Amira Hass : articoli mese di Giugno- Luglio

 

 
 
 
“E così anche tu digiuni?”, mi ha detto F sorridendo mentre facevamo la fila per prendere la tradizionale ciotola di zuppa che si mangia durante il Ramadan. In fila con noi c’erano anche dei cristiani e degli atei: eravamo stati invitati da un’organizzazione internazionale a un iftar. Leggi
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Una mattina in un tribunale militare israeliano




Le autorità del tribunale militare di Ofer, in Israele, mi permettono di tenere la macchina fotografica. Però non posso scattare foto durante l’udienza né ritrarre i giudici, il giovane procuratore e i soldati e le guardie che entrano ed escono dalla sala.
Sono qui per seguire il caso di un ragazzo accusato di aver aggredito un poliziotto mentre l’amministrazione “civile” israeliana demoliva un palo dell’elettricità nel suo villaggio beduino. Il ragazzo e suo padre sostengono l’esatto contrario. Secondo loro è stato il poliziotto ad aggredire il padre, che stava cercando di spiegare che il palo non poteva essere demolito in attesa di una sentenza dell’alta corte. Il ragazzo sarebbe intervenuto solo per difendere il padre.
Un altro giudice lo aveva lasciato in libertà in attesa del processo, ma la procura ha presentato appello contro la decisione. Io sono in tribunale in attesa della nuova decisione, ma a quanto pare bisognerà aspettare qualche giorno.
Poche ore prima, il tribunale ha discusso in appello il ricorso contro la scarcerazione di un avvocato, accusato di aver consegnato illegalmente un telefono cellulare a un detenuto. La moglie dell’avvocato voleva sedersi su una panca di fronte a lui. “È vietato”, le ha detto una guardia. “In base a quale legge?”, ha ribattuto l’avvocato. “Quella che mi costringe a stare seduto su panche di ferro quando mi portano da una prigione all’altra? Quella che mi ha tenuto in prigione per cinque mesi, senza alcuna prova?”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato pubblicato il 9 luglio 2015 a pagina 27 di Internazionale, con il titolo “Una mattina al tribunale militare”. Compra questo numero | Abbonati

 

In Serbia il nazionalismo è sempre in agguato




Il suo nome è Jovana, ha dieci anni e suona il violino in modo limpido e sicuro. La custodia del suo strumento si riempie rapidamente di dinari, lasciati dalle persone che percorrono le strade dello shopping a Belgrado, in Serbia. La giovane madre (due croci al collo e un’altra bambina piccola tra le braccia) osserva la sua piccola violinista con l’aria soddisfatta. Devono coprire i costi di un concorso a cui la bambina ha partecipato l’anno scorso in Italia.
Jovana ha cominciato a studiare il violino tre anni fa. La madre non lavora. Il padre cerca di tirare avanti come può. Nella stessa strada ci sono almeno altri quattro musicisti, compresa un’altra bambina violinista. Ma nessuno riceve le attenzioni di Jovana. Qui le persone sono gentili, mi spiega il giovane coordinatore del mio intervento a una conferenza. Ma sotto la superficie il nazionalismo è in forte crescita.
Qualche giorno prima ho visto Vojislav Šešelj, sotto processo al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia all’Aja, aizzare una folla di nazionalisti davanti agli edifici di Belgrado bombardati dalla Nato nel 1999. Non ho chiesto al tassista cosa pensasse di questo comizio e invece l’ho lasciato parlare: “Oggi Belgrado non è come trent’anni fa”. “In che senso?”. “È piena di immigrati dalla Bosnia, dalla Croazia e dal Montenegro”. “Ma sono sempre serbi, no?”. “Sì, ma sono come gli indiani negli Stati Uniti”. Sono rimasta stupita, ma non avevo idea di cosa intendesse. Poi ha chiarito: “Sono tutti stupidi”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato pubblicato il 3 luglio 2015 a pagina 30 di Internazionale, con il titolo “Sono tutti stupidi”. Compra questo numero | Abbonati

 

 

 

Visite speciali per il Ramadan



È cominciato il Ramadan, e alle otto del mattino le strade sono quasi deserte. Il digiuno spinge le persone a dormire fino a tardi. Alcuni però si alzano presto per lavorare, come il tassista che mi porta al tribunale militare. L’inizio del processo contro Khalida Jarrar è previsto per le 9.30 e voglio arrivare presto al checkpoint.
Tassista: “Hanno revocato i permessi per colpa dell’attacco di ieri” (un diciottenne di Sair, vicino a Hebron, ha accoltellato a Gerusalemme un poliziotto israeliano). Io: “Sì, lo so”. T: “Io ho un permesso speciale per andare a Gerusalemme”. Io: “Per il Ramadan?”. T: “No, sono cristiano”. Io: “Di dove?”. T: “Taybeh”. Io: “Anche a te hanno revocato il permesso?”. T: “No, il mio è gestito dalla chiesa. Vado a trovare mia moglie e i miei figli. Lei è di Gerusalemme. Non possiamo vivere insieme per colpa del muro. Se si trasferisse da me nel villaggio, le toglierebbero la residenza e resterebbe senza documenti”.
Nel cortile recintato del tribunale militare, in attesa di entrare, alcuni ragazzi mi raccontano perché sono lì, la maggior parte per infrazioni stradali (sì, se ne occupa un tribunale militare).
Khalida Jarrar è stata eletta al parlamento palestinese nella lista Abu Ali Mustafa ed è accusata di far parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, perché ha fatto visita ad alcuni ex prigionieri. È stata arrestata il 2 aprile, mentre io ero all’estero. Ora ho finalmente l’occasione di rivederla, come giornalista e come amica.
Traduzione di Andrea Sparacino
Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2015 a pagina 27 di Internazionale, con il titolo “Giornalista e amica”. Compra questo numero | Abbonati




  • 23 Giu 2015 10:08

Domani andrà peggio: intervista con Amira Hass su Israele e Palestina

Il nuovo governo di destra guidato di nuovo da Benjamin Netanyahu, l’isolamento internazionale di Israele, la situazione economica e sociale di Gaza e l’allontanarsi della soluzione di una pace basata sul principio dei due stati per due popoli. Intervista con la giornalista israeliana Amira Hass. Leggi

La ministra israeliana che censura tutti



La nuova ministra della cultura israeliana, Miri Regev, ex portavoce dell’esercito, ha congelato i fondi statali per il teatro arabo Al Midan di Haifa dopo la messa in scena di uno spettacolo basato sugli scritti di un prigioniero palestinese, Walid Dacca. Trentadue anni fa Dacca faceva parte di una cellula del Fronte popolare per la liberazione della Palestina che aveva rapito e ucciso un soldato israeliano.
Trent’anni di carcere hanno trasformato Dacca (cittadino israeliano) in una specie di filosofo. Le sue riflessioni sulla vita in prigione, sull’omicidio e sulla società palestinese sono una lezione illuminante sulla condizione umana. Eppure la società israeliana non sembra interessata. La ministra ha insinuato che il teatro ha ricevuto finanziamenti di “dubbia provenienza”. Formulare accuse di questo tipo senza prove è un tipico atteggiamento dei regimi repressivi.
Regev ha minacciato di tagliare i fondi anche alla cineteca di Gerusalemme, che aveva incluso nel programma del suo festival un film su Yigal Amir, l’assassino di Yitzhak Rabin. Il regista è un immigrato dell’ex Unione Sovietica e condivide le ragioni di Amir. La cineteca ha poi cancellato la proiezione. Alcuni registi di sinistra hanno denunciato la trasformazione del ministero della cultura in ministero della censura, mentre quelli di destra hanno appoggiato la misura contro il teatro Al Midan.
Chissà se tra qualche anno ripenseremo a questi giorni come al punto di non ritorno della società israeliana.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato pubblicato il 19 giugno 2015 a pagina 30 di Internazionale, con il titolo “Il punto di non ritorno”. Compra questo numero | Abbonati

Appuntamento a Gerusalemme



Venerdì 5 giugno, alle otto del mattino, sono alla stazione dei pullman di Ramallah, diretta al checkpoint di Qalandiya e poi a Gerusalemme, dove incontrerò la mia amica K, di Gaza. Non la vedo dalla guerra del 2009. K è tra le duecento fortunate impiegate delle Nazioni Unite di età superiore ai cinquant’anni a cui Israele ha concesso un permesso straordinario per pregare nella moschea Al Aqsa.
La mia amica parte alle 4.30 e alle sei è al checkpoint militare israeliano. Le donne possono portare solo una borsetta, una bottiglietta d’acqua e il cellulare. I controlli durano più di due ore, poi le donne salgono sui pullman israeliani, che percorrono i 70 chilometri fino a Gerusalemme. Molte di queste donne non uscivano dalla Striscia di Gaza da trent’anni. Alle 8.15 raggiungo il checkpoint di Qalandiya, circa dieci chilometri a nord di Gerusalemme. Decine di uomini e donne palestinesi sono in fila. Da due mesi, Israele concede agli abitanti della Cisgiordania ultracinquantenni di entrare in Israele anche senza permesso speciale, con un semplice controllo dei documenti, e molti ne approfittano per andare a pregare a Gerusalemme. Ma i controlli sono più lunghi del previsto, anche per me che sono israeliana, e temo di fare tardi all’appuntamento.
Finalmente salgo sul pullman e al checkpoint di Hizma i soldati ci fanno passare senza altri controlli. Alle 9.30 arrivo alla città vecchia di Gerusalemme proprio quando K e le sue colleghe stanno scendendo dai pullman.
Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2015 a pagina 25 di Internazionale, con il titolo “Appuntamento a Gerusalemme”. Compra questo numero | Abbonati

Gaza aspetta la prossima guerra


La settimana scorsa l’International New York Times ha dedicato qualche riga all’ultimo rapporto della Banca mondiale sull’economia della Striscia di Gaza, sottolineando il più alto tasso di disoccupazione al mondo (il 43 per cento, mentre quella giovanile arriva al 60 per cento).
“Da quando è cominciato il blocco israeliano nel 2007, il pil si è dimezzato, il settore manifatturiero è crollato e le esportazioni sono scomparse”, si legge nel rapporto. “Gran parte della popolazione vive in condizioni di povertà”, ha dichiarato Steen Lau Jorgensen, il rappresentante della Banca mondiale nella regione.
È evidente che questa situazione è dovuta alle restrizioni imposte da Israele (e alle guerre). Ma anche stavolta le parole non si tradurranno in azioni politiche. I leader israeliani sanno bene che i donatori saranno sempre pronti a inviare aiuti umanitari alla più grande prigione del mondo, per mantenerla sull’orlo dell’abisso senza farla sprofondare.
“Non c’è dubbio sul fatto che ci sarà un’altra guerra, la quarta, e poi anche la quinta e la sesta”, mi ha detto al telefono F, un’amica palestinese. Ho provato a spiegarle che nessuna guerra è inevitabile, ma non è servito a niente. “Sono terrorizzata, non abbiamo ancora finito di pagare i debiti per le riparazioni alla nostra casa, danneggiata durante i primi tre conflitti”, ha proseguito. “Per fortuna due dei nostri figli sono riusciti a trasferirsi in Turchia. Spero che non tornino mai più”.
Traduzione di Andrea Sparacino

Hamas nei panni del carnefice


La gentilezza eccessiva del giovane cameriere mi riporta alla memoria una conversazione con un amico di Gaza durante l’ultima offensiva israeliana, nell’estate del 2014. Mi trovo in un hotel di lusso a Lugano, dove mi hanno invitato per una conferenza, ed è evidente che né io né il cameriere siamo a nostro agio. Non possiamo essere noi stessi fino in fondo perché siamo costretti a recitare una parte, lui per guadagnarsi da vivere e io per nascondere l’imbarazzo di essere servita e riverita.
L’artificiosità di questa rappresentazione della differenza di classe mi ricorda l’importante osservazione del mio amico. L’esercito e i servizi israeliani, mi aveva detto, conoscono gli esponenti di Hamas solo per quello che vedono durante gli interrogatori e le sessioni di tortura. Ed è su questa falsa conoscenza che si basano quando pianificano le loro guerre. Ma è evidente che in quelle occasioni i prigionieri di Hamas, che siano spaventati e sottomessi o testardi e coraggiosi, si comportano in modo diverso rispetto a quando sono liberi.
A quel punto la mia mente torna al presente. Un rapporto di Amnesty international sulla guerra del 2014 accusa Hamas di aver torturato e ucciso alcuni presunti collaborazionisti. Il documento contiene resoconti raccapriccianti. I 21 anni di governo dell’Autorità Nazionale Palestinese e gli otto anni di governo di Hamas testimoniano che le vittime di tortura non sono immuni dalla tentazione di trasformarsi in torturatori.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2015 a pagina 26 di Internazionale, con il titolo “Nei panni del carnefice”. Compra questo numero | Abbonati

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