Lorenzo Trombetta :Prime prove di pulizia etnica in Siria
In
Siria è in corso una spartizione territoriale su base comunitaria,
etnica ma soprattutto confessionale. Col consenso di tutti gli attori
regionali e internazionali coinvolti nella guerra e col benestare di
alcuni attori siriani. Persino gli sforzi…
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Potenze mondiali, attori regionali e protagonisti locali sono tutti d’accordo: la fine delle ostilità nel paese mediorientale passerà per la creazione di cantoni su base etnico-confessionale. L’esempio della tregua a Zabadani, Fuaa e Kafraya è illuminante.
In Siria è in corso una spartizione territoriale su base comunitaria, etnica ma soprattutto confessionale.
Col consenso di tutti gli attori regionali e internazionali coinvolti
nella guerra e col benestare di alcuni attori siriani. Persino gli
sforzi dell’Onu per una soluzione politica del conflitto sembrano
avallare l’idea che la fine delle ostilità debba ormai passare per la
creazione di cantoni etnico-confessionali.
L’inasprimento delle violenze seguite all’intervento diretto russo nelle regioni centro-settentrionali contribuisce
all’aumento della polarizzazione politico-religiosa. Ma al tempo stesso
distoglie l’attenzione da un processo in corso già da tempo e che
sembra destinato a proseguire a lungo: la pulizia confessionale ed
etnica nelle aree prossime ai confini delle attuali zone di influenza. È
un fenomeno quanto mai attuale e non certo solo siriano. Negli ultimi
decenni il Libano e l’Iraq, paesi confinanti proprio con la Siria, sono
stati travolti da guerre intestine che hanno causato, tra l’altro,
spartizioni territoriali sulla base delle diverse appartenenze
comunitarie.
In Iraq, l’ascesa dal 2013 dell’organizzazione dello Stato islamico (Is) non è solo una causa dell’aumento
di queste divisioni. Essa è anche il risultato di una politica
decennale, tesa a esacerbare le tensioni etnico-confessionali per meglio
esercitare il controllo sul territorio. Questa politica è stata
promossa dal regime di Saddam Hussein fino al 2003. Poi dalle forze
anglo-americane. Ed è oggi riproposta dalle autorità centrali di Baghdad, vicine all’Iran e sostenute dagli Stati Uniti e dalla Russia.
Dopo la fine formale della guerra civile (1975-90), in Libano venne creato il ministero degli Sfollati. Ancora
oggi, dopo un quarto di secolo, è incaricato ufficialmente di
assicurare che possano tornare alle loro terre le famiglie sfollate, per
lo più druse, del Monte Libano. A Beirut, interi quartieri oggi
dominati da un’unica comunità religiosa erano popolati fino al 1975 da
diverse comunità.
È già successo anche nel remoto passato.
Arrampicandosi sulle montagne del Kasrawan a est di Beirut ci si
imbatte in villaggi sciiti in una marea di località cristiane maronite.
In questa fetta di Monte Libano, fino al 1300, gli sciiti erano
maggioritari accanto a zone maronite e druse.
L’ascesa del potere mamelucco nel Levante contribuì ad alterare
radicalmente l’equilibrio demografico della zona. Per ragioni
politico-economiche, ma facendo leva su una retorica religiosa e
confessionale, tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo i
mamelucchi condussero tre diverse spedizioni militari per soggiogare le
genti del Kasrawan. Al terzo assalto, portato da circa 50 mila uomini
attorno al 1304, la resistenza locale fu sconfitta. Oltre
cinquanta villaggi furono rasi al suolo, comprese chiese, monasteri,
moschee e mausolei. Decine di migliaia di sciiti furono uccisi o
cacciati verso sud e verso la valle della Biqaa e le loro terre furono
ridistribuite a clan di coloni turcomanni sunniti.
Gli attori e i ruoli cambiano, ma nella Siria di oggi sta avvenendo un fenomeno analogo.
I sunniti della Siria centrale (Homs) e del Qalamun (Qusayr, Zabadani)
sono la comunità che sta pagando il prezzo più alto della spartizione in
corso. Ma anche i cristiani della Jazira (nord-est) e quelli che
abitavano le regioni oggi in mano all’Is sono fuggiti dalle loro case
dove probabilmente non torneranno mai più. Analogamente, drusi, sciiti e
cristiani della regione di Idlib sono stati cacciati quando non hanno
accettato la sottomissione ai signori della guerra locali.
Sul piano etnico, anche gli arabi delle zone nord-orientali
a maggioranza curda in alcuni casi sono stati espulsi e le loro case
date alle fiamme. Nel sud del paese, il confine tra area drusa e sunnita
si è approfondito seguendo le antiche divisioni tra coltivatori e
allevatori, tra abitanti dell’altopiano basaltico e gente dei pascoli a
valle.
Si va dunque verso una Siria con territori omogenei e monocolori,
non più compositi e variopinti. Qui non si vuole certo esaltare la
retorica baatista, secondo cui solo i clan al potere da circa mezzo
secolo sarebbero stati gli unici garanti del “mosaico siriano”, mentre
il “complotto arabo-turco-americano-sionista” sarebbe il principale
responsabile dell’attuale disastro in Siria. Dai territori che oggi sono
la Siria provengono numerosissime storie di armoniose convivenze
etnico-confessionali, accanto a altre di feroci scontri
politico-economici a sfondo religioso, relative a periodi precedenti la
presa del potere da parte del Baath.
La comunità internazionale ha finora accettato la logica della spartizione. Lo
ha fatto, e continua a farlo ancora oggi, rimanendo in silenzio di
fronte a crimini perpetrati in maniera non tanto diversa da quelli
commessi sette secoli fa nel Kasrawan.
Nel caso della fine dell’assedio di Homs nel 2014,
l’Onu ha sostenuto i negoziati tra le parti e ha monitorato
direttamente la corretta applicazione delle misure previste
dall’accordo, tra cui l’evacuazione di ciò che rimaneva della
popolazione locale, armata o civile che fosse. Nel caso della recente
intesa regionale su Zabadani, Fuaa e Kafraya, le Nazioni Unite hanno ufficialmente facilitato le trattative.
Homs pochi anni fa era la terza città del paese. Era
il primo polo industriale e svolgeva il ruolo di snodo dei commerci tra
Palmira e il Mediterraneo. L’élite commerciale urbana era dominata da
piccoli e medi imprenditori sunniti e cristiani ortodossi. Sebbene la
rivoluzione baatista avesse stravolto il rapporto tra centro e periferia
nelle città siriane, favorendo l’emergere di una nuova classe
amministrativo-militare guidata da sunniti e alauiti delle campagne,
Homs nel 2011 rimaneva un bastione dell’imprenditoria sunnita. Non a
caso, tra marzo e aprile di quattro anni fa, la città era stata una
delle prime a sollevarsi.
Quella classe imprenditoriale ormai non esiste più. Così
com’è stato raso al suolo gran parte del centro storico e mercantile di
Homs. Sia con la dura repressione, culminata col massacro del 18 aprile
2011, sia con una punizione collettiva, inflitta dalle forze
governative e dai suoi alleati regionali con un assedio durato tre anni
(2011-14).
La comunità sunnita di Homs non ha solo espiato la propria scelta politica,
ma ha pagato il prezzo di trovarsi fisicamente al centro dello snodo
tra la regione costiera e l’asse Damasco-Aleppo. Gli interessi del
regime siriano, degli Hezbollah libanesi, dell’Iran e della Russia
convergono sulla necessità di controllare completamente Homs.
Per quanto riguarda Zabadani, Fuaa e Kafraya, gli
abitanti di queste tre cittadine sono accomunati da una storia comune:
si sono trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Zabadani, un tempo località di villeggiatura estiva e
abitata nel 2010 da circa 30 mila persone per lo più sunnite, si trova
tra Damasco (50 chilometri) e il confine libanese (20 chilometri),
vicino all’autostrada internazionale che collega la Siria a Beirut. Per
gli Hezbollah, e il loro padrino iraniano, il controllo di Zabadani è
sempre stato cruciale per assicurare la continuità di rifornimenti con
Damasco e la sua regione.
Eppure Zabadani sin dal 2011 ha partecipato alle manifestazioni pacifiche anti-governative. Lì
come altrove in Siria, dopo i primi mesi di proteste represse nel
sangue, la rivolta si è militarizzata e i suoi leader e seguaci si sono
sempre più radicalizzati. Seppur presente a Zabadani, l’attivismo civico
non è riuscito a frenare le spinte estremiste, da tempo presenti in un
contesto di profonda depressione economico-sociale e fomentato da una
prolungata esposizione alla violenza.
Cacciata dal centro abitato nel febbraio 2012 dall’offensiva lealista e degli Hezbollah, la resistenza si rifugia nelle montagne. Le stesse che
collegano Zabadani a Madaya, Sarghaya, Rankus, Flita e le retrovie del
Qalamun occidentale (Antilibano orientale). Successivamente i
combattenti locali, dominati da gruppi qaidisti e jihadisti, rientrano
in alcuni settori della città e si arroccano. Fino a quando la scorsa
estate vengono costretti alla resa dopo un assedio condotto dai
miliziani libanesi e dalle truppe di Damasco nell’ambito della più ampia
campagna per la “bonifica” del Qalamun.
Come a Homs nel 2014, la resa viene raccontata dai vinti e dai vincitori come una “tregua”.
Una tregua strettamente legata però al destino di altre due località
siriane, lontane 300 chilometri da Zabadani ma intrappolate in una
situazione per certi aspetti speculare. Fuaa e Kafraya sono due villaggi
della regione nord-occidentale di Idlib, nel 2010 abitati
rispettivamente da 12mila e 5mila abitanti in larga parte sciiti
duodecimani, la stessa scuola sciita degli Hezbollah e dell’Iran.
Dallo scorso maggio Fuaa e Kafraya, a soli 30 chilometri dal confine turco e
pochi chilometri da Idlib, sono in mano a una coalizione di miliziani
anti-regime. I ribelli sono sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita
e guidati da un duetto jihadista (Ahrar ash Sham) e qaidista (Jabhat al Nusra)
molto popolare in quella parte di Siria. Dal 2012 Fuaa e Kafraya sono
assediate da milizie locali ma sono difese da una guarnigione di
Hezbollah. Con la conquista di gran parte della regione di Idlib da
parte della coalizione anti-regime l’assedio si è fatto ancor più
asfissiante sui due villaggi sciiti.
Intanto a metà luglio Zabadani si è trovata sotto il fuoco intenso dei bombardamenti del regime e di Hezbollah. Solo il 15 luglio 2015 sono piovuti su Zabadani circa 470 barili-bomba e i miliziani locali, affiliati in parte agli Ahrar e alla Nusra
hanno invocato un aiuto ai loro commilitoni di Idlib e agli sponsor
regionali. In risposta, la coalizione del nord-ovest ha stretto la morsa
su Fuaa e Kafraya, stabilendo un legame di fatto tra le tre località. I
combattimenti attorno e dentro Zabadani sono proseguiti intensi fino al
raggiungimento di un’intesa finale annunciata il 25 settembre.
La tregua annunciata è della durata di sei mesi e prevede:
1) il ritiro da Zabadani di tutti miliziani, in primis i feriti;
2) l’evacuazione dei feriti e dei civili da Fuaa e Kafraya;
3) un cessate il fuoco attorno alle due località sciite circondate da roccaforti dei miliziani di Idlib;
4) il divieto alle parti di erigere barriere o basi militari lungo la linea del fronte, e di imporre assedi ai civili intrappolati.
1) il ritiro da Zabadani di tutti miliziani, in primis i feriti;
2) l’evacuazione dei feriti e dei civili da Fuaa e Kafraya;
3) un cessate il fuoco attorno alle due località sciite circondate da roccaforti dei miliziani di Idlib;
4) il divieto alle parti di erigere barriere o basi militari lungo la linea del fronte, e di imporre assedi ai civili intrappolati.
Se dovesse essere rispettato,
quest’ultimo punto andrà a beneficio delle comunità di Fuaa e Kafraya,
dove ancora rimangono circa 10 mila civili. Mentre appare ininfluente
per Zabadani, del tutto in mano agli Hezbollah e dove la stragrande
maggioranza della popolazione è stata già cacciata, deportata o uccisa.
L’Onu ha ammesso di aver facilitato l’accordo,
mediato dall’Iran per il fronte lealista e da Turchia e Qatar per il
fronte anti-regime. La Croce Rossa Internazionale ha messo a
disposizione i suoi veicoli e il personale per l’evacuazione dei feriti,
dei miliziani e dei civili. Questa è avvenuta solo dal 27 al 29
settembre e ha riguardato alcuni combattenti di Zabadani, per lo più
membri degli Ahrar.
Il 2 ottobre, quando i raid russi nella Siria centrale erano cominciati da appena 48 ore,
l’Onu ha annunciato la sospensione per ragioni di sicurezza
dell’evacuazione di Fuaa e Kafraya. I convogli sarebbero dovuti passare
per le regioni di Idlib, Latakia e Hama, in parte prese di mira dalla
campagna aerea di Mosca. Secondo l’accordo, i pochi miliziani evacuati
da Zabadani avrebbero dovuto essere trasferiti nella zona di Idlib o in
altre regioni a maggioranza sunnita. Alcuni di loro sono in effetti
arrivati a Idlib, mentre due sono stati ricoverati in Libano.
I civili di Fuaa e Kafraya, per ora rimasti intrappolati
nei due villaggi, sarebbero dovuti invece esser portati a Latakia,
capoluogo della regione costiera, a Sayyida Zynab e in altri sobborghi
sciiti di Damasco sotto il controllo di Hezbollah e delle milizie
filo-iraniane.
A livello internazionale e regionale l’intesa sembra aver messo d’accordo tutti. I
russi hanno accettato di rispettare la tregua, evitando finora di
bombardare la zona di Fuaa e Kafraya. Gli Stati Uniti non sono
intervenuti direttamente nella vicenda, lasciando che l’Onu facilitasse
le trattative. Grazie a Hezbollah, l’Iran ha compiuto l’opera di
“bonifica” del Qalamun e del corridoio siro-libanese. Circa 300
miliziani libanesi impegnati a Zabadani sono stati dislocati l’11
ottobre ad Aleppo come avanguardia della prossima offensiva di terra
iraniana sostenuta dai raid russi.
Tramite i suoi portavoce a Idlib, l’Arabia Saudita ha definito l’intesa una vittoria storica. Il Qatar ha sostenuto gli Ahrar
nelle trattative, concluse poi dalla Turchia, che nell’ultima fase è
stata messa sotto pressione dal rapimento a Baghdad, per opera di una
milizia sciita filo-iraniana, di una decina di lavoratori turchi. Questi
sono stati liberati proprio dopo la firma della tregua per Zabadani-Fuaa-Kafraya.
Su scala nazionale, il governo siriano ha dovuto cedere nuove praterie di sovranità territoriale, politica e diplomatica all’Iran e agli Hezbollah. Il
regime ha visto però eliminata una minaccia militare alla sicurezza del
centro del potere: Damasco. Le opposizioni armate, rappresentate dagli Ahrar e dalla Nusra,
si sono erette a baluardo della comunità sunnita contro “il
colonialismo iraniano”, congiungendo a livello retorico e politico due
teatri militari molto distanti fra loro.
Le comunità di Zabadani, Fuaa e Kafraya sono invece uscite malconce dalla
tregua raggiunta a fine settembre. I loro diritti sono stati calpestati
e le loro richieste sono state in larga parte disattese. La capacità
negoziale degli attori locali non si è dimostrata efficace di fronte
agli interessi di attori più potenti. I primi di luglio, il consiglio di
Wadi Barada, località dalla quale si controlla gran parte del flusso di
acqua potabile diretta a Damasco, in solidarietà con chi resisteva a
Zabadani aveva annunciato la chiusura delle condotte idriche,
costringendo gli abitanti di alcuni quartieri della capitale a rimanere a
secco per alcuni giorni del mese di Ramadan.
La mossa dei dirigenti di Wadi Barada non ha però alleggerito in maniera significativa la pressione militare su
Zabadani. Esponenti della società civile di Zabadani hanno, sin dal
2014, esercitato forti pressioni sia sui miliziani sia sulle forze
governative perché i civili e la città venissero risparmiati dalle
violenze. In assenza di attivisti maschi arrestati dalle forze di
Damasco, un’avanguardia di donne di Zabadani ha per mesi negoziato
direttamente con rappresentanti del regime, rivendicando diritti, solo in parte presi in considerazione dalla tregua di settembre.
Sul fronte di Idlib, abitanti di Saraqeb, località vicina a Fuaa e Kafraya lungo l’autostrada Hama-Aleppo, hanno
manifestato invano contro l’intesa. Alcuni hanno protestato perché
Saraqeb non era stata inclusa nel cessate il fuoco. Altri si sono
scagliati contro il progetto stesso di evacuazione degli sciiti, che
avrebbero dovuto – secondo loro – rimanere intrappolati come era
capitato agli abitanti di Zabadani, Homs, Qusayr e di tante altre località sunnite siriane.
Le proteste di Saraqeb non sono state condivise da tutte le comunità
civili di Idlib. Alcuni attivisti hanno invece espresso soddisfazione
per l’accordo, vedendolo come un mezzo per proteggere la resistenza
contro il governo.
Gli abitanti di Fuaa e Kafraya si sono invece sentiti traditi prima e dopo l’accordo di settembre.
Quando sembrava che l’intesa non venisse più raggiunta alla fine di
agosto, i loro parenti sfollati a Damasco, Latakia e Aleppo hanno
protestato esplicitamente contro il regime siriano, affermando che solo
la guida suprema della Rivoluzione iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei,
si era preoccupato della loro sorte quando aveva pubblicamente chiesto
di portare in salvo i civili di Fuaa e Kafraya. A ottobre, quando
l’evacuazione dei feriti e dei civili è stata sospesa a causa dell’escalation
russa, si sono trovati di nuovo sotto assedio. E all’orizzonte non ci
sono spiragli di una soluzione a breve termine. Il 18 ottobre, per la prima volta
dopo circa un mese dal raggiungimento dell’accordo, convogli dell’Onu
sono potuti entrare nelle tre località e portare aiuti a 30mila persone.
Ancor più disperata è la situazione degli sfollati di Zabadani. Hanno
lasciato forse per sempre le loro case e le loro terre. Moltissimi di
loro sono ammassati in “centri di accoglienza”, alla periferia di
Damasco, sorvegliati giorno e notte dai militari governativi. Si sentono
umiliati, abbandonati, ancora sotto assedio.
La loro Zabadani è in macerie. E parte delle foreste che la
circondavano sono state date alle fiamme, proprio come avvenne nel ‘300 sulle montagne del Kasrawan.
La tregua di Zabdani-Fuaa-Kafraya può sembrare un passo avanti rispetto ai
cessate il fuoco raggiunti finora per periodi temporali assai ridotti e
in aree geografiche molto limitate. E può apparire un’applicazione
concreta del piano di “congelare” i conflitti locali proposto invano
dall’inviato speciale Onu Staffan De Mistura.
Eppure dall’accordo di settembre, le comunità locali escono sconfitte, sopraffatte dagli interessi dei grandi. Di fatto, ai loro occhi il patchwork
comunitario siriano è il problema. E non la soluzione. E l’unica via
che concretamente indicano per l’agognata pace è la spartizione: tutti i
rossi da una parte e tutti i verdi dall’altra. Seguendo questa logica
sarà anche utile erigere muri e fili spinati tra una zona e l’altra. Per
la gioia delle mafie che continueranno a fare affari in un clima di
guerra aperta o latente.
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