Ugo Tramballi :IL MASSACRO NEL GIORNO DI HAJJ
IL MASSACRO NEL GIORNO DI HAJJ
Il Sole-24 Ore, 25/9/2015
Nessun terrorista era mai riuscito a fare tanto in Medio Oriente. Lo hanno fatto l’ansia di lapidare il demonio e soprattutto l’inconcepibile disorganizzazione saudita. Almeno 717 pellegrini morti e 863 feriti –le cifre continuano a cambiare – in meno di mezz’ora, schiacciati e soffocati alla Mecca, la prima delle città sante dell’Islam. Ieri era l’ultimo e più importante dei cinque giorni di Hajj, il santo pellegrinaggio che da sempre raccoglie il maggiore assembramento di fedeli venuti da tutto il mondo. Nel 2012, spiega l’ufficio statistico saudita, ci furono 3.161.573 pellegrini, l’anno scorso 2.085.238. Il percorso per la purificazione dei fedeli, vestiti solo di un lenzuolo bianco, prevede il passaggio davanti a Jamarat, il luogo in cui Satana cercò ripetutamente di tentare Maometto. Contro i pilastri che rappresentano il demonio, i pellegrini devono lanciare sette pietre e proseguire. Ieri mattina alle nove qualcosa non ha funzionato: la folla non è andata tutta nella stessa direzione prestabilita. E all’incrocio fra la strada numero 204 e la 223, ricostruisce la protezione civile locale, migliaia di fedeli che venivano da parti opposte, si sono come scontrati: incapaci di fermarsi perché pressati alle spalle da altre migliaia di pellegrini. I sopravvissuti raccontano di una totale disorganizzazione, dell’assenza delle forze dell’ordine, del grave ritardo dei soccorsi. L’Hajj non è un evento straordinario: esiste da che c’è l’Islam e da quando – nel 1932 – esiste l’Arabia Saudita. Ogni anno, sempre nell’ultimo mese del calendario musulmano. Ci sono stati incidenti e morti nel 2006, nel 1997, ‘94, ‘87. Nel 1990 le vittime sono state 1.426, in gran parte asiatiche, schiacciate e soffocate in un tunnel che portava alla Grande moschea. La settimana scorsa una gigantesca gru era crollata sui fedeli che pregavano nella Grande moschea della Mecca: 109 morti. Per questo è ancor più imperdonabile l’incidente di ieri. Milioni e milioni di dollari vengono spesi in organizzazione e infrastrutture, a partire da un gigantesco centro di accoglienza nell’aeroporto di Jeddah, la porta d’ingresso delle vicine città sante per i pellegrini di tutto il mondo. Eppure, il luogo più sacro dell’Islam finisce col diventare un luogo di morte. L’Arabia Saudita è uno dei paesi più importanti del mondo: per produzione energetica, per geopolitica e per fede. Ma è anche il più anacronistico, forse: il luogo in cui ricchezza, conservazione e modernizzazione – per quanto necessariamente cauta – si scontrano ed entrano in corto circuito. Da decenni i sauditi finanziano i movimenti islamici più settari e reazionari, senza essersi mai chiesti quali sarebbero state le conseguenze, anche per la stessa stabilità del regno saudita. Hanno alimentato la guerra civile in Siria, pagato governi e milizie sunnite ovunque, contribuendo in larga parte al disastro mediorientale; i loro bombardamenti aerei sullo Yemen sono fra i più devastanti e brutali contro i civili. Hanno costruito fantastiche nuove università, senza però modificare un curriculum di studi religiosi estremi, che annichilisce le menti dei giovani sauditi a partire dall’infanzia. Al governo c’è una classe dirigente ottuagenaria, che affronta il mondo di oggi continuando a pensare a quello di ieri. I monarchi sono per tradizione realisti e cauti: lo è anche l’attuale, Salman. Ma alla fine sempre timorosi che ogni forma di modernizzazione del sistema, rappresenti un pericolo per il loro potere familiare e per il predominio dei sunniti sugli sciiti, in uno scontro religioso, ora anche geopolitico, senza fine. Il trentenne Mohammed, il vice-vice principe ereditario e figlio di Salman, è la giovane speranza del futuro saudita, fino ad ora gestito da una gerontocrazia. Ma da come ha gestito la crisi dello Yemen, non sembra avere le qualità del modernizzatore che servirebbero al paese.
Ugo Tramballi
Il Sole-24 Ore, 25/9/2015
Nessun terrorista era mai riuscito a fare tanto in Medio Oriente. Lo hanno fatto l’ansia di lapidare il demonio e soprattutto l’inconcepibile disorganizzazione saudita. Almeno 717 pellegrini morti e 863 feriti –le cifre continuano a cambiare – in meno di mezz’ora, schiacciati e soffocati alla Mecca, la prima delle città sante dell’Islam. Ieri era l’ultimo e più importante dei cinque giorni di Hajj, il santo pellegrinaggio che da sempre raccoglie il maggiore assembramento di fedeli venuti da tutto il mondo. Nel 2012, spiega l’ufficio statistico saudita, ci furono 3.161.573 pellegrini, l’anno scorso 2.085.238. Il percorso per la purificazione dei fedeli, vestiti solo di un lenzuolo bianco, prevede il passaggio davanti a Jamarat, il luogo in cui Satana cercò ripetutamente di tentare Maometto. Contro i pilastri che rappresentano il demonio, i pellegrini devono lanciare sette pietre e proseguire. Ieri mattina alle nove qualcosa non ha funzionato: la folla non è andata tutta nella stessa direzione prestabilita. E all’incrocio fra la strada numero 204 e la 223, ricostruisce la protezione civile locale, migliaia di fedeli che venivano da parti opposte, si sono come scontrati: incapaci di fermarsi perché pressati alle spalle da altre migliaia di pellegrini. I sopravvissuti raccontano di una totale disorganizzazione, dell’assenza delle forze dell’ordine, del grave ritardo dei soccorsi. L’Hajj non è un evento straordinario: esiste da che c’è l’Islam e da quando – nel 1932 – esiste l’Arabia Saudita. Ogni anno, sempre nell’ultimo mese del calendario musulmano. Ci sono stati incidenti e morti nel 2006, nel 1997, ‘94, ‘87. Nel 1990 le vittime sono state 1.426, in gran parte asiatiche, schiacciate e soffocate in un tunnel che portava alla Grande moschea. La settimana scorsa una gigantesca gru era crollata sui fedeli che pregavano nella Grande moschea della Mecca: 109 morti. Per questo è ancor più imperdonabile l’incidente di ieri. Milioni e milioni di dollari vengono spesi in organizzazione e infrastrutture, a partire da un gigantesco centro di accoglienza nell’aeroporto di Jeddah, la porta d’ingresso delle vicine città sante per i pellegrini di tutto il mondo. Eppure, il luogo più sacro dell’Islam finisce col diventare un luogo di morte. L’Arabia Saudita è uno dei paesi più importanti del mondo: per produzione energetica, per geopolitica e per fede. Ma è anche il più anacronistico, forse: il luogo in cui ricchezza, conservazione e modernizzazione – per quanto necessariamente cauta – si scontrano ed entrano in corto circuito. Da decenni i sauditi finanziano i movimenti islamici più settari e reazionari, senza essersi mai chiesti quali sarebbero state le conseguenze, anche per la stessa stabilità del regno saudita. Hanno alimentato la guerra civile in Siria, pagato governi e milizie sunnite ovunque, contribuendo in larga parte al disastro mediorientale; i loro bombardamenti aerei sullo Yemen sono fra i più devastanti e brutali contro i civili. Hanno costruito fantastiche nuove università, senza però modificare un curriculum di studi religiosi estremi, che annichilisce le menti dei giovani sauditi a partire dall’infanzia. Al governo c’è una classe dirigente ottuagenaria, che affronta il mondo di oggi continuando a pensare a quello di ieri. I monarchi sono per tradizione realisti e cauti: lo è anche l’attuale, Salman. Ma alla fine sempre timorosi che ogni forma di modernizzazione del sistema, rappresenti un pericolo per il loro potere familiare e per il predominio dei sunniti sugli sciiti, in uno scontro religioso, ora anche geopolitico, senza fine. Il trentenne Mohammed, il vice-vice principe ereditario e figlio di Salman, è la giovane speranza del futuro saudita, fino ad ora gestito da una gerontocrazia. Ma da come ha gestito la crisi dello Yemen, non sembra avere le qualità del modernizzatore che servirebbero al paese.
Ugo Tramballi

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