Paola Caridi : Gerusalemme come Hebron, da oltre 10 anni
admin | September 16th, 2015 - 4:51 pm
E’ che, ancora una volta, non si può dire che non lo sapessero, nelle
cancellerie che si occupano del dossier Israele/Palestina. Gerusalemme
si infiamma, soprattutto si infiamma la parte più delicata della Città
Vecchia. Quella parte dove da 1300 anni pregano i musulmani, e si trova
il terzo luogo santo dell’Islam, cioè la Spianata delle Moschee. Quella
parte dove duemila anni fa venne distrutto il Secondo Tempio, il luogo
più santo per l’ebraismo. Non si può dire che non lo si sapesse, della
situazione delicatissima in cui si trovano i luoghi santi. Né si può
dire che non si sapesse che i coloni israeliani, quelli più radicali,
hanno un vero obiettivo: hebronizzare Gerusalemme. Un neologismo che non
amo tanto. Vuol dire: rompere lo status quo, cambiare lo stato delle
cose sulla Spianata delle Moschee. Così come, a Hebron, è cambiato tutto
quando è cambiata la moschea di Ibrahim/Tomba dei Patriarchi.
Questo articolo l’ho scritto nel 2004. E non per il giornalino della parrocchietta. Me lo aveva pubblicato l’Espresso
Daniel Louria è uno dei leader di Ateret Cohanim. Un’organizzazione che ha un quarto di secolo di vita e che si occupa di chiedere la restituzione di vecchie proprietà ebraiche, ricomperare immobili nel passato posseduti da ebrei, ristrutturare appartamenti. Un’agenzia immobiliare, insomma, specializzata però in un’area decisamente particolare. Gerusalemme est. O per meglio dire, quella parte di Gerusalemme dov’è concentrata la popolazione araba. Louria, la sua organizzazione e un’altra decina di associazioni di questo tipo hanno un preciso obiettivo politico. Riportare vita e costumi ebraici in zone dove, ora, gli abitanti sono tutti arabi. “Per il popolo ebraico, il cuore di Gerusalemme è il Monte del Tempio e la zona intorno: dal punto di vista religioso, storico, tradizionale. Il monte degli Ulivi, la città di David, le sorgenti di Gihon, il Monte del Tempio. Tutta quell’area che oggi ha una maggioranza araba è stato il posto più importante per il mondo ebraico. E noi vi stiamo riportando le nostre radici”.
La mappa che Louria mostra ha già parecchie bandierine, nella fascia che si estende dalla Città Vecchia verso est. Dal Monte del Tempio, che per i musulmani è la Spianata delle Moschee ed è considerato terzo luogo santo dell’Islam. Verso Abu Dis, dove la barriera difensiva costruita dal governo israeliano (“muro dell’apartheid”, lo chiamano i palestinesi) è già cosa fatta. Indica anche l’appartamento che il premier Ariel Sharon ha affittato nella Beit Wittemberg, in quello che in tutte le altre cartine distribuite nel mondo viene definito come il Quartiere musulmano della Città Vecchia. A due passi dal mercato della Porta di Damasco. Sino a Ras al Amud, sede di un’altra delle “colonie” dentro Gerusalemme est, dove pochi giorni fa ha affittato un appartamento Effi Eitam, ex ministro dei lavori pubblici, ma soprattutto leader di uno dei partiti della coalizione di governo, lo NRP. Ci vive quando sta a Gerusalemme per i lavori della Knesset.
I coloni ebrei nella Gerusalemme (ancora) araba hanno la stessa carica messianica di quelli che, domenica scorsa, stavano in piazza a pochi passi dalla Città Vecchia. Decine di migliaia, forse settantamila rappresentanti del “popolo degli insediamenti” calati a Zion Square per l’ennesima prova di forza contro il governo. Per far sentire al loro sostenitore della prima ora, Ariel Sharon, che non ci stanno. Non ci stanno al piano di disimpegno. Dopo essere stati protetti per decenni, non ci stanno a essere liquidati in quella che chiamano “espulsione”, “pulizia etnica”, “crimine contro l’umanità”: l’evacuazione degli ottomila coloni di Gaza.
Ottomila coloni in un mare di oltre un milione di palestinesi, pigiati dentro la Striscia di Gaza. Indifendibili, ormai, sostiene quella parte del governo più vicina a Sharon: l’unica che vuole il disimpegno, e che si trova a lottare non solo contro gli irriducibili degli insediamenti, ma anche contro un congruo numero di ministri e deputati di peso del Likud e dei partiti alleati che sentono il fiato sul collo dei coloni. In testa, Benyamin Netanyahu, ministro delle Finanze, in costante attesa di succedere al generale Arik, che da mesi gioca al gatto e al topo col premier, facendo intravedere la possibilità di un appoggio condizionato al suo piano disimpegno. Per poi, il giorno dopo, chiedere di andare alle urne, con un referendum nazionale, per approvare l’uscita da Gaza. Ed evitare, in questo modo, una spaccatura politica che più di qualcuno, Sharon compreso, paventa possa trascinare Israele nella guerra civile.
Ai coloni, però, i numeri, i problemi della sicurezza, il realismo politico non interessano. Né nella Striscia. Né a Gerusalemme, dove gli insediamenti sono piccole macchie di leopardo. Come a Gaza. Come a Hebron.
Uno di quei puntini è ad Abu Tor, un chilometro di distanza dalle mura antiche di Gerusalemme. Quartiere considerato misto, Abu Tor è rimasta per alcuni versi ai tempi del 1967: da una parte gli ebrei, dall’altra i palestinesi. Nel mezzo, il ricordo di un confine che, poco meno di quarant’anni fa, separava Israele dalla Giordania. Il confine fisico non c’è più. Quello residenziale rimane. Salvo che per la casa di Ateret Cohanim, costruita nel cuore della Abu Tor araba. Un palazzetto a due piani. Muro, cancello di ferro, guardia privata armata all’interno di un gabbiotto, monitor e walkie talkie. Sicurezza privata pagata dal governo israeliano – dice Louria. Costo: 30 milioni di shekel all’anno versati dallo Stato per consentire ai coloni di Gerusalemme est, poco meno di duemila persone in tutto, una vita blindata. I bambini, dice Louria, non vanno a giocare per strada con i loro coetanei arabi. Anche se i bambini arabi, appena fuori dal cancello, hanno praticamente tutti il passaporto israeliano
Non giocano con i bambini palestinesi neanche quelli che vivono nel quartiere musulmano della Città Vecchia, dov’è frequente incontrare una famigliola scortata da imponenti guardie private tra le viuzze del suq. Non lo fanno quelli che abitano nelle due case di Ateret Cohanim a Shiloach, il vecchio villaggio yemenita. È la valle che corre tra il monte degli Ulivi e le mura della Città Vecchia. Per gli arabi si chiama Silwan, e sino a pochi mesi fa c’erano solo loro. Poi, un giorno, hanno saputo che il palazzo di sette piani che gli operai (arabi) stavano ristrutturando da tempo era stato venduto ad alcune famiglie ebree. Sotto l’ombrello di Ateret Cohanim, appunto.
La tensione è salita alle stelle. Anche quando, un mese fa, è stata inaugurata la seconda casa dell’associazione. Gli aderenti ad Ateret Cohanim sono arrivati scortati dalla polizia. “Non vanno in giro a piedi per Shiloach – precisa Louria -. Durante la settimana c’è una macchina che li porta in giro e li riporta a casa. Di shabbat, invece, vanno a piedi sino alla Città di Davide, scortati dalla sicurezza”. “E’ vero – continua – vivono in gabbia. Ma non certo per nostra responsabilità”.
Non tutti pensano che i coloni di Ateret Cohanim e delle altre associazioni siano pericolosi. “Irritanti ma irrilevanti”, li definisce per esempio Meron Benvenisti, per anni il vice di Teddy Kollek, il sindaco di Gerusalemme più famoso e amato. La questione è un’altra, dice. È definire il “problema Gerusalemme come conflitto di identità. Stabilendo, dunque, quanto profonda è la negazione dell’identità collettiva dell’altro”.
Per Daniel Seidemann, invece, sono un fattore di instabilità. “Stanno tentando di hebronizzare la città”, sostiene l’avvocato israeliano fondatore di Ir Shalem, un’associazione legata a Peace Now, che combatte in tribunale contro gli insediamenti ebraici dentro Gerusalemme araba. Seidemann paventa l’incubo di Hebron, o Al Khalil, come la chiamano i palestinesi. Poche decine di chilometri a sud di Gerusalemme. Cisgiordania. Ma è già un altro mondo. Una città di oltre 120mila abitanti – quella di Hebron – dove la tensione è alle stelle. Il confronto tra la popolazione e il piccolo insediamento ebraico, composto da una quarantina di famiglie, è sempre sul punto di esplodere. La presenza militare israeliana, poi, è l’elemento fondamentale in una vita quotidiana che ha ormai perso i colori di un tempo: poca vita commerciale, e la casbah di Hebron che velocemente si sta svuotando dei suoi abitanti.
Anche nella Gerusalemme araba, dove vivono almeno 200mila persone, i coloni sono pochi. Secondo i calcoli di Seidemann sono 1800, di cui 1200 residenti permanenti e 600 studenti delle yeshiva, le scuole religiose. “Il numero non può aumentare più di tanto, se non c’è un preciso sostegno da parte del governo – dice -. Resta il fatto, però, che nonostante il numero, il loro è un impatto importante su Gerusalemme”. Aspirano a “bloccare il processo di pace, e a prevenire la soluzione dei due Stati”. Le differenze al loro interno, prosegue Seidemann, sono tra gli estremisti che ritengono che Gerusalemme debba essere “esclusivamente ebrea” e quelli meno estremisti che pensano a una città a “larga predominanza ebraica con una minoranza formata da palestinesi che si comportano bene”.
La foto è conservata nella Library of Congress, nell’archivio di Eric Matson
E’
che, ancora una volta, non si può dire che non lo sapessero, nelle
cancellerie che si occupano del dossier Israele/Palestina. Gerusalemme
si infiamma, soprattutto si infiamma la parte più delicata della Città
Vecchia. Quella parte dove da 1300 anni...
invisiblearabs.com
Questo articolo l’ho scritto nel 2004. E non per il giornalino della parrocchietta. Me lo aveva pubblicato l’Espresso
RITORNARE ALLA CITTA’ SANTA. E REDIMERLA 20/9/04
C’è una road map, qui. E noi la stiamo seguendo. È scritta da Dio nella Bibbia. Ed è molto più forte di quella di Bush e Sharon”. Daniel Louria è un uomo senza dubbi, per sua stessa asserzione. Non ha dubbi che Gerusalemme sia unita, da 37 anni. Non ha dubbi che le radici ebraiche, anche nella zona est a maggioranza araba, vadano recuperate. Che quelle parti vadano “redente”, come dice lui. Redente come le terre dove i coloni hanno costruito gli insediamenti dentro la Striscia di Gaza. O dentro Hebron, in Cisgiordania.Daniel Louria è uno dei leader di Ateret Cohanim. Un’organizzazione che ha un quarto di secolo di vita e che si occupa di chiedere la restituzione di vecchie proprietà ebraiche, ricomperare immobili nel passato posseduti da ebrei, ristrutturare appartamenti. Un’agenzia immobiliare, insomma, specializzata però in un’area decisamente particolare. Gerusalemme est. O per meglio dire, quella parte di Gerusalemme dov’è concentrata la popolazione araba. Louria, la sua organizzazione e un’altra decina di associazioni di questo tipo hanno un preciso obiettivo politico. Riportare vita e costumi ebraici in zone dove, ora, gli abitanti sono tutti arabi. “Per il popolo ebraico, il cuore di Gerusalemme è il Monte del Tempio e la zona intorno: dal punto di vista religioso, storico, tradizionale. Il monte degli Ulivi, la città di David, le sorgenti di Gihon, il Monte del Tempio. Tutta quell’area che oggi ha una maggioranza araba è stato il posto più importante per il mondo ebraico. E noi vi stiamo riportando le nostre radici”.
La mappa che Louria mostra ha già parecchie bandierine, nella fascia che si estende dalla Città Vecchia verso est. Dal Monte del Tempio, che per i musulmani è la Spianata delle Moschee ed è considerato terzo luogo santo dell’Islam. Verso Abu Dis, dove la barriera difensiva costruita dal governo israeliano (“muro dell’apartheid”, lo chiamano i palestinesi) è già cosa fatta. Indica anche l’appartamento che il premier Ariel Sharon ha affittato nella Beit Wittemberg, in quello che in tutte le altre cartine distribuite nel mondo viene definito come il Quartiere musulmano della Città Vecchia. A due passi dal mercato della Porta di Damasco. Sino a Ras al Amud, sede di un’altra delle “colonie” dentro Gerusalemme est, dove pochi giorni fa ha affittato un appartamento Effi Eitam, ex ministro dei lavori pubblici, ma soprattutto leader di uno dei partiti della coalizione di governo, lo NRP. Ci vive quando sta a Gerusalemme per i lavori della Knesset.
I coloni ebrei nella Gerusalemme (ancora) araba hanno la stessa carica messianica di quelli che, domenica scorsa, stavano in piazza a pochi passi dalla Città Vecchia. Decine di migliaia, forse settantamila rappresentanti del “popolo degli insediamenti” calati a Zion Square per l’ennesima prova di forza contro il governo. Per far sentire al loro sostenitore della prima ora, Ariel Sharon, che non ci stanno. Non ci stanno al piano di disimpegno. Dopo essere stati protetti per decenni, non ci stanno a essere liquidati in quella che chiamano “espulsione”, “pulizia etnica”, “crimine contro l’umanità”: l’evacuazione degli ottomila coloni di Gaza.
Ottomila coloni in un mare di oltre un milione di palestinesi, pigiati dentro la Striscia di Gaza. Indifendibili, ormai, sostiene quella parte del governo più vicina a Sharon: l’unica che vuole il disimpegno, e che si trova a lottare non solo contro gli irriducibili degli insediamenti, ma anche contro un congruo numero di ministri e deputati di peso del Likud e dei partiti alleati che sentono il fiato sul collo dei coloni. In testa, Benyamin Netanyahu, ministro delle Finanze, in costante attesa di succedere al generale Arik, che da mesi gioca al gatto e al topo col premier, facendo intravedere la possibilità di un appoggio condizionato al suo piano disimpegno. Per poi, il giorno dopo, chiedere di andare alle urne, con un referendum nazionale, per approvare l’uscita da Gaza. Ed evitare, in questo modo, una spaccatura politica che più di qualcuno, Sharon compreso, paventa possa trascinare Israele nella guerra civile.
Ai coloni, però, i numeri, i problemi della sicurezza, il realismo politico non interessano. Né nella Striscia. Né a Gerusalemme, dove gli insediamenti sono piccole macchie di leopardo. Come a Gaza. Come a Hebron.
Uno di quei puntini è ad Abu Tor, un chilometro di distanza dalle mura antiche di Gerusalemme. Quartiere considerato misto, Abu Tor è rimasta per alcuni versi ai tempi del 1967: da una parte gli ebrei, dall’altra i palestinesi. Nel mezzo, il ricordo di un confine che, poco meno di quarant’anni fa, separava Israele dalla Giordania. Il confine fisico non c’è più. Quello residenziale rimane. Salvo che per la casa di Ateret Cohanim, costruita nel cuore della Abu Tor araba. Un palazzetto a due piani. Muro, cancello di ferro, guardia privata armata all’interno di un gabbiotto, monitor e walkie talkie. Sicurezza privata pagata dal governo israeliano – dice Louria. Costo: 30 milioni di shekel all’anno versati dallo Stato per consentire ai coloni di Gerusalemme est, poco meno di duemila persone in tutto, una vita blindata. I bambini, dice Louria, non vanno a giocare per strada con i loro coetanei arabi. Anche se i bambini arabi, appena fuori dal cancello, hanno praticamente tutti il passaporto israeliano
Non giocano con i bambini palestinesi neanche quelli che vivono nel quartiere musulmano della Città Vecchia, dov’è frequente incontrare una famigliola scortata da imponenti guardie private tra le viuzze del suq. Non lo fanno quelli che abitano nelle due case di Ateret Cohanim a Shiloach, il vecchio villaggio yemenita. È la valle che corre tra il monte degli Ulivi e le mura della Città Vecchia. Per gli arabi si chiama Silwan, e sino a pochi mesi fa c’erano solo loro. Poi, un giorno, hanno saputo che il palazzo di sette piani che gli operai (arabi) stavano ristrutturando da tempo era stato venduto ad alcune famiglie ebree. Sotto l’ombrello di Ateret Cohanim, appunto.
La tensione è salita alle stelle. Anche quando, un mese fa, è stata inaugurata la seconda casa dell’associazione. Gli aderenti ad Ateret Cohanim sono arrivati scortati dalla polizia. “Non vanno in giro a piedi per Shiloach – precisa Louria -. Durante la settimana c’è una macchina che li porta in giro e li riporta a casa. Di shabbat, invece, vanno a piedi sino alla Città di Davide, scortati dalla sicurezza”. “E’ vero – continua – vivono in gabbia. Ma non certo per nostra responsabilità”.
Non tutti pensano che i coloni di Ateret Cohanim e delle altre associazioni siano pericolosi. “Irritanti ma irrilevanti”, li definisce per esempio Meron Benvenisti, per anni il vice di Teddy Kollek, il sindaco di Gerusalemme più famoso e amato. La questione è un’altra, dice. È definire il “problema Gerusalemme come conflitto di identità. Stabilendo, dunque, quanto profonda è la negazione dell’identità collettiva dell’altro”.
Per Daniel Seidemann, invece, sono un fattore di instabilità. “Stanno tentando di hebronizzare la città”, sostiene l’avvocato israeliano fondatore di Ir Shalem, un’associazione legata a Peace Now, che combatte in tribunale contro gli insediamenti ebraici dentro Gerusalemme araba. Seidemann paventa l’incubo di Hebron, o Al Khalil, come la chiamano i palestinesi. Poche decine di chilometri a sud di Gerusalemme. Cisgiordania. Ma è già un altro mondo. Una città di oltre 120mila abitanti – quella di Hebron – dove la tensione è alle stelle. Il confronto tra la popolazione e il piccolo insediamento ebraico, composto da una quarantina di famiglie, è sempre sul punto di esplodere. La presenza militare israeliana, poi, è l’elemento fondamentale in una vita quotidiana che ha ormai perso i colori di un tempo: poca vita commerciale, e la casbah di Hebron che velocemente si sta svuotando dei suoi abitanti.
Anche nella Gerusalemme araba, dove vivono almeno 200mila persone, i coloni sono pochi. Secondo i calcoli di Seidemann sono 1800, di cui 1200 residenti permanenti e 600 studenti delle yeshiva, le scuole religiose. “Il numero non può aumentare più di tanto, se non c’è un preciso sostegno da parte del governo – dice -. Resta il fatto, però, che nonostante il numero, il loro è un impatto importante su Gerusalemme”. Aspirano a “bloccare il processo di pace, e a prevenire la soluzione dei due Stati”. Le differenze al loro interno, prosegue Seidemann, sono tra gli estremisti che ritengono che Gerusalemme debba essere “esclusivamente ebrea” e quelli meno estremisti che pensano a una città a “larga predominanza ebraica con una minoranza formata da palestinesi che si comportano bene”.
La foto è conservata nella Library of Congress, nell’archivio di Eric Matson

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