Monte del
Tempio, ma l’iniziativa di intensificare la presenza ebraica sul monte è
partita da attivisti di destra e coloni, non dal governo. Gli attivisti
palestinesi che si oppongono e si scontrano con questi coloni di
Gerusalemme non sono inviati da Abbas o dei suoi uomini. Sono piuttosto
spinti dalla rabbia e dalla paura che gli ebrei stiano presumibilmente
andando a prendersi Al-Aqsa.
L’attuale ciclo di violenza somiglia più a
una guerra civile tra ebrei e palestinesi che ad un confronto tra una
guerriglia armata e un esercito regolare. Con il negoziato di pace quasi
morto, con i palestinesi che stanno perdono la fiducia in Abbas e nella
sua capacità di apportare un qualche cambiamento e con il più estremo
governo di destra della storia israeliana, non è facile capire chi può
mediare tra i due popoli e convincerli a tornare allo status quo.
Netanyahu farà del suo meglio per lasciare le cose come stanno. Ma
potrebbe aver perso il treno.
Meron Rapoport è uno scrittore e giornalista indipendente israeliano, ex capo della sezione News del quotidiano Haaretz.
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