Il significato della “gioventù” in Palestina



Commentto personale: geopolitico: un concetto importante e non più insulare

Analisi di un concetto geopolitico. Testimonianze ed immagini dalla Striscia di Gaza.
nena-news.it



Analisi di un concetto geopolitico. Testimonianze ed immagini dalla Striscia di Gaza.
foto Mahmoud Hams AFP
 di Cecilia D’Abrosca
Roma, 26 settembre 2015, Nena News – Alla domanda su cosa significhi essere giovani in Palestina, Mohammed J. risponde che “la gioventù non esiste nei Territori Occupati”; mentre Maher dice che “a Gaza a nessuno interessa la tua opinione, ciò che pensi o chi vuoi diventare da grande”. Ad essere premiato è il silenzio. La capacità di tacere diventa una strategia per assicurarsi una “quieta” sopravvivenza. Chiedo loro di “farsi occhio che vede”, che osserva l’ Europa e di raccontarla. Come appare l’Europa attraverso gli occhi dei rifugiati, prima, di cittadini comunitari, poi. Qual è la percezione che hanno dell’”altro” in questo caso europeo, sfidando ogni visione europeo-centrica. In quali forme i Paesi nei quali vivono oggi, concedono loro la possibilità di esprimere il senso della gioventù. Pongo queste ed altre domande a due ragazzi palestinesi che vivono in Europa da meno di 4 anni, rispettivamente in Svezia e in Turchia. Entrambi laureati, lavorano e sono impegnati nel campo dell’attivismo internazionale, a difesa dei diritti umani delle popolazioni della Palestina.
A Mohammed H. (ometto il cognome della famiglia per una questione di riservatezza), chiedo di soffermarsi su quale sia il grado di libertà di movimento e di circolazione che un giovane palestinese della sua età può esercitare entro lo spazio cittadino e al di fuori, posto che un tale esercizio sia condizionato da uno speciale permesso concesso dall’autorità israeliana. Mohammed ha 31 anni, è di Gaza. Si è laureato in Ingegneria Informatica all’Università di Tripoli e lavora ad Istanbul da cinque anni. Da giovani, i suoi genitori si trasferirono in Libia, arrivando lì come rifugiati. Mi spiega che i palestinesi di Gaza e del West Bank hanno un ID card di colore verde, rilasciato da Israele, che utilizzano come documento ufficiale, e solo alcuni di loro hanno il passaporto, che ha una validità di 5 anni ed è concesso dall’Autorità Nazionale Palestinese con l’okay di Israele. Cosa significa questo concretamente? L’impossibilità di lasciare la Palestina qualora non vi fossero “le circostanze” adatte ad ottenere il passaporto e l’autorizzazione. Mi spiega che, l’ID, o green card, si differenzia da quella di colore blu, rilasciata ai palestinesi che vivono a Gerusalemme Est. Il permesso di uscire dalla propria città e rientrarvi, è subordinata alle decisioni di Israele, o in alcuni casi dell’Egitto, unita alla pericolosità e fragilità degli equilibri politici al momento della richiesta.
foto Emad Badwan
foto Emad Badwan
In sostanza, la capacità dei palestinesi di esercitare i diritti della persona, riconosciuti come inalienabili, intrasmissibili, imprescindibili, irrinunziabili, non patrimoniali, è di tipo “discrezionale” e non giuridicamente garantito. Ciò accade poiché siamo in presenza di uno Stato, quello di Palestina, riconosciuto de facto e non de jure, dalla comunità internazionale: di uno Stato che pur avendo ottenuto l’indipendenza nel novembre del 1988, non esercita regolarmente l’effettività (l’esercizio del potere su una comunità territoriale specifica) e l’indipendenza, o sovranità esterna (l’organizzazione del governo non deve dipendere da un altro Stato). L’utilizzo di un colore diverso dei documenti ha lo scopo di facilitare l’individuazione della città o zona di provenienza dei palestinesi che sono in fila ai checkpoint, fissati da Israele per poter attraversare la città, recarsi altrove o ritornare a casa dopo il lavoro o l’università. I checkpoint sono stazioni di controllo militare, collocati in luoghi specifici, aventi lo scopo di controllare l’identità di chi li attraversa per garantire la sicurezza; a tal fine, alcuni militari dell’esercito israeliano compiono un piccolo interrogatorio ad alcune persone, dopo aver controllato loro i documenti, seminando chaos e ritardi. Un discorso simile va fatto, nel caso in cui, si debba lasciare la Palestina: a est, l’unica via d’uscita è la Giordania e i palestinesi che vogliano trasferirsi o solo fare un viaggio ad Amman, ad esempio, oltre al passaporto dovranno ottenere due permessi: dall’Autorità Nazionale Palestinese e da Israele; a ovest, occorrerà anche l’autorizzazione da parte dell’Egitto. Mi appresto, per qualche minuto ad immaginare la mia giornata o la mia vita, scandita da controlli ed attese, da forme di esercizio alla resistenza e al silenzio. E provo a raccontare di una quotidianità limitata e animata dal desiderio di giovani, e meno giovani, di fare in modo che “io sappia come stanno le cose”, che chiunque venga a conoscenza delle linee che la propria vita, disegnata da altri, può assumere.
–              Nel contesto palestinese quali sono le forme e gli spazi entro i quali i ragazzi possono esercitare il loro diritto ad essere felice? Quali sono quei momenti che ricordano loro di essere giovani e quali i motivi per cui si è giovani in Palestina. “In quanto palestinesi, non si è mai giovani!”, “vi è sempre una responsabilità verso qualcosa: la terra, la comunità, la famiglia, verso se stessi. Sai che non sei come gli altri ragazzi del mondo, perché lo impari da piccolo”. La crescita è accompagnata dalla consapevolezza di essere stranieri e di vivere in un Paese (il riferimento è alla Libia) dove non sei benvoluto nè accettato. Al contrario, se resti in Palestina sai di vivere in un territorio occupato (Gaza e West Bank), dove ben presto impari cosa significhi la povertà. Lewis, antropologo sociale, elabora la teoria della “cultura della povertà”, che accomuna i membri di una comunità, portatori di un insieme di valori e pratiche quotidiane che si oppongono a quelle dominanti, ma che trovano la loro conservazione, rafforzamento, perpetuazione, nell’unità del gruppo. Vale a dire, la fase giovanile è necessaria ad abituarsi sin da subito all’umiliazione dell’occupazione, alla mancanza di opportunità ed occasioni per migliorare se stesso. Essere giovani in Palestina significa terminare gli studi universitari, iniziare dei corsi post laurea, poi lavorare in aziende per poi essere malpagati e così maturare la decisione di andar via; da questo istante comincia la trafila per ottenere il visto d’ingresso per l’ Europa o Stati Uniti o Canada, per continuare gli studi o per cercare un lavoro migliore. Molti aspettano anni, e nell’attesa smettono di sognare.

foto Mohammed Abed - AFP
foto Mohammed Abed – AFP
Mohammed vorrebbe andare in Germania a far visita a sua sorella che vive là, ma le condizioni richieste per ottenere il visto d’ingresso prevedono garanzie economiche molto alte. Ha molti amici in Europa e mi fa notare che, nonostante le differenti storie di vita, tra loro vi è una comunanza ed affinità di valori: il rifiuto dell’oppressione, la violenza psicologica, quella verbale, il razzismo, la capacità di osservazione critica della realtà ed una consapevolezza maggiore. Infine, gli domando se vi è una parte di sé che ha lasciato in Libia ed un’altra che ha scoperto di avere, dopo il suo trasferimento e mi risponde: “Sono stato separato dalla mia famiglia e dai miei parenti due volte. A 9 anni a Gaza, perché volevo vivere con i miei cugini e zii e non volevo ritornare in Libia, ma non era possibile perché mio padre lavorava alle Nazioni Unite come traduttore. La seconda volta è stato quando ho dovuto lasciare i miei genitori e i miei 7 fratelli, per trasferirmi ad Istanbul, 5 anni fa, per aiutare l’economia della famiglia, ma a causa della precarietà economica e della difficoltà di ottenere il visto d’ingresso ci sentiamo e vediamo via Skype”. E aggiunge: ”Mi sento come se avessi vissuto due vite separate. Come uno straniero perennemente fuori posto”. Ciò che lo rende felice della sua nuova vita in Europa è la possibilità di incontrare persone di diversi Paesi e culture e poter viaggiare; dice di sentirsi una persona migliore perché ha iniziato ad aiutare i rifugiati siriani che arrivano in Turchia.
Maher preferisce che non venga usato il cognome della famiglia perché ha un fratello di 5 anni. E’ nato e vissuto a Gaza fino ai 24 anni, ora ne ha 27 e vive in Svezia. Ha una laurea in Economia conseguita all’Università di Gaza e parla quattro lingue: arabo, inglese, spagnolo, svedese e sta imparando l’italiano, ma non ha mai viaggiato, se non per lasciare la Striscia di Gaza. Maher dopo la laurea presenta un progetto di ricerca all’Università di Cuba, ma gli viene negata l’autorizzazione ad uscire da Gaza per proseguire gli studi. Mi spiega che, l’economia in Palestina “non esiste volutamente”, che la maggioranza dei giovani palestinesi, indipendentemente dal titolo universitario, lavora in Organizzazioni Non Governative o fonda associazioni tese a sensibilizzare e denunciare le violazioni dei diritti umani e informare le società occidentali su ciò che accade nei Territori Occupati. Lui, come molti altri, per motivi legati a questa attività, si è trasferito in Europa. Alcuni fondano organizzazioni a sostegno dei contadini e dei pescatori di Gaza che arrivano in Europa per far informazione nelle piazze, nelle scuole, nelle università, per raccontarci come si vive nella Striscia di Gaza o nelle città del West Bank, “Perché, dice Maher, mi rendo conto che per un reporter europeo non sia facile lavorare nella Striscia, filmare, raccontare e sperare che il “pezzo” una volta inviato in Europa non venga in qualche modo ridimensionato o rivisto nel suo contenuto integrale”. Da quasi due anni Maher ha lasciato Gaza e vive in Svezia, ha documenti rilasciati dalle autorità svedesi, ottenuti dopo aver trascorso più di un anno in tre campi di rifugiati. Ora possiede un unico documento nazionale, grazie al quale può muoversi in città ed uscire a tutte le ore, visitare i Paesi europei e incontrare i suoi amici, soprattutto spagnoli e italiani.
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“Oggi, se voglio andare in un’altra città posso farlo autonomamente. Se decido di visitare il Nord del Paese durante un fine settimana, posso organizzarmi a mio piacimento riguardo gli orari e la durata della permanenza. Questa è la libertà. Io ora ce l’ho”, aggiunge, “La vita è più facile ora per me in Svezia, loro ti dicono, l’importante è essere un buon cittadino e rispettare la legge”, tra tre anni, se continuerà ad osservare la legge diventerà cittadino svedese. “Qui, un giovane sente la presenza dello Stato, ti è vicino, ti aiuta in tutte le forme possibile, ad esempio nel campo dell’educazione: garantita ad ogni età e classe sociale”. Maher si stupisce del fatto che, per la prima volta in vita sua viene trattato come una persona che ha diritto ad esprimere la sua opinione, che non solo gli viene riconosciuto dalla legge, ma che a qualcuno interessa che questo esercizio di libertà sia possibile. “Vi è un insieme di diritti per ogni cittadino, che motiva a lavorare, a fare bene, a rispettare la legge a voler bene al Paese. Qui se i politici sbagliano, sono chiamati a rispondere”, dice lui. Per la prima volta egli si sente parte di qualcosa, sente che la sua presenza, la sua persona conta quanto quella degli altri. Che non è messo a tacere per timore di offendere qualcuno. Abbandonare, in questi casi, la sfera della propria esperienza è utile a comprendere la portata della rivoluzione nella loro vita; per la prima volta sperimentano l’esistenza di diritti e di libertà concesse loro: “Oggi sono considerato come un essere umano che può scegliere, decidere, agire”, “ho capito che ora posso costruire il mio futuro secondo le mie preferenze ed esigenze, sognare senza sentirmi minacciato”.
Cosa significa essere giovani a Gaza?, gli chiedo. Per alcuni minuti ci spostiamo in Palestina e gli chiedo di raccontarmi quale sia la posizione dei giovani, il loro rapporto con le autorità e la legge, la percezione che hanno del concetto di gioventù, la maniera di esprimere questo stato della mente. “Ho vissuto per 24 anni in una prigione, in una città-prigione, di nome Gaza, in cui nessuno crede che un giovane abbia il diritto né la libertà di esprimere la sua opinione. Ho vissuto la seconda Intifada, in un luogo in cui non sembrino esistere soggetti di diritti, ma solo di doveri; dove a nessuno interessa se dichiari il tuo pensiero o il contrario”. Le autorità ignorano il concetto di persona, di diritti associati alla persona. Ben presto un ragazzino si rende conto, già da piccolo, della situazione che vive ed ha due alternative: crescere in fretta, proteggere se stesso e la propria famiglia, arruolarsi nella Resistenza palestinese, oppure vivere nell’attesa che qualcosa cambi, ma senza mobilitarsi per i gazawi. Nella prigione palestinese dei Territori Occupati la vita non è solo più complicata dal punto di vista della partecipazione dei cittadini e del riconoscimento dei diritti civili e politici, la quotidianità stessa è più dura, poichè regolata da pratiche socio-culturali e modalità del vivere imposte. I disagi sono innumerevoli ed è difficile identificarsi con loro, poichè un europeo non vive tali condizionamenti: la scarsità dell’acqua potabile, delle fonti di riscaldamento e degli stessi prodotti della terra. Otto sono le ore giornaliere a disposizione per poter usufruite dell’energia elettrica. Cosa significa questo? Non avere la libertà di decidere fino a che ora e per quanto tempo leggere, non essere liberi di uscire nelle ore in cui non c’è corrente perché è tutto chiuso, interrompere la comunicazione con gli amici o con la propria fidanzata, se si usano telefonini cellulari, nonché l’impossibilità di poter lavorare al computer, creare, scrivere, chattare con gli amici che vivono all’estero. Se chiedi a qualunque palestinese qual è la cosa che non ha, ti risponderà, la libertà. La libertà di andare, fare, accendere una luce. Libertà di avere paura e di soffrire.
foto Tyler Hicks/The New York Times
foto Tyler Hicks/The New York Times
La gioventù palestinese di oggi è quella di una generazione che ha obiettivi di liberazione, di resistenza, di speranza di libertà. Che organizza e partecipa alle manifestazioni, che diffonde notizie tramite i social network o attraverso lo scambio comunicativo con coetanei che vivono dall’altra parte del mondo. Di cosa significhi la vita in quei contesti politici e sociali, di quanto valga la libertà personale, di movimento, di azione e di parola. Si fa dell’attivismo e dell’informazione una ragione di vita, un dovere morale, un principio da trasmettere. Vi è una educazione tacita alla trasmissione. La volontà di diffondere nello spazio e nel tempo, attraverso immagini, documentari, poesie e racconti di vita, il corso della vita di un intero popolo. I trentenni che lavorano con, e per istruire gli adolescenti, educandoli al valore della resistenza, della lotta, della capacità di sperare in un futuro privo di restrizioni. Così come, gli uomini e le donne adulte istruiscono le nuove generazioni alla memoria, alla determinazione nel preservare ciò che è rimasto da salvare, al valore del mantenimento di uno spirito resistente. Chiedo a Lubna B., docente di un College di Betlemme, di fotografarmi la situazione attuale della società nella quale vive. Mi risponde che i palestinesi sono stanchi, che la speranza non muore, ma che le due Intifada, le uccisioni di bambini, gli imprigionamenti seguiti da condanne prive di regolari processi (previsti anche per chi i reati li commette davvero!), la flebile voce della comunità internazionale, l’informazione scarsa e l’isolamento stanno dando i loro effetti. Lubna ha molti amici italiani pronti ad ospitarla per una vacanza in Italia, ma è ancora in attesa che l’ambasciata le conceda il Visto turistico. Il contesto doloroso, precario, insanguinato nel quale vivono rende tutto molto arduo. Se da un lato, la maggioranza dei giovani è ispirata da ideali di conservazione e diffusione della propria storia e vicenda umana, dall’altro la perdita di persone amate o dell’intera famiglia chiama in causa l’aspetto meramente psicologico. In particolare, su ciò che concerne gli effetti protratti nel tempo, che la vita “in queste condizioni” è in grado di generare sulla psiche di persone molto giovani che, in molti casi, sono privati della guida genitoriale o dell’intera famiglia. In questi casi, Maher dichiara, “l’unica strategia da adottare nel nome della sopravvivenza è crescere in fretta e pensare alla propria salvezza o decidere di perdersi”. E’ difficile costruire la propria personalità in questa terra, quando ciò a cui devi pensare non è la scelta del tipo di scuola e di università da frequentare, il quartiere in cui vivere, il viaggio da organizzare, il lavoro da svolgere e la casa da acquistare.
foto Suhaib Salem Reuters
foto Suhaib Salem Reuters
E’ complicato dedicarsi alla costruzione e conoscenza di se stessi quando sei impegnato a difenderti tutti i giorni, quando non ti è concesso esprimere te stesso, se non in forme e condizioni dettate da altri, che non rispecchiano la personale maniera di stare al mondo. Spesso le soluzioni vanno ricercate nelle vie di fuga, perché in molti casi sono quelle a segnare una rinascita. Non a caso, il livello d’istruzione dei ragazzi e delle ragazze palestinesi è tra i più alti nel mondo, soprattutto per ciò che concerne i corsi post laurea (Master, Dottorati, Scuole di specializzazione). L’educazione è vissuta come una modalità di riscatto sociale, di affermazione della propria individualità, ma anche come via di salvezza, ideale e materiale. Molti di loro tentano la strada degli studi in Europa o in Canada per scappare, ma soprattutto per conoscere quella parte di mondo in cui tutto sembra possibile e realizzabile, nel quale senti che a venti e a trent’anni puoi cambiare il mondo, che tutto è nelle tue mani, che puoi disegnare la tua vita come meglio credi. Alcuni di loro questo sentimento non lo proveranno mai, perché impossibilitati ad uscire dai territori palestinesi, per altri arriverà forse tardi, dunque marcato dall’esperienza che fa svanire quella base di incoscienza capace di preservarne l’assolutezza e la veridicità.

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