Tomer Persico : Dov’è la moralità ebraica nella decisione di rifiutare i rifugiati siriani ?
Sintesi personale, non traduzione

Era difficile non sentire un tuffo al cuore dopo aver appreso che la
Germania e l’Austria avrebbero accolto, oltre a quelli già residenti nel
Paese, decine di migliaia di rifugiati siriani. Mentre il nostro primo
ministro sostiene che non c’è una “profondità demografica” tale da
permettere anche un gesto umanitario simbolico, a quanto pare altri
hanno imparato la lezione della seconda guerra mondiale
Netanyahu può sempre aspettare di preferire l’immobiità all’azione, e
il suo rifiuto di accogliere i rifugiati di certo non sorprende.
È strano, invece, il silenzio dei rabbini e dei leader del mondo
religioso. Strano, perché la tradizione ebraica parla chiaramente di
ospitare e aiutare i rifugiati. Lo fa ricordando di continuo
che “voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, sottintendendo che il
popolo israeliano ha il dovere di prendersi cura degli
stranieri proprio per questo
La Torah dice: “Non consegnereai al suo padrone uno schiavo che si è rifugiato presso di te. Rimarrà da te nel luogo che avrà scelto, in quella delle tue città che gi
parrà migliore ; e non lo molesterai”(Deuteronomio 23: 16-17).
La Torah sottolinea più volte la libertà dello schiavo di stabilirsi
ovunque egli scelga e molti commentatori biblici concludono che è un comandamento, una virtù, accogliere i rifugiati.
Secondo Maimonides il comandamento “ha il grande vantaggio di spingerci a proteggere e a difendere coloro che cercano la nostra protezione e a non
consegnarli a coloro dai quali sono fuggiti” (“Guida dei perplessi,” 3,
39). Spiega anche che esso riguarda sicuramente gli schiavi, ma
ricorda che è certamente nostro dovere aiutare coloro che non sono
schiavi, ma fuggono dal pericolo.
E non è tutto. Anche il profeta Isaia implorare Moab di adottare
la buona pratica dell’accoglienza dei rifugiati: “Lascia dimorare presso
di te gli esuli , sii tu per loro un rifugio contro il
devastatore!” (Isaia 16: 4).Samson Raphael Hirsch, rabbino tedesco del 19 ° secolo, ha spiegato: “Tutte le nazioni che sorgevano al confine con Moab si lamentavano dell’iniquità dei Moabiti … Moab deve tornare a essere misericordioso e quando si troverà al culmine della potenza e la sua luce brillerà come il sole di mezzogiorno, egli tratterà i poveri rifugiati con compassione”.
Dove sono tutti gli strenui paladini della natura ebraica di Israele? Perché non gridano allo scandalo, quando Israele tradisce la tradizione ebraica, come in questo caso? Dove si nascondono, queste persone profondamente religiose che parlano così altezzosamente di “morale ebraica” e che cercano di rafforzare la “identità ebraica? Come mai la loro voce non si fa sentire forte e chiara sui figli della nostra madre Rachele che stanno rinnegando l’eredità dei loro antenati?
E' importante sollevare due questioni.
In primo luogo, si dovrebbe capire che il loro impegno rispetto all’osservanza della tradizione ha dei limiti chiari: in altre parole, scelgono come esprimere il loro essere ebrei.
Questo riconoscimento è importante non solo perché rende chiaro che chiunque citi l’halakha (legge religiosa ebraica) per giustificare la sua contrarietà alla parità di diritti per gli arabi, i gay e le donne, la sta semplicemente strumentalizzando, non la sta rispettando . L’Anti-assimilazionista Bentzi Gopstein attribuisce al Maimonides la sua opinione, secondo cui le chiese devono essere bruciate, ma naturalmente non cita questo comandamento sulla questione dell’accoglienza dei rifugiati.
Il secondo punto è associato non alle leggi religiose, ma alle decisioni morali. Perché la cosa interessante, in questo ambito, è la fatica che ci impone lo sforzo.
La moralità è legata alle nostre relazioni con l’altro e l’altro di solito ci mette in difficoltà, non ci offre un massaggio di piacere gratuito.
Concentrarci su queste difficili scelte religiose non è confortevole e costa fatica; ma è questo che ci gratifica e migliora il nostro punto di vista sul mondo.
È troppo facile raccontare a noi stessi che siamo il popolo eletto e che quindi siamo autorizzati a discriminare gli altri. Abbiamo bisogno di voci autorevoli che chiedano agli ebrei di assumersi le proprie responsabilità, per donarsi agli altri nelle scelte più ardue e più scomode.
Tomer Persico è ricercatore presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme, e insegnante nel dipartimento di religioni comparate presso l’Università di Tel Aviv.
http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.675613

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