Nordafrica e Medio Oriente accolgono più profughi dell’Europa
Il Nordafrica e il Medio Oriente stanno affrontando emergenze
diverse e complesse, senza precedenti. Emergenze che saranno sfide
difficili da superare anche nel 2015. Queste regioni sono oggi luogo di
partenza, di transito e di arrivo per i migranti e i profughi. Molti,
durante il loro viaggio pericoloso, in particolare via mare, sono
vittime di traffici e di ingressi irregolari.
Raramente l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) si è mostrato così preoccupato: secondo l’ultimo rapporto,
nel 2014 è stato registrato il più forte aumento nel numero di profughi
nel mondo. Più di 270mila migranti sarebbero entrati in modo irregolare
in Europa nel 2014 attraverso il Mediterraneo, mediante le attività dei
trafficanti. Dal 2000, almeno 29mila persone sono morte nel tentativo
di raggiungere l’Europa.
Questa tendenza si è aggravata in modo significativo negli ultimi anni a causa dei conflitti e delle difficili condizioni di vita in numerosi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Nonostante siano ben consapevoli di rischiare la vita, migliaia di persone di tutte le età tentano di arrivare in Europa attraversando il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni sovraccariche, in mano a trafficanti senza scrupoli. Il viaggio è pericoloso: nel 2014 più di tremila persone sono morte durante il viaggio o sono considerate disperse.
Nel 2013, un’imbarcazione è naufragata nei pressi dell’isola italiana di Lampedusa: 366 persone sono morte in quel naufragio. Poco dopo, la marina italiana ha avviato un’operazione di ricerca e salvataggio di migranti in mare chiamata Mare nostrum (il nome con cui gli antichi romani chiamavano il Mediterraneo); con quest’operazione sono state dispiegate delle motovedette nelle acque internazionali e non solo in quelle italiane, con l’obiettivo di prevenire altri naufragi e altri morti.
Questa tendenza si è aggravata in modo significativo negli ultimi anni a causa dei conflitti e delle difficili condizioni di vita in numerosi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Nonostante siano ben consapevoli di rischiare la vita, migliaia di persone di tutte le età tentano di arrivare in Europa attraversando il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni sovraccariche, in mano a trafficanti senza scrupoli. Il viaggio è pericoloso: nel 2014 più di tremila persone sono morte durante il viaggio o sono considerate disperse.
Nel 2013, un’imbarcazione è naufragata nei pressi dell’isola italiana di Lampedusa: 366 persone sono morte in quel naufragio. Poco dopo, la marina italiana ha avviato un’operazione di ricerca e salvataggio di migranti in mare chiamata Mare nostrum (il nome con cui gli antichi romani chiamavano il Mediterraneo); con quest’operazione sono state dispiegate delle motovedette nelle acque internazionali e non solo in quelle italiane, con l’obiettivo di prevenire altri naufragi e altri morti.
Mantenere alta la guardia
Mare nostrum era gestita in coordinamento con l’operazione Hermes di
Frontex, l’agenzia degli stati membri dell’Unione europea, che ha
l’obiettivo di mettere in sicurezza le frontiere esterne dell’Europa e
lottare contro la migrazione. Le ong attive nella difesa dei diritti
umani criticano l’operato dell’agenzia, come dimostra la campagna Frontexit.
Dopo un anno di attività e 150mila vite salvate, Mare nostrum è stata chiusa. L’Italia ha denunciato i costi dell’operazione, che ha dovuto sostenere quasi del tutto da sola: su una spesa di circa nove milioni di euro al mese, Mare nostrum ha beneficiato di un sostengo finanziario limitato da parte della Commissione europea (circa 1,8 milioni di euro provenienti dal Fondo d’azione esterna). Malgrado le ripetute richieste d’aiuto inviate dall’Italia agli altri stati membri dell’Ue, nessuno ha fornito dei contributi finanziari.
L’operazione Triton è l’erede di Mare nostrum. Gestita da Frontex, l’agenzia dell’Ue che si occupa delle frontiere esterne, Triton è concentrata soprattutto sulla protezione delle frontiere. Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, aveva esposto il mandato dell’operazione dichiarando al quotidiano britannico The Guardian nell’aprile del 2015:
Dopo un anno di attività e 150mila vite salvate, Mare nostrum è stata chiusa. L’Italia ha denunciato i costi dell’operazione, che ha dovuto sostenere quasi del tutto da sola: su una spesa di circa nove milioni di euro al mese, Mare nostrum ha beneficiato di un sostengo finanziario limitato da parte della Commissione europea (circa 1,8 milioni di euro provenienti dal Fondo d’azione esterna). Malgrado le ripetute richieste d’aiuto inviate dall’Italia agli altri stati membri dell’Ue, nessuno ha fornito dei contributi finanziari.
L’operazione Triton è l’erede di Mare nostrum. Gestita da Frontex, l’agenzia dell’Ue che si occupa delle frontiere esterne, Triton è concentrata soprattutto sulla protezione delle frontiere. Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, aveva esposto il mandato dell’operazione dichiarando al quotidiano britannico The Guardian nell’aprile del 2015:
Triton non può essere un’operazione di ricerca e salvataggio.
Intendo dire che nel nostro piano operativo non possiamo prevedere in
modo proattivo la ricerca e il salvataggio. Queste attività non fanno
parte del mandato di Frontex e, a mio modo di vedere, non rappresentano
nemmeno il mandato dell’Unione europea.
Questa dichiarazione è arrivata qualche giorno dopo che in acque
territoriali italiane è naufragata un’imbarcazione che trasportava
centinaia di persone, causando 800 morti. Intanto, le cifre hanno
suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica: dal 2014 al 2015 è aumentata di dieci volte la possibilità che una persona muoia nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo.
Il numero di morti nella traversata del Mediterraneo è diminuito in
modo significativo tra maggio e giugno del 2015, una conseguenza
immediata e positiva della ripresa delle operazioni di ricerca e
salvataggio rilanciate in seguito a una decisione presa in ambito
europeo all’inizio di maggio. Nel frattempo, non si deve abbassare la
guardia, come sottolinea l’Unhcr. Cosa ci dice il rapporto dell’Unhcr
sui profughi e richiedenti asilo nel 2014? Cosa dicono i dati relativi
ai paesi del Medio Oriente e del Nordafrica?
Nordafrica
In Nordafrica la situazione dei profughi presentata dall’Unhcr è difficile:
L’instabilità che continua a caratterizzare alcune aree della
regione, in particolare la Libia, genera movimenti irregolari verso
l’Europa. Dall’inizio del 2014, gli uffici dell’Unhcr diffusi in tutto
il Nordafrica hanno rilevato un aumento del numero di richiedenti asilo.
I problemi attuali in alcuni paesi [della regione] hanno dato luogo a
una maggiore necessità di protezione per l’aumento del numero di
profughi e di richiedenti asilo arrestati o in detenzione; questo vale
soprattutto nel caso delle persone provenienti dall’Africa subsahariana.
Anche l’attività terroristica nel Sahel e nel Sinai e gli scontri tra
milizie rivali in Libia hanno danneggiato le operazioni dell’Unhcr,
riducendo la possibilità di accesso all’asilo”.
Nessun paese del Nordafrica dispone di leggi che regolamentano
l’accesso all’asilo né di istituzioni dedicate alla gestione delle
richieste d’asilo. Queste attività sono di conseguenza svolte
dall’Unhcr: gli uffici locali dell’agenzia sono le sole istituzioni che
decidono sull’attribuzione dello status di rifugiato agli stranieri che
ne fanno richiesta.
I centomila profughi e richiedenti asilo in Algeria non hanno accesso a un lavoro e rischiano la detenzione o di essere privati della libertà. Più in generale, l’instabilità e l’insicurezza in Nordafrica, combinate con le misure di repressione più severe e le condizioni più restrittive per l’accesso all’asilo adottate dai paesi dell’Ue, hanno contribuito ad aumentare il numero di richieste d’asilo in Algeria, in particolare da parte di siriani.
Il Marocco e la Tunisia hanno un numero di profughi e richiedenti asilo comparabile, nonostante le differenze in termini di popolazione e di situazioni politiche.
I centomila profughi e richiedenti asilo in Algeria non hanno accesso a un lavoro e rischiano la detenzione o di essere privati della libertà. Più in generale, l’instabilità e l’insicurezza in Nordafrica, combinate con le misure di repressione più severe e le condizioni più restrittive per l’accesso all’asilo adottate dai paesi dell’Ue, hanno contribuito ad aumentare il numero di richieste d’asilo in Algeria, in particolare da parte di siriani.
Il Marocco e la Tunisia hanno un numero di profughi e richiedenti asilo comparabile, nonostante le differenze in termini di popolazione e di situazioni politiche.
Come in Algeria, i siriani sono i profughi più numerosi anche in
Egitto. Tuttavia, non per questo Oum el-Dounia è un rifugio accogliente:
detenzioni arbitrarie, deportazioni e abusi nei confronti dei profughi
sono abbastanza comuni. Come negli altri paesi della regione, l’Egitto
“ha” i suoi profughi, il cui numero è aumentato nel 2014, superando i
25mila individui.
L’instabilità continua della Libia, che si traduce in divisioni politiche, fallimento delle istituzioni, scontri, attacchi contro i civili e criminalità, ha causato 500mila sfollati interni al paese. La sicurezza interna al paese si è ulteriormente deteriorata all’inizio del 2015: questo conflitto è tuttora in corso e continua a provocare lo sradicamento di una parte significativa della popolazione libica.
L’instabilità continua della Libia, che si traduce in divisioni politiche, fallimento delle istituzioni, scontri, attacchi contro i civili e criminalità, ha causato 500mila sfollati interni al paese. La sicurezza interna al paese si è ulteriormente deteriorata all’inizio del 2015: questo conflitto è tuttora in corso e continua a provocare lo sradicamento di una parte significativa della popolazione libica.
Iraq, Siria e Yemen
L’Iraq è in una situazione molto difficile, con iracheni di ritorno
dalla Siria, siriani che cercano rifugio in Iraq e iracheni che fuggono
dagli scontri e dalle atrocità commesse nel loro paese. Il problema più
preoccupante dell’Iraq rimane l’attuale crisi dei profughi interni. Nel
2014, l’Unhcr ha stimato che il 90 per cento della popolazione irachena che rientra nelle competenze dell’Unhcr è costituito da profughi interni.
I profughi interni iracheni rappresentano oggi quasi il 17 per cento della popolazione complessiva. Questa crisi umanitaria ha un impatto profondo su diversi servizi, tra cui l’accesso alle cure per la popolazione nel suo complesso, profughi compresi.
L’Unhcr ha di frequente constatato carenze di farmaci di base nelle strutture sanitarie pubbliche, mentre gli ospedali devono gestire un numero elevato di pazienti. Gli alloggi e i campi per i profughi interni sono sempre più sovraffollati e incapaci di accogliere i nuovi venuti. In questo contesto, è preoccupante il fatto che l’Unhcr continui ad aver bisogno di 500 milioni di dollari per prevenire una crisi umanitaria ancora più grave in Iraq.
Secondo l’Unhcr, più di 11,5 milioni di siriani si trovano in una situazione che rientra nelle competenze dell’agenzia. Il numero di rifugiati siriani registrati nei diversi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente è attualmente di circa quattro milioni, e alla fine del 2014 l’Unhcr stimava che nel paese ci fossero quasi otto milioni di profughi interni.
Gli aiuti forniti ai rifugiati e ai profughi interni siriani con ogni probabilità saranno ridotti, perché l’Unhcr dichiara di affrontare al momento “una grave crisi finanziaria”.
Da un recente rapporto di Unicef e Save the children emerge un deterioramento delle condizioni di vita dei bambini provocato dal brusco aumento del lavoro minorile in Siria e tra i rifugiati siriani. Un numero significativo di bambini siriani, alcuni dei quali di soli sei anni, lavora per garantire un guadagno supplementare alla famiglia. Tra le peggiori forme di lavoro minorile ci sono la prostituzione, i matrimoni forzati e il reclutamento in gruppi armati che operano nei paesi vicini.
L’emergenza umanitaria nello Yemen è la più recente nella regione mediorientale. È significativo che il documento di pianificazione delle attività dell’Unhcr in Yemen prevedesse che dalla seconda metà del 2014 675.400 persone sarebbero rientrate nelle competenze dell’Unhcr entro la fine del 2015.
La previsione è stata già ampiamente superata a causa dei combattimenti in corso in diversi punti del paese, e questo limita l’ingresso degli aiuti umanitari e costringe la popolazione a scappare dalle sue case.
Nello Yemen sono più di cinquecentomila i profughi interni, secondo alcune stime. Le rare statistiche disponibili riguardano soprattutto le persone che sono riuscite lasciare il paese. Da queste, emerge come solo una persona su tre abbia scelto di rifugiarsi in un paese confinante della regione del Medio Oriente e del Nordafrica. Il primo luglio 2015, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen ha dichiarato che il paese più povero della regione era a “un passo” dalla carestia.
L’Iraq, la Siria e lo Yemen sono tre dei quattro paesi al mondo classificati dalle Nazioni Unite al “livello 3” nella scala delle emergenze umanitarie, il livello più alto.
I profughi interni iracheni rappresentano oggi quasi il 17 per cento della popolazione complessiva. Questa crisi umanitaria ha un impatto profondo su diversi servizi, tra cui l’accesso alle cure per la popolazione nel suo complesso, profughi compresi.
L’Unhcr ha di frequente constatato carenze di farmaci di base nelle strutture sanitarie pubbliche, mentre gli ospedali devono gestire un numero elevato di pazienti. Gli alloggi e i campi per i profughi interni sono sempre più sovraffollati e incapaci di accogliere i nuovi venuti. In questo contesto, è preoccupante il fatto che l’Unhcr continui ad aver bisogno di 500 milioni di dollari per prevenire una crisi umanitaria ancora più grave in Iraq.
Secondo l’Unhcr, più di 11,5 milioni di siriani si trovano in una situazione che rientra nelle competenze dell’agenzia. Il numero di rifugiati siriani registrati nei diversi paesi del Nordafrica e del Medio Oriente è attualmente di circa quattro milioni, e alla fine del 2014 l’Unhcr stimava che nel paese ci fossero quasi otto milioni di profughi interni.
Gli aiuti forniti ai rifugiati e ai profughi interni siriani con ogni probabilità saranno ridotti, perché l’Unhcr dichiara di affrontare al momento “una grave crisi finanziaria”.
Da un recente rapporto di Unicef e Save the children emerge un deterioramento delle condizioni di vita dei bambini provocato dal brusco aumento del lavoro minorile in Siria e tra i rifugiati siriani. Un numero significativo di bambini siriani, alcuni dei quali di soli sei anni, lavora per garantire un guadagno supplementare alla famiglia. Tra le peggiori forme di lavoro minorile ci sono la prostituzione, i matrimoni forzati e il reclutamento in gruppi armati che operano nei paesi vicini.
L’emergenza umanitaria nello Yemen è la più recente nella regione mediorientale. È significativo che il documento di pianificazione delle attività dell’Unhcr in Yemen prevedesse che dalla seconda metà del 2014 675.400 persone sarebbero rientrate nelle competenze dell’Unhcr entro la fine del 2015.
La previsione è stata già ampiamente superata a causa dei combattimenti in corso in diversi punti del paese, e questo limita l’ingresso degli aiuti umanitari e costringe la popolazione a scappare dalle sue case.
Nello Yemen sono più di cinquecentomila i profughi interni, secondo alcune stime. Le rare statistiche disponibili riguardano soprattutto le persone che sono riuscite lasciare il paese. Da queste, emerge come solo una persona su tre abbia scelto di rifugiarsi in un paese confinante della regione del Medio Oriente e del Nordafrica. Il primo luglio 2015, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen ha dichiarato che il paese più povero della regione era a “un passo” dalla carestia.
L’Iraq, la Siria e lo Yemen sono tre dei quattro paesi al mondo classificati dalle Nazioni Unite al “livello 3” nella scala delle emergenze umanitarie, il livello più alto.
L’accoglienza e la sua assenza
Come già detto, il numero di profughi e di richiedenti asilo che
giungono alla frontiera meridionale dell’Europa è aumentato in modo
considerevole negli ultimi anni. Si è inoltre verificato un mutamento
nelle rotte seguite: gli arrivi più numerosi via mare sono quelli che
interessano il Mediterraneo orientale (dalla Turchia alla Grecia), una
rotta che ha ormai superato dal punto di vista del numero di persone
arrivate quella che passa per il Mediterraneo centrale (dal Nordafrica
verso l’Italia).
L’Unhcr ha inoltre rilevato come nel 2014 le richieste d’asilo
provenienti dal Nordafrica siano state respinte con maggiore frequenza,
sbarrando così la strada alla possibilità di ottenere lo status di
rifugiato. L’Unhcr ha constatato tassi di rifiuto del 43 per cento per i
richiedenti asilo iracheni e del 14,4 per cento per chi proviene dalla
Siria. Questi cambiamenti ed evoluzioni hanno dato luogo a tre
importanti squilibri.
Il primo riguarda i paesi di sbarco: Italia e Grecia accolgono la maggioranza di tutti gli arrivi via mare.
Il secondo riguarda la destinazione. Secondo l’Unhcr, la Germania e la Svezia hanno ricevuto il 43 per cento di tutte le richieste d’asilo nell’Ue. La Svezia è inoltre il paese dell’Ue con la più alta densità di rifugiati (15 su mille abitanti).
Il terzo riguarda il livello di sviluppo del paese di accoglienza. In realtà, nonostante la loro ricchezza i paesi occidentali accolgono una proporzione relativamente bassa di profughi, in continua crescita, mentre paesi meno sviluppati ne accolgono la maggioranza.
L’Unhcr sottolinea il problema strutturale della crisi dei profughi che emerge da questo terzo fattore di squilibrio, ossia il fatto che siano i paesi più poveri del sud a sopportare il peso maggiore della crisi. Per misurare questa incoerenza, l’Unhcr fa riferimento nel suo rapporto al prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto (pil/ppa) pro capite:
Il primo riguarda i paesi di sbarco: Italia e Grecia accolgono la maggioranza di tutti gli arrivi via mare.
Il secondo riguarda la destinazione. Secondo l’Unhcr, la Germania e la Svezia hanno ricevuto il 43 per cento di tutte le richieste d’asilo nell’Ue. La Svezia è inoltre il paese dell’Ue con la più alta densità di rifugiati (15 su mille abitanti).
Il terzo riguarda il livello di sviluppo del paese di accoglienza. In realtà, nonostante la loro ricchezza i paesi occidentali accolgono una proporzione relativamente bassa di profughi, in continua crescita, mentre paesi meno sviluppati ne accolgono la maggioranza.
L’Unhcr sottolinea il problema strutturale della crisi dei profughi che emerge da questo terzo fattore di squilibrio, ossia il fatto che siano i paesi più poveri del sud a sopportare il peso maggiore della crisi. Per misurare questa incoerenza, l’Unhcr fa riferimento nel suo rapporto al prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto (pil/ppa) pro capite:
Nel 2014, i 30 paesi con il numero più alto di profughi per dollaro
di pil/ppa per abitante appartenevano tutti al gruppo dei paesi in via
di sviluppo: 18 di questi 30 paesi rientrano nel gruppo dei paesi meno
sviluppati. Più di 5,9 milioni di profughi, cioè il 42 per cento dei
profughi di tutto il mondo, si trovavano in paesi in cui il pil/ppa pro
capite non superava i cinquemila dollari”.
Queste cifre non sono facili da capire, perciò facciamo un esempio paragonando Italia ed Egitto.
Alla fine del 2014, l’Italia accoglieva 93mila profughi; mettendo questa cifra in corrispondenza con il pil del paese, l’Italia accoglie un rifugiato per ogni 2,69 dollari di pil/ppa pro capite. Per contro, nel 2014 l’Egitto accoglieva quasi 240mila profughi. Più dell’Italia, ovviamente, ma altri paesi in Medio Oriente e Nordafrica ne accolgono cifre di molto superiori. Eppure per l’Egitto questo numero significa un profugo per 20,87 dollari di pil/ppa pro capite.
Alla fine del 2014, l’Italia accoglieva 93mila profughi; mettendo questa cifra in corrispondenza con il pil del paese, l’Italia accoglie un rifugiato per ogni 2,69 dollari di pil/ppa pro capite. Per contro, nel 2014 l’Egitto accoglieva quasi 240mila profughi. Più dell’Italia, ovviamente, ma altri paesi in Medio Oriente e Nordafrica ne accolgono cifre di molto superiori. Eppure per l’Egitto questo numero significa un profugo per 20,87 dollari di pil/ppa pro capite.
Il fardello della crisi appare così piuttosto basso per i paesi
dell’Ue. Anche il numero di profughi in proporzione alla popolazione
locale è piuttosto basso: si va da un rapporto di 0,29 profughi ogni
mille abitanti in Ungheria ai 15 in Svezia.
Giordania e Libano hanno in confronto indicatori molto diversi. Qui il rapporto tra numero di profughi per Pil Pba pro capite è superiore di almeno dieci volte, mentre il numero di profughi in rapporto alla popolazione locale è più che decuplicato. La Giordania accoglie un profugo per 61,67 dollari di pil/ppa pro capite, con una densità di 87 profughi su mille abitanti. Nel caso del Libano, abbiamo un rifugiato per 70,76 dollari di pil/ppa pro capite, 232 profughi ogni mille abitanti.
Questi squilibri determinano una sempre maggiore pressione sui paesi di accoglienza e sulle persone vulnerabili che vi cercano rifugio. Una simile situazione non è sostenibile.
Giordania e Libano hanno in confronto indicatori molto diversi. Qui il rapporto tra numero di profughi per Pil Pba pro capite è superiore di almeno dieci volte, mentre il numero di profughi in rapporto alla popolazione locale è più che decuplicato. La Giordania accoglie un profugo per 61,67 dollari di pil/ppa pro capite, con una densità di 87 profughi su mille abitanti. Nel caso del Libano, abbiamo un rifugiato per 70,76 dollari di pil/ppa pro capite, 232 profughi ogni mille abitanti.
Questi squilibri determinano una sempre maggiore pressione sui paesi di accoglienza e sulle persone vulnerabili che vi cercano rifugio. Una simile situazione non è sostenibile.
Negli ultimi due anni, l’approccio dell’Ue ai richiedenti asilo è mutato in modo radicale
C’è dunque una soluzione alla “crisi dei migranti nel Mediterraneo”,
come viene comunemente definita questa situazione umanitaria? È
necessaria a questo punto una delucidazione semantica. Un migrante può
essere inteso, secondo l’Unesco, come “qualsiasi persona che vive in
modo temporaneo o permanente in un paese in cui non è nato e con il
quale ha acquisito importanti legami sociali. Questa definizione può
tuttavia essere troppo restrittiva se si tiene conto del fatto che
alcuni paesi considerano migranti delle persone nate nel loro paese”.
Un profugo, secondo la convenzione di Ginevra, è “una persona che si trova fuori del paese di cui è cittadino o in cui risiede abitualmente e che, per la sua razza, la sua religione, la sua nazionalità, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche teme a ragione di poter essere perseguitato e di non poter ricevere protezione di questo paese dove, per il suddetto timore, non può tornare”.
Un richiedente asilo è una persona la cui domanda per l’accesso allo status di rifugiato è in corso di esame. Questa persona non beneficia ancora dello status di rifugiato. Un respinto, infine, è una persona a cui è stato negato lo status di rifugiato.
Il termine migrante è a volte usato al posto di profugo o richiedente asilo. L’uso della parola “migrante” altera la percezione che si ha dei richiedenti asilo, nega a queste persone il diritto di perseguire la propria sicurezza e degrada l’essenza e lo scopo della Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951. Quest’ultima è stata creata dopo la seconda guerra mondiale, per inquadrare dal punto di vista giuridico le fughe di massa provocate dal conflitto.
La crisi umanitaria supera ampiamente le dimensioni giuridiche e istituzionali: “Le persone che arrivano in Europa via mare sono in gran parte profughi in cerca di protezione da guerre e persecuzioni”, afferma António Guterres, l’Alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite.
Negli ultimi due anni, l’approccio dell’Unione europea ai richiedenti asilo è mutato in modo radicale: dalla ricerca e salvataggio (operazione Mare Nostrum), passando per il pattugliamento delle frontiere (operazione Triton) fino alle misure repressive contro i trafficanti di esseri umani (mediante una nuova operazione denominata Eu Navfor Med). Lo smantellamento dei canali di traffico di esseri umani è importante, ma non dovrebbe sostituirsi a un programma di sicurezza per i richiedenti asilo. Come ha dichiarato António Guterres:
Un profugo, secondo la convenzione di Ginevra, è “una persona che si trova fuori del paese di cui è cittadino o in cui risiede abitualmente e che, per la sua razza, la sua religione, la sua nazionalità, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche teme a ragione di poter essere perseguitato e di non poter ricevere protezione di questo paese dove, per il suddetto timore, non può tornare”.
Un richiedente asilo è una persona la cui domanda per l’accesso allo status di rifugiato è in corso di esame. Questa persona non beneficia ancora dello status di rifugiato. Un respinto, infine, è una persona a cui è stato negato lo status di rifugiato.
Il termine migrante è a volte usato al posto di profugo o richiedente asilo. L’uso della parola “migrante” altera la percezione che si ha dei richiedenti asilo, nega a queste persone il diritto di perseguire la propria sicurezza e degrada l’essenza e lo scopo della Convenzione delle Nazioni Unite per i rifugiati del 1951. Quest’ultima è stata creata dopo la seconda guerra mondiale, per inquadrare dal punto di vista giuridico le fughe di massa provocate dal conflitto.
La crisi umanitaria supera ampiamente le dimensioni giuridiche e istituzionali: “Le persone che arrivano in Europa via mare sono in gran parte profughi in cerca di protezione da guerre e persecuzioni”, afferma António Guterres, l’Alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite.
Negli ultimi due anni, l’approccio dell’Unione europea ai richiedenti asilo è mutato in modo radicale: dalla ricerca e salvataggio (operazione Mare Nostrum), passando per il pattugliamento delle frontiere (operazione Triton) fino alle misure repressive contro i trafficanti di esseri umani (mediante una nuova operazione denominata Eu Navfor Med). Lo smantellamento dei canali di traffico di esseri umani è importante, ma non dovrebbe sostituirsi a un programma di sicurezza per i richiedenti asilo. Come ha dichiarato António Guterres:
Il traffico e la tratta di esseri umani sono cose orribili. Le
persone sono sfruttate, i loro diritti calpestati e la gente muore
cadendo da imbarcazioni che non sono in condizioni di navigare.
Qualsiasi cosa si possa fare per smantellare queste reti di traffico è
positiva, ma ad alcune condizioni fondamentali: che siano garantiti la
protezione delle vittime e l’accesso al territorio europeo”.
I numeri e i grafici che abbiamo presentato sono sorprendenti. È
difficile ignorare la portata di questa catastrofe umana, dovuta anche
alle politiche migratorie in vigore.
“La migrazione è un problema umanitario e politico complesso. Il dibattito che lo circonda è fatto di posizioni politiche molto forti fondate su un insieme di prove fragili e di analisi mediocri. La tendenza dei politici a pensare con la pancia e non con la testa ha dato origine a posizioni ideologiche polarizzate che non sono sane e conducono a uno sviluppo mediocre delle politiche pubbliche”, si leggeva in un articolo pubblicato ad aprile di quest’anno sul sito di Times of Malta.
Lo scopo di questo articolo pubblicati è illustrare come l’uso dei dati e dei fatti possa consentire di prendere decisioni e formulare politiche pubbliche.
Leggendo queste cifre si delineano alcune linee guida. È necessaria un’azione collettiva all’interno dell’Unione europea. Come emerge dai dati, occorre affrontare con urgenza gli squilibri strutturali tra paese d’arrivo e di destinazione. Ancora una volta, nell’ambito dell’elaborazione delle politiche pubbliche, è necessario riformare il regime di asilo europeo comune per consentire programmi di insediamento facilitato, a cui tutti gli stati membri dell’Unione europea devono partecipare.
Le crisi che in questo momento sconvolgono i paesi del Medio Oriente e del Nordafrica mettono in evidenza la questione del sostengo finanziario necessario in questo tipo di situazioni. I paesi di transito e di destinazione sono compresi soprattutto in quest’area, e devono affrontare inoltre il peso dei profughi interni. Il sostegno finanziario alle grandi operazioni umanitarie è oggi ben lontano dall’essere sufficiente.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
“La migrazione è un problema umanitario e politico complesso. Il dibattito che lo circonda è fatto di posizioni politiche molto forti fondate su un insieme di prove fragili e di analisi mediocri. La tendenza dei politici a pensare con la pancia e non con la testa ha dato origine a posizioni ideologiche polarizzate che non sono sane e conducono a uno sviluppo mediocre delle politiche pubbliche”, si leggeva in un articolo pubblicato ad aprile di quest’anno sul sito di Times of Malta.
Lo scopo di questo articolo pubblicati è illustrare come l’uso dei dati e dei fatti possa consentire di prendere decisioni e formulare politiche pubbliche.
Leggendo queste cifre si delineano alcune linee guida. È necessaria un’azione collettiva all’interno dell’Unione europea. Come emerge dai dati, occorre affrontare con urgenza gli squilibri strutturali tra paese d’arrivo e di destinazione. Ancora una volta, nell’ambito dell’elaborazione delle politiche pubbliche, è necessario riformare il regime di asilo europeo comune per consentire programmi di insediamento facilitato, a cui tutti gli stati membri dell’Unione europea devono partecipare.
Le crisi che in questo momento sconvolgono i paesi del Medio Oriente e del Nordafrica mettono in evidenza la questione del sostengo finanziario necessario in questo tipo di situazioni. I paesi di transito e di destinazione sono compresi soprattutto in quest’area, e devono affrontare inoltre il peso dei profughi interni. Il sostegno finanziario alle grandi operazioni umanitarie è oggi ben lontano dall’essere sufficiente.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo reportage è stato pubblicato su Inkyfada all’interno del progetto #OpenEurope,
un osservatorio sulle migrazioni a cui Internazionale aderisce insieme
ad altri giornali. Gli altri partner del progetto sono Mediapart
(Francia), Infolibre (Spagna), Correct!v (Germania), Le Courrier des
Balkans (Balcani), Hulala (Ungheria), Efimerida ton syntakton (Grecia),
VoxEurop, Inkyfada (Tunisia), CaféBabel, BabelMed, Osservatorio Balcani e
Caucaso, Migreurop, Resf, Centro Primo Levi, La cimade, Medicins du
monde.

Commenti
Posta un commento