Giuseppe Damascell risponde a Paolo Mieli su Umberto Saba
Caro Paolo Mieli, consideravo Saba una specie di nonno. Gli volevo bene
anche osservando la considerazione e la premura con cui lo trattavano i
miei genitori quando, nell’immediato dopoguerra, fu a lungo ospite in
casa nostra. Volevo allora aggiungere, dopo aver letto il tuo
coinvolgente articolo Ebrei nemici degli ebrei , una mia testimonianza.
Sento di doverla al grande poeta e ancora più grande prosatore che è
stato Saba.
Sapendo che mio padre Giacomo, cui è dedicata la Storia e cronistoria del Canzoniere , aveva scritto una serie di conferenze sui profeti, un giorno gli disse, anzi gli sparò in pieno petto queste parole: «I profeti portano sciagura». Era quello il modo, tipicamente sabiano, di provocare per essere poi perdonato e sentirsi dunque nel perdono più amato.
Ancora. Una sera, a casa dei miei genitori, Saba si trovò in compagnia di Togliatti. Anziché rendergli omaggio, come altri convitati, il poeta del Canzoniere gli si avvicinò recitandogli una sua poesia sulle mani della Duchessa d’Aosta. Gelo in sala. Togliatti, divertito, conquistò viceversa Umberto tenendogli una lezione sulla casata sabauda. Ho riportato l’episodio nel mio libro Giacomino , nato anch’esso da un sabiano desiderio (non capito da taluni amici troppo amici o troppo nemici, non so) d’essere perdonato del mio eccessivo amore per il padre.
Di personale posso aggiungere che venendomi a prendere a scuola, nell’immediato dopoguerra, un giorno Saba mi disse: «Ricordati, stupidello, tutto ciò che è nero è cattivo. I preti, i fascisti».
Sapeva che io, cattolico di religione per volontà di mia madre di antica famiglia cattolica, passavo ogni sera mezz’ora (lo faccio ancora adesso, arrabbiandomi con me stesso) inginocchiato a pregare. Mi provocava perché mi voleva bene, andavamo insieme a Testaccio e mi comprava cartocci di olive perché Giacomo (mio padre) non voleva che mangiassi le olive. L’ebraicità è un privilegio che si sconta vivendo
Sapendo che mio padre Giacomo, cui è dedicata la Storia e cronistoria del Canzoniere , aveva scritto una serie di conferenze sui profeti, un giorno gli disse, anzi gli sparò in pieno petto queste parole: «I profeti portano sciagura». Era quello il modo, tipicamente sabiano, di provocare per essere poi perdonato e sentirsi dunque nel perdono più amato.
Ancora. Una sera, a casa dei miei genitori, Saba si trovò in compagnia di Togliatti. Anziché rendergli omaggio, come altri convitati, il poeta del Canzoniere gli si avvicinò recitandogli una sua poesia sulle mani della Duchessa d’Aosta. Gelo in sala. Togliatti, divertito, conquistò viceversa Umberto tenendogli una lezione sulla casata sabauda. Ho riportato l’episodio nel mio libro Giacomino , nato anch’esso da un sabiano desiderio (non capito da taluni amici troppo amici o troppo nemici, non so) d’essere perdonato del mio eccessivo amore per il padre.
Di personale posso aggiungere che venendomi a prendere a scuola, nell’immediato dopoguerra, un giorno Saba mi disse: «Ricordati, stupidello, tutto ciò che è nero è cattivo. I preti, i fascisti».
Sapeva che io, cattolico di religione per volontà di mia madre di antica famiglia cattolica, passavo ogni sera mezz’ora (lo faccio ancora adesso, arrabbiandomi con me stesso) inginocchiato a pregare. Mi provocava perché mi voleva bene, andavamo insieme a Testaccio e mi comprava cartocci di olive perché Giacomo (mio padre) non voleva che mangiassi le olive. L’ebraicità è un privilegio che si sconta vivendo
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