Egitto: il disastro nel deserto e l’arroganza nazionalista
Le tragiche morti nel
Deserto Occidentale dell’Egitto sono state coperte dalla propaganda di
regime che oscura l’urgente bisogno di responsabilità e trasparenza
nell’establishment militare, scrive Amr Khalifa
Di Amr Khalifa. Al-Araby al-Jadeed (15/09/2015). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.
Dodici persone sono morte perché le forze
di sicurezza egiziane, generalmente, impiegano un arrogante approccio
“prima sparate, poi chiedete”. Più che di un incidente, si tratta di un
disastro che rappresenta una noncuranza verso la vita umana che scorre
profondamente e violentemente nelle vene dell’apparato di sicurezza
egiziano. Stiamo arrivando ad un punto in cui la violenza non è un
incidente, ma la routine.
Primo, cosa sappiamo. La sparatoria,
intorno alle ore 14, è avvenuta quando il gruppo si è riunito per il
pranzo, ha riferito una fonte che lavora per Windows of Egypt, l’agenzia
responsabile del safari. Come da comunicato ufficiale del governo,
“mentre le forze di sicurezza stavano controllando la zona si sono
imbattuti nella carovana di turisti messicani ed è avvenuto
l’incidente”. Tuttavia, la versione non coincide con la storia
raccontata dalle fonti dell’agenzia. Il gruppo, composto da 14 messicani
e una donna statunitense “ha intrapreso la sua normale rotta, in
presenza di una scorta di sicurezza”. La rotta, insiste la fonte, era
“quella permessa dalle forze di sicurezza”. Il racconto è verificabile
con la mera presenza a bordo dell’autobus di un funzionario della
polizia locale , che è stato ferito e che avrebbe allertato la carovana
nel momento in cui fosse entrata in una zona proibita. Un’altra piccola
prova che contrasta fortemente la narrativa ufficiale è già emersa: il
permesso firmato dalle autorità per il safari dei turisti nel deserto,
che mostra l’arrivo del gruppo nella zona il 13 settembre.
Questo fatale errore, seppur
mortificante, non è singolare. Numerosi attacchi nel Sinai negli ultimi
mesi hanno dato la netta impressione che le forze non esercitano alcuna
attenzione quando operano in teatri in cui i civili sono vicini. Alla
base del problema c’è la mancanza di responsabilità di coloro che
possiedono armi, perché è stato attentamente costruito un sistema per
isolare una particolare fetta della classe dirigente. Conseguentemente,
l’Egitto è de facto uno Stato di polizia in cui l’art. 8 della
nuova legge antiterrorismo stabilisce che le forze non possono essere
ritenute responsabili per atti commessi mentre svolgevano il loro
lavoro. Questa dinamica, si potrebbe sostenere, riveste le forze di
sicurezza di una sorta di impunità che fa sì che tragedie come quella
del deserto siano possibili e probabili. E la gemella dell’impunità è
l’arroganza. “È il sistema di questo Paese, non avete il diritto di
metterlo in discussione”, ha detto il portavoce dell’esercito egiziano ,il generale Mohamed Samir.
Ci sono due fattori che avrebbero dovuto
essere di primaria importanza nella mente dell’esercito e della polizia.
Primo, l’operazione è avvenuta nel vasto e desolato Deserto Occidentale
che facilita la visibilità del obiettivo; non ci sarebbe dovuto essere
spazio per l’errore. In secondo luogo, in uno spazio così aperto,
lontano da ogni obiettivo militare, non c’è un’immediata “minaccia di
vita o di morte” che può legittimare una risposta così letale.
Lo scenario è ulteriormente complicato da
una mancanza di trasparenza e da una tardiva reazione della polizia e
dell’esercito nell’era di internet che richiede tutt’altro. Non solo le
scuse sono del tutto mancate, ma la dichiarazione del ministro degli
Interni ha reso chiari gli intenti del governo: le macchine erano senza
licenza e in una zona proibita. Per questa ragione la compagnia è sicura
di che il governo sporgerà denuncia contro di loro, nonostante le prove
a loro favore. Il tutto riflette la situazione dell’Egitto, in cui il
solo potere è concentrato nelle mani di uomini che rappresentano gli
interessi dello Stato, non le vittime della sua violenza, intenzionali o
“per errore”. A completare il quadro il controllo esclusivo delle
informazioni da parte dello Stato egiziano come parte della nuova legge
antiterrorismo.
Nessuno con una scintilla di sentimento
di cosa è giusto e cosa è sbagliato non dovrebbe rimanere in silenzio di
fronte a questa tragedia. Resta in silenzio ora e un disastro nel
deserto potrebbe avvenire nella strada vicino a te.
Amr Khalifa è un analista egiziano. Ha scritto per Daily News Egypt, Ahram Online, Mada Masr, Muftah e Arab Media and Society Journal.
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