La questione ebraica e la furia del soldato



 
 
 
 
 
 
 
Q CODE Magazine > Libri > La questione ebraica e la furia del soldato La questione ebraica e la furia del soldato 04/09/2015 / 10 views di Agostino...
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Qualche giorno fa, in tutti i giornali online è girato un filmato in cui un soldato israeliano durante un rastrellamento per una protesta per gli insediamenti ebraici a Nabi Saleh, cattura un bambino che forse poco prima aveva tirato qualche pietra: braccio intorno al collo lo immobilizza quasi al limite del soffocamento e si rifiuta di lasciarlo nonostante l’intervento di familiari e altri attivisti che cercano di liberarlo. L’immagine è quella di Davide contro Golia, solo che qui Golia avrebbe avuto la meglio se non fosse intervenuto un superiore che intima al soldato di lasciare il bambino. Come ultimo gesto di odio e disprezzo il militare lancia una granata stordente tra i palestinesi intervenuti in soccorso del bambino. Un attivista italiano, Vittorio Fera, del Movimento Internazionale di Solidarietà (Ism), che stava filmando il rastrellamento, è stato arrestato e probabilmente verrà espulso da Israele.
È un’immagine raccapricciante. Che impone alcune domande. La prima: quanto odio ha questo soldato verso un bambino palestinese pressoché inerme, di cui ha occupato la terra, e che evidentemente si sente nel giusto nel volerlo arrestare a tutti i costi fino quasi ad ucciderlo?
Dove porterà questa educazione all’odio che consente al più forte di sentirsi legittimato ad imporre il proprio potere? E come è stato possibile che un popolo di perseguitati sia diventato a sua volta uno spietato persecutore?
Scrivo questo non per prendere queste immagini come simbolo del conflitto israelo-palestinese: nella guerra, nefandezze anche peggiori di queste se ne mettono in atto, da una parte e dall’altra. Quanto piuttosto per esplicitare a me e a chi mi legge come, in assenza di una politica che lavori per la pace ovvero per il futuro, i rapporti tra i due popoli siano determinati dalla violenza reciproca fino al vicolo cieco dell’autodistruzione. Violenza reciproca ma non uguale. Non si può infatti tacere la dismisura delle forze in campo, da una parte le pietre, gli attentati, e dall’altra le rappresaglie con bombardamenti aerei, carri armati e tutto l’armamentario possibile per annientare il nemico.
Israele in nome di una responsabilità, sempre collettiva, di fronte a un attentato applica la legge della rappresaglia contro i civili. Sono innumerevoli le stragi compiute in nome della sicurezza di Israele. Ed è incommensurabile l’odio che queste suscitano nella popolazione palestinese.
Tutto questo mi ha fatto riprendere in mano un libro che ho letto qualche mese fa, un libro di Edgar Morin che affronta la questione ebraica.
Innanzitutto l’antefatto. Morin, intellettuale progressista di origine ebraica scrive, nel 2002 un articolo per Le monde dal titolo “Israele – Palestina: il cancro”, l’articolo porta anche la firma di Danièle Sallenave e Sami Nair e viene citato in tribunale da France-Israel e dalla sua associazione Avocats sans frontières “per apologia del terrorismo e antisemitismo”. Alla faccia della libertà di stampa e di opinione.
Tre gradi di giudizio, nel primo la condanna; nel secondo l’assoluzione dall’accusa di apologia del terrorismo e la condanna per diffamazione razziale; nel terzo, nel 2006, l’assoluzione piena e la condanna a un’ammenda per gli accusatori.
È proprio vero che non tutti i mali vengono per nuocere, il risultato di questa lunga battaglia legale è un libro, Il mondo moderno e la questione ebraica, in cui Morin oltre a sviluppare un’interessante ricostruzione storica – dalla diaspora ai giorni nostri – raccoglie gli articoli che ha dedicato sull’argomento. Si tratta di documenti storici e riflessioni teorico-politiche che non possono che illuminare chi volesse affrontare la complessità di questo conflitto iniziato dalla fine della seconda guerra mondiale e ancora perdurante ai giorni nostri.
Di fronte all’isteria politica che deve inventarsi un mostro da abbattere per giustificare la propria esistenza, Morin rivendica la propria doppia identità ebraica e gentile sforzandosi, con la ragione, di superare entrambe in nome di una libertà di pensiero che dovrebbe essere la vera missione di un intellettuale. Del resto all’ostracismo Morin è abituato: traditore della Francia per aver partecipato alla Resistenza, traditore per essersi opposto alla guerra d’Algeria, traditore del socialismo per aver denunciato i crimini di Stalin e ora traditore degli ebrei per avere preso posizione contro le continue vessazioni a cui sono soggetti i palestinesi.
La fondazione dello Stato di Israele, nel 1948, la sua continua espansione ha avuto come risultato di rendere straniero il palestinese nella sua terra. In assenza di una politica, la storia è andata avanti con la potenza delle armi e, il radicamento dei contrapposti antagonismi, ha portato al fallimento dei negoziati di Oslo (1993) che secondo la formula “pace contro territori”, mirava al reciproco riconoscimento tra uno Stato palestinese e uno Stato ebraico.
I protagonisti di quel tentativo di dialogo furono Rabin-Peres per parte israeliana e Yasser Arafat per i palestinesi. Insigniti, nel 1994, del premio Nobel per la Pace. La storia però ha preso altre strade: Rabin fu assassinato, Peres travolto dall’opposizione interna. Nel 2001, Arafat umiliato dall’esercito israeliano, che praticamente lo confina a Ramallah in Cisgiordania nella sede dell’Autorità nazionale Palestinese da cui uscirà solo nel 2004 per andare a morire a Parigi, perde l’egemonia politica a vantaggio di Hamas. Così a contendersi la scena politica sono rimaste i partiti del non-dialogo: il Likud di Netanyahu e Hamas. Un enorme sproporzione delle forze militari in campo per una stessa politica quella della sopraffazione: a breve termine Hamas fa la politica del Likud favorendo, con i suoi attentati, il nazionalismo israeliano e a medio termine il Likud con le ritorsioni militari e le vessazioni al popolo palestinese consolida l’egemonia di Hamas.
“C’è forse una via d’uscita? si domanda Morin in un articolo del 2004 e continua: “un intervento a livello internazionale che comporti una forza di interposizione fra le due parti sarebbe la sola soluzione reale. Ma questa soluzione reale, e realistica, è oggi totalmente irrealistica. Quante tragedie ancora, quanti disastri, in prospettiva, se non si riuscirà a far entrare il realismo nel reale”.
Edgar Morin, Il mondo moderno e la questione ebraica, Raffaello Cortina Editore, euro 18,50

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