Il conflitto mediorientale sbarca sulle rive della Senna

18.07


Gian-Paolo Accardo
Doveva essere la vetrina della parte più più aperta, democratica e progressista di Israele, e invece l’iniziativa Tel-Aviv sur Seine, a Parigi, è stata l’occasione per l’ennesima polemica tra filo e anti israeliani, due categorie di militanti apparentemente inesauribili in Francia.
L’iniziativa, una giornata dedicata a Tel Aviv all’interno della manifestazione Paris-Plages, che trasforma il lungosenna in uno stabilimento balneare durante l’estate, era stata promossa dal comune di Parigi “nell’ambito dei suoi partenariati culturali con le grandi città del mondo”. Gli anni precedenti era toccato ad Atene, ad alcune città brasiliane e alla Polinesia. In programma dei food truck con specialità gastronomiche mediorientali, attività ludiche e due dj set. Niente di molto politico, quindi.
Eppure molte associazioni filopalestinesi e alcuni politici locali di estrema sinistra hanno chiesto che la manifestazione venisse annullata, denunciandone il “cinismo” e “l’indecenza”, a fronte della politica di colonizzazione di Israele. Contestavano anche il fatto che Tel Aviv, vera e propria bolla cool e tollerante all’interno di “un territorio in guerra”, possa essere considerata estranea al conflitto in corso e alla situazione geopolitica in Medio Oriente. Sulla piattaforma Avaaz una petizione che chiedeva la cancellazione dell’evento ha raccolto oltre 15mila firme.
In risposta le associazioni filopalestinesi hanno lanciato l’iniziativa Gaza Plage
La sindaca di Parigi, la socialista Anne Hidalgo, ha confermato l’iniziativa, sostenendo che “Tel Aviv rimane una città aperta a tutte le minoranze, comprese quelle sessuali, creativa e accogliente; in una parola, una città progressista e per questo odiata in Israele da tutti gli intolleranti. È a Tel Aviv che si sono svolte le manifestazioni di solidarietà più imponenti con la famiglia del bambino palestinese bruciato vivo da alcuni fanatici”.
Per non correre rischi, tuttavia, il comune ha dispiegato cinquecento poliziotti sul posto e installato delle barriere intorno al perimetro dove si svolge la manifestazione, proprio di fronte a Notre-Dame, mentre diverse associazioni filopalestinesi, autorizzate dal comune, hanno lanciato l’iniziativa Gaza Plage, innalzando striscioni e bandiere vicino agli ingressi e vendendo prodotti palestinesi. Il primo risultato è stato che in mattinata i giornalisti sul posto erano più numerosi dei visitatori. Il secondo è che i critici hanno avuto gioco facile a fare il parallelo tra le misure di sicurezza dispiegate sul lungosenna e quelle in vigore in Israele e ai check-point con la Cisgiordania e con Gaza.
Una nuova generazione di militanti
La giornata di oggi sarà anche un test per il nuovo prefetto di polizia di Parigi, Michel Cadot, entrato da poco in carica: il suo predecessore, Bernard Boucault, era stato molto criticato per la gestione disastrosa delle manifestazioni contro l’offensiva israeliana a Gaza di un anno fa. All’epoca, sottolinea Le Monde, “era emersa una nuova generazione di militanti filopalestinesi. Dei giovani, in particolare di origine magrebina, che si rivendicano ‘antisionisti’ e sono influenzati profondamente dal dibattito più ampio sul razzismo o la decolonizzazione. Sono loro, essenzialmente, che hanno invitato a protestare” contro Tel-Aviv sur Seine.
E sono anche loro che, sui social network, contribuscono, insieme ai loro corrispettivi filoisraeliani, all’inevitabile e inevitabilmente violenta polemica sull’opportunità dell’iniziativa: come ogni volta che viene evocato in qualche modo il Medio Oriente, gli estremisti salgono alla ribalta per condannare o difendere lo stato ebraico. A dimostrazione di quanto la questione palestinese sia sensibile in un paese che ospita le principali comunità ebraica e musulmana d’Europa e nel quale la radicalizzazione delle posizioni sul conflitto mediorientale è andata crescendo di pari passo con l’inasprimento della politica di colonizzazione del governo israeliano e con il moltiplicarsi degli attentati commessi da fondamentalisti islamici. Un paese in cui gli ebrei dichiarano di sentirsi sempre meno sicuri e i musulmani sempre più discriminati.
Per i giovani di oggi Oslo e il processo di pace sono cose da libri di storia
Ma la vicenda illustra anche la frattura che si è aperta tra le generazioni sulla percezione del conflitto in Medio Oriente, spiega sempre su Le Monde, Benjamin Barthe. Per il corrispondente da Beirut del quotidiano, gli organizzatori dell’evento, come la maggior parte di chi ha più di quarant’anni, “ragiona secondo lo schema di analisi del processo di Oslo”, il processo di pace avviato da Yasser Arafat, Yitzhak Rabin e Bill Clinton negli anni novanta. “Un paradigma che presuppone che i torti sono attribuiti in modo paritario tra le parti, che esse sono mosse dalla buona volontà e che quindi riunendole intorno a un tavolo, la pace finirà per emergere sotto la forma di due stati per due popoli. E quindi ogni progetto che punti a tessere legami, in particolare attraverso la cultura, va bene. Ogni mano tesa va valorizzata”.
Ma le cose sono cambiate nel frattempo, sottolinea Barthe: “Gli avversari di Tel-Aviv sur Seine non sono degli antisemiti mascherati. Se il movimento filopalestinese rifiuta sempre di più il discorso delle élite politiche e della stampa è perché, contrariamente a esse, non è più permeato dalla cultura di Oslo, dal suo linguaggio e dai suoi tic. I filopalestinesi di questi anni non vedono nelle violenze che insanguinano la regione lo scontro tra due nazionalismi che occorre riconciliare, ma un sistema di discriminazioni e di apartheid che bisogna abbattere. La parola d’ordine degli anni novanta era ‘negoziati’, oggi è Bds, acronimo di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele. Il suo scopo è rompere il sentimento di normalità – di cui Tel Aviv è il simbolo – che consente agli israeliani di mantenere la testa sotto la sabbia”.
Per i giovani di oggi Oslo e il processo di pace sono cose da libri di storia, mentre la realtà del Medio Oriente sono il muro tra Israele e i territori palestinesi, la chiusura ermetica della Striscia di Gaza e le offensive dell’esercito israeliano contro di essa, con il suo corredo di “danni collaterali”, aggiunge Barthe: “Una litania di crimini di guerra e di violazioni del diritto internazionale nel quale fanno fatica a trovare una traccia di buona volontà israeliana”.



PARIGI, 13 AGO - Il comune di Parigi ha deciso di mantenere la manifestazione 'Tel Aviv sur Seine', una giornata speciale dedicata alla città israeliana sulla spiaggia effimera di Paris Plage, e i militanti pro-palestinesi rispondono con una contro-manifestazione, battezzata 'Gaza Plage'. Magliette e striscioni verdi, con slogan come 'boicottate Israele' e volantini informativi, installati a poche centinaia di metri dall'evento 'ufficiale', ma nessuna voglia di creare disordini o tensioni. Anche perché sull'area vegliano circa 500 tra poliziotti e gendarmi, che controllano accuratamente ciascun visitatore e passano le borse al metal detector. Al momento, le due manifestazioni procedono nella calma. L'unico episodio da segnalare, riportato dal quotidiano Le Parisien, è stato il divieto di entrare nell'area di 'Tel Aviv sur Seine' per un gruppo di militanti con magliette bianche con la scritta 'Gaza soccer beach', che intendevano improvvisare una partita di pallone per attirare l'attenzione sulla loro protesta. (ANSA)

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