"Anche se andassi per le valli più buie, di nulla avrei paura,
perché tu sei al mio fianco". Il coro della scuola di Selvino attacca
Gam Gam,
la canzone ispirata al Salmo 23 che gli ebrei cantano durante lo
Shabbath. Sidney Zoltak, 86 anni, ascolta immobile un paio di strofe.
Poi alza un dito e si asciuga una lacrima. Nel 1945 era qui,
sull'altopiano, ospite della colonia di Sciesopoli insieme ad altre
centinaia di ragazzini ebrei che, come lui, erano scampati alla furia
nazista. Settant'anni dopo, alcuni di quei bambini sono tornati per
riabbracciarsi e per dire grazie a questo piccolo paese che seppe
accoglierli come figli suoi.


Una storia a lungo sconosciuta.

«Qui
ho passato il miglior periodo della mia vita - racconta invece Milton
Kostik -. Ero sopravvissuto ad Auschwitz, ma nessuno dei miei 37
familiari ce l'aveva fatta. Ero rimasto solo al mondo, così decisi di
lasciare la Polonia. I russi però bloccavano il confine: passai con un
passaporto greco falso. Arrivai in Italia e mi portarono a Sciesopoli».
Sidney lo guarda e lo abbraccia: «Ci siamo conosciuti qui, siamo amici
da settant'anni. Ricordare è duro, ma necessario. La storia di Selvino è
rimasta a lungo sconosciuta, ora spero che la insegnino nelle scuole.
Oggi è stato un giorno incredibile: ho ritrovato lo stesso rispetto che i
selvinesi ci riservarono allora». Quando rimette piede nel giardino
della colonia estrae lo smartphone e si mette a scattare foto alla
facciata, imitato dagli ex compagni. Poi i bambini di allora abbracciano
quelli di oggi, venuti a dar loro il bentornato.


Un nuovo giorno.

La
storia di Sciesopoli (chiamata così in onore di Antonio Sciesa,
patriota anti-austriaco) comincia in era fascista: ci vengono i giovani
balilla milanesi a passare l'estate. Dopo la fine della guerra, la
colonia viene
requisita dal Comitato nazionale di liberazione. È il posto ideale,
tranquillo e isolato: Luigi Gorini, scienziato e partigiano, lo sceglie
per dare rifugio agli orfani ebrei che la brigata ebraica dell'esercito
britannico va raccogliendo in giro per l'Europa. Un giovane tenente,
Moshe Zeiri, ne diviene il direttore. Nella vita civile è un maestro di
musica e a Sciesopoli introduce un metodo didattico che prevede non solo
lezioni di storia e lingua ebraica, ma soprattutto cori e balli. I
bambini, pesantemente traumatizzati dagli orrori dei lager e dei
rastrellamenti, ritrovano lentamente il sorriso e la voglia di vivere.
La notte è difficile, perché molti hanno gli incubi e gridano nel
sonno. Ma di giorno la luce rispunta in fondo all'anima. Si studia, si
impara a fare qualche lavoretto e soprattutto si gioca. I maschi, manco a
dirlo, rincorrono il pallone. E sfidano volentieri i coetanei del
posto: «Quante partite - ricorda il selvinese Dante Noris, 83 anni - e
quante sconfitte per noi. Non che loro fossero più bravi, però
applicavano il fuorigioco. Noi non sapevamo cosa fosse. L'arbitro
continuava a fischiare e noi non capivamo. Per fortuna poi ci
consolavano offrendoci marmellata e cioccolata». Era appena finita la
guerra, c'era più cibo nella colonia che fuori: gli ebrei americani
inviavano aiuti alimentari e i selvinesi ne approfittavano. Sciesopoli
aveva un effetto magnetico per i giovani del paese, attratti non solo
dal calcio e dalle merende: «C'era una magnifica piscina, dove le
ragazze ebree facevano il bagno e prendevano il sole - dice Alberto
Ghilardi, 74 anni -. A un certo punto le nostre mamme non ci lasciarono
più salire…».


Più di una colonia.

La
colonia fu una parentesi felice tra l'orrore dello sterminio («La mia
comunità contava 7mila ebrei. Ne restarono 70» spiega Sidney) e la
migrazione verso Israele. A partire dal 1946 molti bambini di Sciesopoli
si imbarcarono clandestinamente da Arenzano. Intercettati dagli
inglesi, che avevano limitato gli ingressi in Palestina, finirono nei
campi profughi di Cipro. Fu lì che Avram e Ayala si innamorarono dopo
essersi incontrati a Selvino. Ora vivono a Tel Aviv, da dove hanno
inviato il loro saluto affettuoso. Non c'è più invece Jacob Hollander,
uno dei più famosi compositori israeliani: si è spento alcuni mesi fa, a
82 anni. Aveva imparato ad amare la musica a Sciesopoli.


Salviamo Sciesopoli.

I
ricordi si accumulano nel 70esimo anniversario dell'apertura della
colonia ai bambini ebrei: dal 22 settembre 1945 alla fine del 1948
l'edificio ospitò circa 800 ragazzini. Chiuse a metà anni '80, dopo aver
accolto per altri quattro decenni minori in difficoltà, provenienti dal
Sud o dalle classi operaie. Da allora, i cancelli sono rimasti chiusi,
tranne che per i vandali, che hanno rubato e devastato ogni cosa:
«Piange il cuore a vedere questo posto ridotto così - sospira Nitza, la
figlia di Moshe -. Ricordo quei giorni come se fossero oggi. Gli alberi
sono cresciuti e anch'io sono diventata vecchia. Ma che bello pensare ai
giochi in giardino, alle passeggiate in montagna». Quando nevicava, i
bambini uscivano dalla colonia, si facevano prestare gli sci da una
signora che abitava vicino e si buttavano a capofitto giù per il pendio.
Una voglia di vivere che nemmeno il nazismo era riuscito a spegnere e
che emerge ancora oggi, nonostante i "Bambini di Selvino" abbiano
passato da un pezzo gli ottanta. Basta attaccare un ballo tradizionale e
li vedi scattare su dalle sedie, prendersi per mano e ballare in
cerchio.
Il sindaco, Diego Bertocchi, osserva compiaciuto: con l'aiuto
dello storico Marco Cavallarin e all'archivista Bernardino Pasinelli, il
Comune ha riaperto l'album della memoria. Altri, dalla Regione in giù,
si sono defilati. I politici, sempre pronti ad accorrere a inaugurazioni
e convegni, stavolta non si sono visti. Forse arrampicarsi sui
tornanti, proprio il sabato mattina, costava troppa fatica. «Vogliamo
salvare Sciesopoli dall'abbandono - dice Bertocchi -, abbiamo fatto
tanto per riscoprire la memoria e molto altro faremo. Ma qualcuno ci
deve aiutare, servono i soldi che noi non abbiamo. Da soli non ce la
possiamo fare, Selvino è un piccolo paese». Ma con un cuore grande così:
«Fuggii dalla Polonia - dice Sidney -, perché quando tornai nel mio
quartiere, dopo esser rimasto nascosto 14 mesi, la gente mi accolse
chiedendomi: "Ah, sei ancora vivo?". C'era antisemitismo ovunque. Qui
no, qui era tutta un'altra cosa».
(Bergamo post, 27 settembre 2015)
2
chance
La vita settant’anni fa ha dato una chance a
chi pensava di non avere un domani. Accadeva a Selvino, nella Bergamasca
nell’autunno 1945. Di lì passarono 800 bambini sopravvissuti ai Lager
d’Europa, e per tutti fu una lenta uscita dall’incubo. Oggi si ritrovano
lì, per ricordare a tutti noi, prima ancora che a se stessi, che
ricominciare è possibile. Ma non basta. Per farcela occorre anche che
chi sta intorno, chi non ha mai avuto la sensazione di essere a fine
corsa con molto anticipo rispetto a una normale aspettativa di vita, ci
metta del suo e non viva come un nemico chi viene da lontano e parla una
lingua estranea.
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