Suor Alicia e i muri da abbattere






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Romina Gobbo, 28/06/2015 
«Come comboniane ci siamo chieste come restare cristiane in questa realtà di conflitto, in una situazione costante di violenza, come restare una presenza di riconciliazione». Le parole sono della missionaria comboniana Alicia Vacas Moro. Le religiose sono a Betania, vicino a Gerusalemme. La presenza di riconciliazione l’hanno realizzata difendendo il diritto dei bambini palestinesi di andare a scuola, affiancando la lotta dei beduini, intrecciando dialoghi di pace, ma anche denunciando e combattendo la tratta dei migranti in Israele. Per queste ragioni a suor Alicia e alle sue consorelle Pax Christi ha anche assegnato il Premio “Ponti e non muri 2015”.
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All’inizio c’era un punto di passaggio, poi nel 2009 c’è stata la chiusura definitiva, niente più vani. «Maestra, è chiuso, è chiuso», si disperavano i bambini. In un primo momento percorrevano i 18 chilometri per arrivare attraverso l’altro check point (quello di Gerico), poi le code infinite e i controlli assurdi hanno stremato le famiglie. Cinquantasei bambini, poi 11, poi 4. Alla fine, hanno rinunciato, così come i padri spesso, per lo stesso motivo, rinunciano al lavoro.
«Siamo state separate dai nostri bambini, dalle case dei cristiani, dalla chiesa di Lazzaro, Marta e Maria, che era il senso della nostra presenza lì», spiega suor Alicia. «In un solo giorno, senza muoverci, abbiamo cambiato Stato. Eravamo sotto l’Autorità Palestinese, Oggi Betania è  un quartiere arabo di Gerusalemme, sotto Israele, con tutto quello che ha comportato anche dal punto di vista dei servizi: la rete, i rifiuti, gli allacciamenti, tutto cambiato. Betania non è più il luogo “romantico” dove Gesù incontrava i suoi amici, è una delle tante frontiere dalle quali passa il muro di separazione, un modo per accaparrarsi la terra palestinese».
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Le Comboniane hanno anche denunciato una rete di traffico di esseri umani, che attraverso il Sinai arrivavano sfiniti a Tel Aviv. «Avevano le gambe bucherellate dai proiettili, ustioni, segni di tortura, le donne chiedevano di abortire i figli della violenza».



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