Amira Hass : Abbas non può controllare la generazione perduta di Oslo
Di Amira Hass
12 ottobre 2015
Diecine di migliaia di famiglie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est vivono attualmente nel timore che i loro figli saranno uccisi, feriti o arrestati durante scontri con l’esercito israeliano o mentre tentano di eseguire degli attacchi da soli.
Quando la mattina i loro figli escono, i genitori non sanno se vanno davvero a scuola, o da amici, o a dimostrare presso un posto di controllo dell’esercito oppure ad aggredire un israeliano con un coltello. Non meno che le forze dell’intelligence israeliane e palestinesi, i genitori sono stupiti dell’ondata massiccia, disorganizzata che ha colpito la giovane generazione di palestinesi e che li mette in pericolo.
Di fronte a questa incertezza, ogni famiglia sa che anche può diventare una statistica, soggetta a punizione collettiva – destinata ad avere la propria casa demolita o sigillata, ad avere un membro della famiglia espulso da Gerusalemme, ad avere fratelli o sorelle o parenti arrestati e picchiati dalle forze di sicurezza o presi di mira per mesi e mesi dal servizio segreto interno, Shin Bet. Per il momento sembra che il via libera che ha dato il primo ministro Benjamin Netanyahu alla punizione collettiva e a sparare contro i dimostranti, non sta scoraggiando i lupi solitari e le migliaia di giovani che si radunano ai posti di controllo, sfidando il destino e i soldati.
Una delle ipotesi dell’intelligence israeliana e palestinese è che coloro che fanno gli attacchi da soli sono influenzati dai media sociali. Questo è vero, ma sono anche influenzati dai video clip, alcuni dei quali compaiono prima sui siti israeliani e mostrano la violenza che regolarmente Israele dirige contro i palestinesi. Coloro che parlano di istigazione sottovalutano l’influenza dei soldati israeliani che uccidono i civili palestinesi.
Per esempio, ci sono i casi di Ahmed Khatabeh della città di Beit Furik e di Hadil Hashlamun di Hebron, che le Forze di Difesa israeliane hanno sostenuto che erano stati uccisi con armi da fuoco dopo aver attaccato i soldati. Un’indagine della stampa ha rivelato che questa aggressione non c’era stato. E poi, all’inizio di domenica scorsa, c’è stato il caso di Fadi Alon del villaggio di Isawiyah, accaduto a Gerusalemme. La polizia ha detto che il ragazzo (18 anni) aveva pugnalato un ebreo e perciò lo avevano ucciso con un’arma da fuoco. Un video di YouTube messo su dei siti israeliani mostra chiaramente che, anche c’era stato l’accoltellamento, Fadi non costituiva un pericolo per chiunque quando gli hanno sparato. Mostrava anche che dei giovani ebrei avevano detto a un poliziotto di sparargli, senza sapere quello che Alon aveva presumibilmente fatto. I video sono materiale pronto a riscaldare la situazione, ma non sono il motivo di questo.
Ogni famiglia che teme per un figlio o una figlia considera che questo materiale sia forma l’occupazione israeliana, cosicché non sono soltanto è ma anche orgogliosa in anticipo. Urlano un collettivo “Ne abbiamo avuto abbastanza,”, questi giovani, questa perduta generazione degli Accordi di Oslo degli anni ’90. Non hanno lo stato che avevano loro promesso, non hanno organizzazioni politiche attive o una leadership che possono seguire. Non hanno neanche prospettive di un buon lavoro e si sentono sempre più circondati dagli insediamenti ebrei.
C’è un’importane differenza tra coloro che compiono attacchi da soli e le migliaia di giovani che marciano verso i posti di controllo della Cisgiordania. Il lupo solitario è in realtà molto solo e ha raggiunto la disperazione più profonda. Gli scontri ai posti di controllo, come nel caso di qualsiasi azione collettiva, sono una specie di raduno pubblico che, malgrado i rischi che comporta, ha una dimensione sociale che dà un senso di essere capace di influenzare la situazione.
I portavoce palestinesi stanno attenti a non chiamare intifada quegli scontri, ma piuttosto sfogo di massa, il che è appropriato in queste circostanze. Un’intifada, come la intendono i palestinesi, è un’insurrezione organizzata con uno scopo chiaro e unificato, diretto da una leadership riconosciuta e accettata. Questo è lontano dalla situazione attuale.
Il movimento Fatah in via di disgregazione non può guidare questa esplosione e trasformarla in un’insurrezione, ma ha messo in guardia dall’uso delle munizioni vere durante le dimostrazioni che, dice, soddisferebbe le necessità di Israele. Anche Hamas che è un movimento semi clandestino in Cisgiordania, non può e forse non oserebbe, malgrado il blocco alle università, che viene identificato con Hamas, ha chiesto ai suoi seguaci di unirsi all’attuale agitazione.
E il presidente palestinese Mahmoud Abbas? Parecchi giorni fa, quando i giornali cominciavano a parlare degli scontri e delle vittime, ha trovato il tempo di inaugurare la lussuosa sede centrale di una ditta di costruzioni e di investimenti, la Consolidated Contractors Company, ubicata nella città della Cisgiordania di El Bireh che è a due km al massimo dal posto di controllo non tranquillo, di Beit El.
Abbas sta cercando di proiettare la sensazione che “tutto è come al solito”. Forse sa qualcosa che i giovani dimostranti non conoscono, ma il tempo che ha trovato per l’inaugurazione degli uffici della compagnia, dimostra quanto è isolato dalla gente. La realtà dimostra che non ha nessuna autorità o potere di impedire che questa generazione perduta di Oslo vada ai posti di controllo e pronunci collettivamente il suo grido: “siamo stufi”, che essenzialmente è anche diretto ad Abbas stesso.
Nella foto: Fadi Alon
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/abbas-cant-control-the-last-generation-of-oslo
Originale : Haaretz
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
12 ottobre 2015
Diecine di migliaia di famiglie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est vivono attualmente nel timore che i loro figli saranno uccisi, feriti o arrestati durante scontri con l’esercito israeliano o mentre tentano di eseguire degli attacchi da soli.
Quando la mattina i loro figli escono, i genitori non sanno se vanno davvero a scuola, o da amici, o a dimostrare presso un posto di controllo dell’esercito oppure ad aggredire un israeliano con un coltello. Non meno che le forze dell’intelligence israeliane e palestinesi, i genitori sono stupiti dell’ondata massiccia, disorganizzata che ha colpito la giovane generazione di palestinesi e che li mette in pericolo.
Di fronte a questa incertezza, ogni famiglia sa che anche può diventare una statistica, soggetta a punizione collettiva – destinata ad avere la propria casa demolita o sigillata, ad avere un membro della famiglia espulso da Gerusalemme, ad avere fratelli o sorelle o parenti arrestati e picchiati dalle forze di sicurezza o presi di mira per mesi e mesi dal servizio segreto interno, Shin Bet. Per il momento sembra che il via libera che ha dato il primo ministro Benjamin Netanyahu alla punizione collettiva e a sparare contro i dimostranti, non sta scoraggiando i lupi solitari e le migliaia di giovani che si radunano ai posti di controllo, sfidando il destino e i soldati.
Una delle ipotesi dell’intelligence israeliana e palestinese è che coloro che fanno gli attacchi da soli sono influenzati dai media sociali. Questo è vero, ma sono anche influenzati dai video clip, alcuni dei quali compaiono prima sui siti israeliani e mostrano la violenza che regolarmente Israele dirige contro i palestinesi. Coloro che parlano di istigazione sottovalutano l’influenza dei soldati israeliani che uccidono i civili palestinesi.
Per esempio, ci sono i casi di Ahmed Khatabeh della città di Beit Furik e di Hadil Hashlamun di Hebron, che le Forze di Difesa israeliane hanno sostenuto che erano stati uccisi con armi da fuoco dopo aver attaccato i soldati. Un’indagine della stampa ha rivelato che questa aggressione non c’era stato. E poi, all’inizio di domenica scorsa, c’è stato il caso di Fadi Alon del villaggio di Isawiyah, accaduto a Gerusalemme. La polizia ha detto che il ragazzo (18 anni) aveva pugnalato un ebreo e perciò lo avevano ucciso con un’arma da fuoco. Un video di YouTube messo su dei siti israeliani mostra chiaramente che, anche c’era stato l’accoltellamento, Fadi non costituiva un pericolo per chiunque quando gli hanno sparato. Mostrava anche che dei giovani ebrei avevano detto a un poliziotto di sparargli, senza sapere quello che Alon aveva presumibilmente fatto. I video sono materiale pronto a riscaldare la situazione, ma non sono il motivo di questo.
Ogni famiglia che teme per un figlio o una figlia considera che questo materiale sia forma l’occupazione israeliana, cosicché non sono soltanto è ma anche orgogliosa in anticipo. Urlano un collettivo “Ne abbiamo avuto abbastanza,”, questi giovani, questa perduta generazione degli Accordi di Oslo degli anni ’90. Non hanno lo stato che avevano loro promesso, non hanno organizzazioni politiche attive o una leadership che possono seguire. Non hanno neanche prospettive di un buon lavoro e si sentono sempre più circondati dagli insediamenti ebrei.
C’è un’importane differenza tra coloro che compiono attacchi da soli e le migliaia di giovani che marciano verso i posti di controllo della Cisgiordania. Il lupo solitario è in realtà molto solo e ha raggiunto la disperazione più profonda. Gli scontri ai posti di controllo, come nel caso di qualsiasi azione collettiva, sono una specie di raduno pubblico che, malgrado i rischi che comporta, ha una dimensione sociale che dà un senso di essere capace di influenzare la situazione.
I portavoce palestinesi stanno attenti a non chiamare intifada quegli scontri, ma piuttosto sfogo di massa, il che è appropriato in queste circostanze. Un’intifada, come la intendono i palestinesi, è un’insurrezione organizzata con uno scopo chiaro e unificato, diretto da una leadership riconosciuta e accettata. Questo è lontano dalla situazione attuale.
Il movimento Fatah in via di disgregazione non può guidare questa esplosione e trasformarla in un’insurrezione, ma ha messo in guardia dall’uso delle munizioni vere durante le dimostrazioni che, dice, soddisferebbe le necessità di Israele. Anche Hamas che è un movimento semi clandestino in Cisgiordania, non può e forse non oserebbe, malgrado il blocco alle università, che viene identificato con Hamas, ha chiesto ai suoi seguaci di unirsi all’attuale agitazione.
E il presidente palestinese Mahmoud Abbas? Parecchi giorni fa, quando i giornali cominciavano a parlare degli scontri e delle vittime, ha trovato il tempo di inaugurare la lussuosa sede centrale di una ditta di costruzioni e di investimenti, la Consolidated Contractors Company, ubicata nella città della Cisgiordania di El Bireh che è a due km al massimo dal posto di controllo non tranquillo, di Beit El.
Abbas sta cercando di proiettare la sensazione che “tutto è come al solito”. Forse sa qualcosa che i giovani dimostranti non conoscono, ma il tempo che ha trovato per l’inaugurazione degli uffici della compagnia, dimostra quanto è isolato dalla gente. La realtà dimostra che non ha nessuna autorità o potere di impedire che questa generazione perduta di Oslo vada ai posti di controllo e pronunci collettivamente il suo grido: “siamo stufi”, che essenzialmente è anche diretto ad Abbas stesso.
Nella foto: Fadi Alon
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/abbas-cant-control-the-last-generation-of-oslo
Originale : Haaretz
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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