Dawabsha non hanno diritto a risarcimento antiterrorismo



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La legge prevede che lo Stato di Israele indennizzi i suoi cittadini e non, spiega il quotidiano Haaretz, i palestinesi che vivono sotto occupazione militare.
ali
di Michele Giorgio

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Gerusalemme, 11 agosto 2015, Nena News – I membri superstiti della famiglia Dawabsha, la cui casa è stata incendiata da “terroristi ebrei”, parole pronunciate dallo stesso presidente israeliano Reuven Rivlin, non saranno riconosciuti come vittime del terrorismo da parte di Israele e non avranno diritto a ricevere un risarcimento.
La legge israeliana infatti prevede che lo Stato risarcisca i cittadini israeliani colpiti da atti di terrorismo. Questa legge, spiega il quotidiano Haaretz, non si applica ai palestinesi che vivono sotto occupazione militare. Pertanto la famiglia Dawabsha, che ha perduto un bimbo di 18 mesi, Ali, e suo padre Saad nel rogo provocato da estremisti ebrei, dovrà presentare una richiesta speciale che sarà valutata da una commissione del ministero della difesa.
A nulla sono valse le proteste del parlamentare arabo israeliano Yusef Jabarin che ha chiesto al procuratore generale Yehuda Weinstein di mettere in atto gli stessi diritti di indennizzo assicurati agli israeliani anche per le vittime palestinesi del terrorismo ebraico. L’avvocato Dan Yakir, dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, ha aggiunto che i coloni ebrei feriti dai palestinesi ricevono automaticamente un risarcimento negato invece ai palestinesi. “Questo è un altro esempio della disparità intollerabile tra coloni e palestinesi in Cisgiordania, in tutti gli ambiti della vita”, ha sottolineato.
La Cisgiordania si conferma un territorio con due giustizie, una per i coloni israeliani e un’altra per i palestinesi. Due date spiegano bene questa doppia giustizia. Sera del 12 giugno del 2014. Tre ragazzi ebrei – Gilad Shaer, Naftali Frankel, Eyal Ifrach – scompaiono nella zona tra Betlemme ed Hebron. Le autorità israeliane denunciano un sequestro a scopo politico compiuto da una cellula di Hamas. Nei giorni e nelle settimane seguenti circa 400 palestinesi sono arrestati e un’altra trentina restano uccisi durante i raid e le incursioni dei militari israeliani in città e campi profughi. L'”indagine” - dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi – sfocia nell’offensiva israeliana “Margine Protettivo” contro Gaza, con le conseguenze devastanti che conosciamo. Notte tra il 30 e il 31 luglio 2015. Due case palestinesi sono date alle fiamme nel villaggio di Kfar Duma, a ovest di Nablus. Nel rogo muore arso vivo il piccolo Ali Dawabsha, 18 mesi, e una settimana dopo il padre Saad (la madre e il fratello sono ancora in ospedale in condizioni critiche). Undici giorni dopo, esercito e servizi segreti israeliani non sono andati oltre qualche fermo in alcune colonie e un ordine di detenzione amministrativa (senza processo) per sei mesi nei confronti di tre estremisti ebrei già noti per i loro ripetuti attacchi contro moschee, chiese e villaggi palestinesi. Tutto qui.
L’altra sera, qualche ora dopo la morte in ospedale di Saad Dawabsha e l’annuncio dell’arresto di nove israeliani nella colonia di Givat HaBladim e nell’avamposto colonico di Adei Ad (vicino a Kfar Duma), l’agenzia di stampa della destra religiosa Arutz 7, aveva riferito dell’imminente liberazione di tutti i fermati per mancanza di prove. Ed è andata proprio così. Tutti i fermati sono stati rilasciati. Alla luce della tanto sbandierata efficienza del servizio di sicurezza interno israeliano (Shin Bet), è davvero difficile credere che gli investigatori non abbiano alcuna pista o elemento utile per arrivare ai colpevoli del rogo di Kfar Duma. Qualche giornale israeliano sostiene che le indagini presto porteranno alla cattura dei responsabili della morte di Saad e Ali Dawabsha. Al momento però poco o nulla è seguito ai proclami sull’uso del “pugno di ferro” con gli estremisti lanciati dal premier Netanyahu e la condanna del terrorismo ebraico fatta dal capo dello stato Rivlin. La doppia giustizia emerge ad ogni occasione.
Da parte loro i palestinesi ripetono di avere il diritto di proteggersi e continuano ad organizzare “comitati di difesa” per i villaggi più esposti a possibili raid notturni. Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen, raggiunto da critiche durissime dopo il progrom a Kfar Duma, ha annunciato attraverso il suo rappresentante a Qaliqilya, Mahmoud Waloul, la formazione di una sorta di “guardia nazionale” a protezione dei centri abitati.
Ben diversa è la velocità degli investigatori israeliani quando i sospettati sono palestinesi. Ieri, ad esempio, è stato rinviato a giudizio un abitante della Cisgiordania, Osama Asaad, accusato di complicità nell’uccisione di un colono israeliano compiuta a giugno da un altro palestinese, Mohammed Abu Shaheen, arrestato poco dopo l’attacco. In pochi giorni lo Shin Bet è arrivato ai presunti colpevoli.  Nena News

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