Conflitto in Yemen: vittime degne contro vittime non degne
Cristina Gulfi il 15 luglio 2015
Il movimento di solidarietà globale deve dire con chiarezza che tutte le vittime nello Yemen meritano pace e stabilità
Di Afrah Nasser. Your Middle East (10/07/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.
La guerra in Yemen infuria ormai da 4
mesi. Si contano 19.000 tra morti e feriti e più di 1,2 milioni di
sfollati – numeri che continuano a crescere in maniera allarmante. In
questo Paese devastato e straziato dalla violenza, tuttavia, ci sono
vittime ingiustamente ritenute non degne da tutte le fazioni in guerra.
In particolare, i cittadini del sud dello
Yemen sono considerati tali da parte degli Houthi e del loro alleato,
l’ex presidente Saleh, con il pretesto che sono jihadisti o membri di
Al-Qaeda. Le forze congiunte Houthi/Saleh hanno poi modificato la loro
propaganda per sostenere che stavano combattendo contro Daesh (ISIS).
Inoltre, hanno manipolato i media locali ed internazionali per
evidenziare come la coalizione guidata dall’Arabia Saudita stesse
commettendo dei massacri del nord dello Yemen. Per gli Houthi infatti,
quelle sono le uniche vittime degne.
Al tempo stesso però, la resistenza
sudista considera e tratta le vittime come non degne. Ma perché?
Probabilmente perché l’antagonismo ha raggiunto un punto di non ritorno
ed è sorprendente come queste posizioni siano totalmente prive di
qualsiasi principio morale.
Il popolo yemenita è stato il principale
martire non degno del tentato colpo di stato degli Houthi contro il
presidente Hadi. Gli Houthi hanno represso il dissenso fin dalla loro
espansione da Saada a Sana’a. Nella fattispecie, da settembre 2014 ci
sono stati decine se non centinaia di attivisti, giornalisti, difensori
dei diritti umani in tutto il Paese molestati, rapiti, torturati –
alcuni fino alla morte.
Senza giustificare in alcun modo i raid
aerei della coalizione a guida saudita, questi sono stati una reazione
alla violenza già messa in essere dagli Houthi. Il 26 marzo, la
coalizione era formata da 11 Paesi arabi, mentre gli altri 11 restavano a
guardare in silenzio. L’obiettivo della coalizione era ristabilire la
legittimità del presidente Hadi, ritenuto l’unica vittima degna che
meritava di rimanere al sicuro a Riyadh.
Coloro che sono fuggiti dalla violenza
rifugiandosi in Somalia, Gibuti, Sudan o altrove sono stati a loro volta
trattati come vittime non degne: maltrattati, offesi, hanno davanti a
loro un futuro totalmente incerto. Una cosa deve essere chiara: uno
stato che chiude le porte a degli esseri umani in fuga dalla morte
commette un’altra forma di violenza.
Queste sofferenze rappresentano una
catastrofe umanitaria senza precedenti. In Yemen milioni di persone sono
minacciati dalla fame perché l’assistenza alimentare non li raggiunge,
mentre le forze Houthi usano cibo e medicine come armi da guerra. Peggio
ancora, più di 15 milioni di persone necessitano di assistenza medica e
moltissimi feriti muoiono perché gli ospedali stanno chiudendo. Si
stima inoltre che 20,4 milioni di persone abbiano bisogno di acqua
potabile.
Mentre le sofferenze degli yemeniti
continuano, un piccolo movimento di solidarietà globale sta cercando di
sfidare l’egemonia saudita sulla narrativa dei media. Si tratta
dell’unico aspetto di questa guerra che fa sì che gli yemeniti credano
ancora in un senso di umanità condiviso. Le atrocità commesse dalla
coalizione a guida saudita, tuttavia, vanno condannate tanto quanto
quelle perpetrate dagli Houthi. Chi è solidale con il popolo yemenita
deve dire con chiarezza che tutte le vittime meritano pace e stabilità.
Ad ogni modo, per quanto la solidarietà
globale sia apprezzata, quello di cui lo Yemen ha disperatamente bisogno
è l’azione di quei membri della comunità internazionale in grado di
influenzare le parti del conflitto. Nel frattempo, chi sta permettendo
l’aggravarsi della crisi umanitaria è responsabile di atti che
potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità.
Afrah Nasser
è una blogger yemenita, scrittrice, laureata in comunicazione
all’Università di Göteborg in Svezia e co-fondatrice di The Yemeni
Salon.
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