*Michel Warschawski : Palestina. Riconquistare dignità, ad ogni costo
Palestina. Riconquistare dignità, ad ogni costo
Quelli
che Netanyahu chiama "terroristi" sono giovani nati dopo gli Accordi di
Oslo, cresciuti con il fallimento del "processo di pace", nella
frustrazione e nell'umiliazione permanenti. Dalle ideologie e dagli
slogan inefficaci sono…
osservatorioiraq.it
Quelli che Netanyahu chiama "terroristi" sono giovani nati dopo gli Accordi di Oslo, cresciuti con il fallimento del "processo di pace", nella frustrazione e nell'umiliazione permanenti. Dalle ideologie e dagli slogan inefficaci sono passati alla riconquista della dignità calpestata. A qualsiasi prezzo.
"E 'una terza intifada?” si chiedono gli opinionisti e i politici in Israele. Si tratta di una domanda la cui rilevanza mi sembra dubbia e alla quale è comunque troppo presto per rispondere.
Piuttosto, è più interessante capire come siamo giunti al punto in cui decine di donne e di uomini palestinesi, per lo più giovani, hanno iniziato ad attaccare gli israeliani con un coltello, un taglierino o un cacciavite, frettolosamente raccolti dal tavolo di casa.
Perché si tratta davvero di iniziative individuali e spontanee, dietro le quali non si cela alcun ordine da parte di alcuna organizzazione.
Netanyahu mente spudoratamente affermando che è Mahmoud Abbas ad ispirare questi giovani e conosce meglio di chiunque altro gli sforzi di quest'ultimo e della sua polizia per cercare di fermare il processo in corso. Ma "Mr. Sicurezza" ha bisogno di un capro espiatorio per nascondere il suo palese fallimento, dal momento che la sua campagna elettorale era stata completamente incentrata sulle capacità dimostrate nel mantenere la calma nei Territori Occupati. Un messaggio che gli elettori avevano ricevuto forte e chiaro.
La maggior parte dei media riprende il discorso ricorrente di Netanyahu sul terrorismo e da qualche giorno non si fa che utilizzare le parole care al primo Ministro: "atti terroristici", "un terrorista di 13 anni", "useremo tutti i mezzi per fermare il terrorismo". L’opinione pubblica israeliana ascolta, senza battere ciglio.
Ma chi sono questi "terroristi", e che cosa ha causato questa lunga serie di attacchi all’arma bianca contro gli israeliani, che siano in abiti civili o in uniforme?
Sono giovani, o giovanissimi, nati dopo gli Accordi di Oslo e che agiscono individualmente (o al massimo in coppia) al di fuori del quadro delle organizzazioni nazionali, tra cui Hamas.
E perché adesso? Stiamo assistendo, a quanto pare, alla congiuntura di due elementi che non sono legati tra di loro, ma che sono entrambi il risultato della politica di Netanyahu.
In primo luogo quello che da tutti viene riconosciuto come il fallimento di quello che è stato per troppo tempo chiamato "il processo di pace". I palestinesi, compresi i giovani, hanno lasciato per anni Abbas gestire la strategia per la liberazione attraverso la diplomazia, vale a dire usando la comunità internazionale come la leva che avrebbe dovuto obbligare lo Stato di Israele a porre fine all'occupazione coloniale.
Anche Hamas aveva scelto di non ostacolare i tentativi del presidente dell'Autorità Palestinese, pur sottolineando che il negoziato era destinato al fallimento e che i compromessi accettati non avrebbero avuto alcun tornaconto.
Ma dopo quasi 10 anni, durante i quali Abu Mazen ha visitato le anticamere di ogni cancelleria e accettato di ingoiare innumerevoli rospi, si è ancora al punto di partenza. Peggio ancora, Israele ha saputo approfittare del tempo trascorso per espandere notevolmente la colonizzazione della Cisgiordania e finalizzare la separazione di Gerusalemme Est dal suo entroterra palestinese.
Dopo 10 anni, il credito Abu Mazen si è completamente esaurito, soprattutto tra i giovani che non hanno visto alcun progresso - se non quello delle colonie.
L'esaurimento del credito del Presidente palestinese è stato accelerato dalla serie di provocazioni del governo di Netanyahu dopo la sua rielezione, in particolare dalle sfilate di parlamentari e ministri sulla Spianata delle Moschee.
Non si può infatti sottovalutare l'impatto che hanno avuto sui giovani palestinesi le immagini in cui gruppi di ebrei pregano (o fingono di pregare) in questo luogo ritenuto sacro da un miliardo e mezzo di musulmani.
Peggio ancora, alle provocazioni dei politici che cercano popolarità, si è aggiunto l'intervento violento della polizia sulla Spianata contro i giovani musulmani accorsi per proteggere la loro moschea, oltre che la profanazione di Al-Aqsa da parte dei poliziotti che hanno contaminano il tappeto della preghiera calpestandolo con i loro stivali.
Netanyahu ha osato mettere in discussione le condizioni negoziate nel 1967 da Moshe Dayan e re Hussein di Giordania sulla gestione della Spianata, inclusi gli orari e i luoghi specifici in cui i non musulmani possono accedere. Il capo del governo israeliano avrebbe fatto meglio ad ascoltare gli avvertimenti di re Abdullah di Giordania sui rischi di un’esplosione che sarebbe potuta scaturire da un cambiamento delle condizioni della gestione di Al-Aqsa.
Ma il piccolo uomo politico e la paura di ciò che i suoi oppositori avrebbero detto se avesse vietato la presenza ebraica nel sito del Tempio di Israele hanno sconfitto sia lui che i timori di un’esplosione regionale generalizzata.
Al-Aqsa è un simbolo sacro per tutti i palestinesi, compresi i cristiani e gli atei. Con le provocazioni nella Spianata delle Moschee, l'arroganza israeliana ha colpito la dignità di tutti i giovani palestinesi.
La serie di attacchi ai danni di passanti israeliani con un coltello o un cacciavite è la risposta di una nuova generazione palestinese all'arroganza israeliana e alle provocazioni della destra al potere, sullo sfondo del fallimento della strategia della negoziazione di Mahmoud Abbas e dell'Autorità Palestinese.
Il fatto che, dando l'ordine di sparare ai "terroristi" per "neutralizzarli" Netanyahu abbia trasformato le aggressioni con i coltelli in attacchi suicidi, non sembra avere avuto alcun effetto deterrente. Al contrario, ogni attacco ne stimola altri.
Ho incontrato due giorni fa un gruppo di giovani palestinesi di Betlemme, e Safa, una studentessa cristiana che indossava un crocifisso, mi ha espresso la sua ammirazione per i compatrioti che attaccano gli israeliani con i coltelli. "Finora eravamo noi ad avere paura, ma ora è il turno degli israeliani: guarda, non c'è nessuno nei loro tram, e anche le strade di Tel Aviv sono completamente vuote di notte". Ha poi aggiunto: "Se avessi più coraggio, farei lo stesso...".
L'Autorità Palestinese e Mahmoud Abbas non significano molto per Safa e i suoi amici, e se il nome di Yasser Arafat li commuove ancora, non sanno che cosa sia l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Coerentemente allo spirito del loro tempo, per questi giovani acronimi, slogan e ideologie hanno lasciato il posto ai sentimenti.
In questo provare emozioni, c'è un posto d'onore per la riconquista della dignità perduta.
Attraverso le sue dichiarazioni bellicose e arroganti, Netanyahu non solo rafforza la determinazione di questa gioventù palestinese che è stata definita “depoliticizzata” e “auto-organizzata”; rende anche Abu Mazen un politico non rilevante e pressoché inutile qualsiasi tentativo da parte sua di disinnescare la bomba che rischia non solo di moltiplicare le vittime - israeliane e palestinesi - ma anche di provocare la disintegrazione dell'Autorità Palestinese.
Questa è davvero la peggiore politica possibile. Ma non è esattamente ciò che cerca il capo del governo israeliano?
*Michel Warschawski è tra i maggiori intellettuali di sinistra israeliani, fondatore dell’Alternative Information Center. La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da Orient XXI, ed è disponibile qui. La traduzione dal francese è a cura di Damiano Duchemin.
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