Eshkol Nevo :La casa brucia
Il
poeta Eshkol Nevo reagisce in versi all’uccisione del bambino
palestinese in un attacco terroristico israeliano in Cisgiordania. «La
Lettura» pubblica il testo
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Scrivere ora. Subito. Prima di abituarci a questo orrore. Prima che sia rimpiazzato da un altro orrore.
Scrivere ora. Nonostante sia Shabbat. Salvare vite ha la precedenza sul sabato.
Guardare la fotografia del bambino. Il suo volto. I suoi occhi sorridenti. Non distogliere lo sguardo.
Non negare. Non reprimere come sempre reprimiamo le ingiustizie.
Immaginare i genitori che corrono nella camera in fiamme per salvarlo. E non riescono.
Immaginare noi che corriamo nella casa per salvare le nostre figlie. E non riusciamo.
Pensare ai suoi ultimi momenti. Al suo pianto che lentamente si spegne.
Pensare a una piccola tomba. Pensare che persone che si definiscono ebrei hanno fatto questo.
Pensare che è una vergogna che il loro essere ebrei non possa venir ritirato, come si ritira una patente.
Vergognarsi.
Vergognarsi di loro. Vergognarci di noi. Di far parte del popolo che ha prodotto queste persone.
E le persone che hanno bruciato Mohammed Abu Khdeir.
Essere arrabbiati.
Non mitigare la rabbia con gli argomenti razionali di un articolo. Ci sarà tempo per questo in futuro. Nel frattempo, essere semplicemente arrabbiati.
Con i pazzi che hanno fatto questo.
Con le persone che li sostengono con il loro silenzio.
Con i rabbini che hanno il potere di fermare questa follia. E scelgono di non farlo.
Con gli amici religiosi, alcuni dei quali soffrono di una intollerabile cecità morale quando si tratta di arabi.
Con i servizi di sicurezza, che hanno fallito più e più volte nel tentativo di fermare il terrorismo ebraico.
Con il governo, che non ha incaricato i servizi di sicurezza di dare a quel tentativo priorità assoluta.
Con il primo ministro, tanto preoccupato dell’Iran che non si è accorto che la casa brucia.
Con noi stessi.
Anche noi ci siamo preoccupati di altro. Quasi sempre. Schiacciati dalle ruote della vita e del mutuo. Abbiamo permesso che ci fosse il fascismo.
Pensare che non era questo l’ideale. Non era per questo che abbiamo fatto il servizio militare.
Non era per questo che lo Stato ebraico è stato fondato.
Non per bruciare i bambini nel sonno.
Pensare che ci piacerebbe vivere da qualche altra parte, dove la gente parla del tempo che fa.
Dove le persone non fanno agli altri cose del genere.
Sapere che non possiamo vivere in nessun altro posto. Che siamo troppo legati, con ogni nostra fibra, a questo luogo.
Alle nostre memorie. Alla nostra lingua. Ai nostri amici. Compresi quelli di loro che sono religiosi.
Sapere che non c’è alternativa all’alzarsi in piedi e al combattere per l’immagine di questo paese: una minoranza (sì, una minoranza), che è fanatica, violenta, oscurantista e razzista sta gradualmente appropriandosi delle politiche dello Stato di Israele.
Quella minoranza lo sta trascinando in un abisso morale. E sta mettendo a rischio la sua stessa esistenza. E questo significa una sola cosa:
La maggioranza silenziosa deve, semplicemente deve, smettere di essere silenziosa.
Prima che sia troppo tardi.
(Traduzione dall’inglese di Maria Sepa)

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