Ieri e oggi dei gruppi – gruppuscoli – di persone hanno protestato in provincia di Treviso e a Roma
contro la decisione di accogliere alcune decine di profughi nelle
strutture messe a disposizione del ministero degli interni: hanno
improvvisato dei roghi di mobili e blocchi stradali, hanno tirato dei
sassi contro i migranti, hanno provato a forzare i cordoni di protezione
della polizia. Non erano più di un centinaio in entrambi i casi, molti
appartenevano a CasaPound.
I mezzi di informazione hanno parlato di “esasperazione”, di “guerra
tra poveri”, di “comitati spontanei di cittadini”, di “rabbia”. I
politici hanno commentato con le dichiarazioni prevedibili. Matteo
Salvini ha detto: “Accoglieteli in prefettura o a casa vostra, se
proprio li volete”; il responsabile sicurezza del Partito democratico,
Emanuele Fiano: “Il governo e la maggioranza sono impegnati con l’Europa
e con le proprie forze per accogliere chi richiede asilo in Italia
fuggendo da paesi dove è sottoposto a persecuzioni o a rischio di morte
ed è contemporaneamente al lavoro per rimpatriare chi si trova in
condizione di clandestinità”.
Basta dare un’occhiata ai filmati per vedere i manifestanti che
urlano insulti o che alzano il braccio destro per fare il saluto romano e
capire una cosa semplice: questi sono stati due episodi di fascismo e
squadrismo.
Eppure quasi nessuno lo dice, sembra un anacronismo, una forzatura o
addirittura un insulto. E si preferisce, nei migliori dei casi, parlare
di destra reazionaria o al massimo di xenofobia. Non si pensa che a
contrastare i manifestanti fascisti possa essere usata una chiara
motivazione antifascista e la rivendicazione di valori e regole
democratiche; al massimo si fa appello al senso di solidarietà, al
rispetto, al dovere morale dell’accoglienza.
Perché non si usano le categorie del fascismo e dell’antifascismo?
Eppure ogni volta che a scuola si leggono – come per esempio nella Marcia su Roma e dintorni
di Emilio Lussu – le cronache dei primi anni venti italiani, gli
assalti delle squadracce ai luoghi della democrazia (le sedi dei
sindacati, le università, i comizi…) – ci si rende conto facilmente come
funziona l’accreditamento e la diffusione del fascismo: lo si
sottovaluta, lo si riduce a questione di ordine pubblico, si delegittima
il contrasto antifascista.
Lo stesso accade oggi. I politici, anche quelli che meritoriamente
vanno a rendere omaggio alle Fosse ardeatine o twittano il 25 aprile per
la Liberazione, non si azzardano a farsi sentire, a intervenire quando
accadono questi episodi – e lasciano che a fornire un’interpretazione di
quello che succede siano personaggi impresentabili come Simone Di
Stefano, vicepresidente di CasaPound, o Matteo Salvini.
A rivendicare l’antifascismo rimangono quelli che – per l’assenza
della politica e per la derubricazione poliziesca della questione – sono
“gli attivisti”, come quelli che ieri sono stati sgomberati a Treviso
dopo aver messo su un presidio di solidarietà ai migranti.
E invece sarebbe molto utile leggere proteste di questo tipo alla
luce di categorie come il fascismo. Ci si vedrebbe dentro un’idea di
nazione mai maturata democraticamente, un problema culturale che
riguarda l’uso pubblico della storia, un razzismo che prova a darsi basi
ideologiche, la crisi degli ideali sociali, la demagogia, un
neocolonialismo accattone, il maschilismo ridicolo, e ancora di più la
miserabile tattica politica di chi vuole guadagnare consensi con la
violenza contro i poveri.
Stigmatizzare il degrado civile di queste proteste in nome
dell’antifascismo servirebbe a ribadire che la politica è di fatto anche
educazione, e che spesso solo attraverso quest’opera di contrasto
possono avvenire le grandi trasformazioni sociali.
Commenti
Posta un commento