Grecia, il protettorato in maschera
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La
partita sul debito di Atene finisce con uno Stato sovrano in meno e un
po' di chiarezza in più sulla geopolitica dell'Eurozona.
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La partita sul debito di Atene finisce con uno Stato sovrano in meno e un po’ di chiarezza in più sulla geopolitica dell’Eurozona: al centro la Germania, qualche gradino sotto la Francia, Italia non pervenuta.
La Grecia ha cessato di esistere come Stato indipendente.
Restano i greci. Chiamati a sopportare non solo devastanti sacrifici economici, ma anche l’umiliazione di vedersi trattati da minori cui è interdetta la gestione dei propri affari.
La patria potestà è affidata pro forma a Bruxelles e Francoforte, di fatto a Berlino.
Padre severo, tentato dall’idea di disconoscere il pargolo. Infine
convinto a sceneggiare, per ora, la finzione di una residua sovranità
ellenica. Onde evitare che, con la dichiarazione di morte dello Stato
messo sotto tutela, si materializzi l’implosione dell’euro. Ovvero
dell’Unione Europea.
Scelta non spontanea, che molto deve alle materne insistenze di Obama e di Hollande,
oltre che alle resistenze di Draghi di fronte all’enormità di rischiare
la vita dell’euro e i paradigmi finanziari globali pur di sbarazzarsi
della piccola ma incorreggibile Grecia.
Al parlamento di Atene il compito di tradurre in accettabile neogreco leggi scritte dagli eurocrati
o direttamente dai burocrati nazionali tedeschi e francesi, che
provvederanno a correggere eventuali refusi. Destino dei protettorati in
maschera.
Per chi volesse ripercorrere la parabola della Grecia post-ottomana,
il provvisorio esito della più aspra trattativa mai prodotta in quel
laboratorio della negoziazione permanente che è l’Eurozona parrebbe
l’ennesima replica di una storia infinita. La Grecia fallì la prima
volta quando non era nata, nel pieno delle guerre di liberazione dal
giogo turco. Anno 1826. Malgrado fosse affidata prima a un re bavarese
poi a una dinastia danese – quanto di più “virtuoso” si possa immaginare
stando alle correnti tassonomie nordeuropee – la giovane monarchia
ellenica si indebitò fino al collo, costruendosi, fra bancarotte
ripetute ed esosi “salvataggi”, rappresaglie e commissariamenti da parte
delle potenze creditrici, una pessima fama finanziaria.
Quando il 2 gennaio 2001 la Grecia fu ammessa nell’Eurozona,
gli ottimisti stimavano che battezzandola membro della famiglia degli
eletti questa, finalmente responsabilizzata, avrebbe dismesso
l’abitudine a vivere troppo al di sopra dei propri mezzi. I diplomatici
tedeschi più illuminati giuravano sulla pedagogia dell’euro: la nuova
moneta avrebbe trasformato lo spirito di un popolo. Le cicale sarebbero
evolute in formiche.
Non è accaduto. Il dibattito sulla partizione delle colpe fra greci, tedeschi e altri europei
impegnerà a lungo la storiografia. Le (ir)responsabilità elleniche sono
palesi. Quelle altrui, prima coperte, sono emerse in questo atto della
tragedia greca – altri, purtroppo, seguiranno. E si compendiano nel
waterboarding cui Merkel e Schäuble, lei (apparentemente) con le buone
lui (visibilmente) con le cattive, hanno sottoposto Tsipras.
Il quale Tsipras, pur di non dare ai tedeschi la soddisfazione di dimetterlo su due piedi,
ha accettato di esibirsi in acrobatiche giravolte che l’hanno ridotto a
figura patetica più che tragica. Rinviando la resa dei conti, ma a un
prezzo che difficilmente un altro leader europeo avrebbe accettato.
Nella certezza che i sacrifici sono solo all’inizio, perché la stolida
austerità dei contabili nordici, travolta la sovranità dello Stato
greco, attacca ora la qualità della vita quando non la sopravvivenza
degli elleni – oligarchi e armatori a parte.
In questa partita si è meglio profilata la geopolitica dell’Eurozona.
Al centro, la Germania, dominante ma non egemone, con attorno un
ambiguo corteo nord- e mitteleuropeo, nel quale si sono stavolta
segnalati per vocazione satellitare slovacchi e baltici.
Un paio di gradini sotto, la Francia, cui i tedeschi concedono, con rattenuta insofferenza,
di apparire loro legittima associata. Stavolta Hollande ha però intuito
che la volontà di Stati Uniti e Cina di scongiurare l’involuzione
dell’eurocrisi in crisi mondiale avrebbe costretto la Germania a frenare
all’ultima curva. In attesa, forse, di ripartire fra non molto per
l’ultimo giro, quello che dovrebbe espellere l’ex Grecia dall’Eurozona.
Quanto all’Italia, ha evitato di esporsi.
Primo, perché non avremmo potuto permettercelo, consci di percorrere un
crinale sempre pericoloso. Secondo, perché quando in Europa il gioco si
fa duro, noi non siamo abilitati a parteciparvi.
O forse non ci sentiamo di farlo.
Eppure in questa come in altre crisi – qualcuno ricorda l’Ucraina? –
abbiamo visto Vilnius e Bratislava in prima linea. Paradossi di
un’Europa impazzita.
Articolo originariamente pubblicato su la Repubblica il 14/7/2015
Per approfondire: “Se Berlino detta legge all’Eurozona“

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