Negoziati segreti, governi in frantumi, vite negate: Israele e Palestina un anno dopo la guerra di Gaza


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È iniziato il vecchio gioco del rimpallo di responsabilità.

Israele contro il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Hamas contro lo Stato ebraico: un copione che si ripete stancamente da anni.

Questa volta proviamo a immergersi in una sofferenza indicibile, a darle volto e nome. Proviamo a pensare solo per un attimo cosa voglia dire nascere in una enorme prigione a cielo aperto, cosa significhi vivere, e non giocare, alla guerra e perdere così gli anni dell’innocenza. Ecco, se solo per un attimo proviamo a immedesimarci in un bambino di Gaza, non troveremo la soluzione a un conflitto ultradecennale, ma saremo stati umani. E come tali apriremo il cuore e la mente a queste angoscianti considerazioni:

“L’ampiezza della devastazione e della sofferenza umana a Gaza è stata senza precedenti e avrà un impatto sulle generazioni future”. A sostenerlo è la giudice Mary McGowan Davis, a capo della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla guerra del 2014 a Gaza che ha provocato 1.462 vittime civili tra i palestinesi e 6 tra gli israeliani. “In 51 giorni di operazioni a Gaza, furono uccisi 1.462 civili palestinesi, un terzo dei quali erano bambini” si legge nel rapporto nel quale si sottolinea “l’enorme aumento del fuoco usato a Gaza, con oltre 6 mila raid aerei e circa 50 mila colpi da terra”.

Le responsabilità israeliane, per l’Onu, derivano dalla mancata revisione “della pratica dei raid aerei, neanche dopo che i loro effetti sui civili divennero evidenti”: un fatto che “solleva la questione se questa fosse parte di una politica più ampia approvata, almeno tacitamente, dai più alti livelli del governo israeliano”.

Nel testo, oltre alle responsabilità dello Stato ebraico, si sottolineano quelle di Hamas e dei gruppi fondamentalisti palestinesi che “hanno lanciato 4.881 razzi e 1.753 colpi di mortaio su Israele, uccidendo 6 civili e ferendone 1.600″. Il lancio indiscriminato di migliaia di razzi e colpi di mortaio (quasi 7.000) dai gruppi armati palestinesi contro Israele aveva “l’obiettivo di diffondere il terrore tra i civili israeliani”. I civili residenti vicino alla Striscia sono stati “traumatizzati” dalla scoperta di 14 tunnel da Gaza a Israele usati per attaccare i soldati e “dal timore di poter essere attaccati in qualsiasi momento da uomini armati che sbucavano dal terreno”.

Le autorità israeliane hanno protestato vibratamente, sostenendo che il Consiglio dei diritti dell’uomo di Ginevra “soffre di una singolare ossessione per Israele. Il suo mandato presumeva la colpevolezza di Israele fin dall’inizio”. Per lo Stato ebraico, il rapporto Onu è “motivato politicamente e moralmente imperfetto”, non fa “differenze” tra “il comportamento morale tenuto” da Israele a Gaza e “le organizzazioni terroristiche che ha avuto davanti”. Ciò che resta sullo sfondo, come “effetti collaterali” di una guerra senza sbocco, sono i volti, le storie, le vite spezzate sul nascere, l’infanzia negata ai bambini di Gaza. Negata da un embargo senza fine, asfissiante, negata da Hamas che ritrova un ruolo di “resistente” facendosi scudo della popolazione civile.

La polemica sul rapporto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite s’innesta in un quadro politico “fossilizzato” in Israele (con il governo di destra-destra guidato da Benjamin Netanyahu, dove sempre più è forte l’influenza degli ultranazionalisti e dei partiti religiosi) e “terremotato” in campo palestinese. Qui la riconciliazione nazionale è finita prima di aver dato segni di vita. Un popolo senza Stato e ora senza neanche più uno straccio di governo.

La Palestina va in frantumi e nel modo peggiore: dall’interno, con bordate di accuse sparate da Ramallah a Gaza e viceversa. Con un presidente scaduto da anni, Mahmud Abbas (Abu Mazen) che addita Hamas e i suoi leader come degli irresponsabili il cui unico obiettivo è quello di “instaurare uno Stato islamico a Gaza”. Pronta la risposta degli islamisti: “Invece di ingiuriarci, Abbas dovrebbe convocare al più presto le elezioni presidenziali e legislative; se non lo fa è perché ha paura del voto”. Per adesso sono solo parole, sia pur dure come pietre.

Ma in passato le parole si sono trasformate in piombo dando luogo a una sanguinosa guerra tra Hamas e Fatah a Gaza nel 2007, con centinaia i morti, esecuzioni sommarie, arresti di massa. La decisione di Abu Mazen “è una rottura della riconciliazione interna e una violazione dell’unità nazionale”, rilancia un alto dirigente di Hamas, Salah el-Bardaweel. E pensare che solo un anno fa, di questi giorni, alla Muqata, il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), un sorridente Abu Mazen celebrava la fine di una rottura “che tanto danno ha portato al popolo palestinese”.

D’altro canto, la storia palestinese degli ultimi dieci anni è piena di accordi stretti e poi disfatti, anche con la violenza, fra le varie fazioni che compongono il complesso arcipelago politico palestinese. Rotture moltiplicatesi dopo la morte dell’uomo che, con il suo carisma e i suoi metodi, non proprio ortodossi, era riuscito a tenere assieme ciò che dopo la sua traumatica uscita di scena (2004) è andato in frantumi: quell’uomo era Yasser Arafat. Dopo di lui, i leader palestinesi che hanno calcato la scena o erano eterodiretti (dalla Siria, dall’Egitto, poi dall’Iran, se non dalla Turchia, dal Qatar e dall’Arabia Saudita) o non avevano un seguito reale tra la popolazione (è il caso di Abu Mazen, leader mai troppo amato, soprattutto tra i giovani).

La ricerca dell’unità è stata sempre un ripiego piuttosto che un disegno politico di prospettiva; è stata determinata da uno stato di necessità interno e dal tentativo di acquisire maggiore peso presso la comunità internazionale. La storia dei tanti governi di “unione nazionale” andati in pezzi è in primo luogo la storia del fallimento dell’intera classe dirigente palestinese, sia nella sua versione islamista (Hamas) sia in quella “moderata-nazionalista” di al-Fatah.

Le avvisaglie della rottura, e della ragione che ne è al fondo, erano già emerse nel settembre 2014, subito dopo la conclusione della terza guerra di Gaza fra Israele e Hamas. Dal Cairo, Abu Mazen minacciò di rompere l’accordo di unità nazionale con Hamas se il movimento islamista non avesse consentito al governo di operare adeguatamente nella Striscia di Gaza. “Non accetteremo un’alleanza se la situazione continua in questi termini a Gaza, dove c’è un governo ombra con 27 vice-ministri che controllano il territorio” avvertì il rais.

Esercitare l’azione di governo a Gaza significa anche – soprattutto - avere voce in capitolo sulla ricostruzione della Striscia che, sulla carta, vale 5 miliardi di dollari. In questo contesto, i ministri dell’Anp erano chiamati a riorganizzare a Gaza i rispettivi dicasteri, unificando i funzionari statali scelti a suo tempo da Abu Mazen con quelli nominati successivamente da Hamas e mandando eventualmente in pensione il personale in eccedenza. Impresa avviata e subito interrotta.

“Ci sono circa 24 mila dipendenti del governo di Hamas e 28 mila impiegati dell’Anp per i quali – spiega Ihab Basseso, portavoce del governo di unità nazionale presieduto da Rami Hamadallah – deve essere cercata una soluzione. È necessario che le due amministrazioni trovino un punto di accordo su un sistema fiscale condiviso, sulla gestione dei confini e sulla gestione della sicurezza”. Per il portavoce “la mancanza di risorse economiche a disposizione del governo in questo momento non è sufficiente per completare la transizione” anche perché “solo il 10% del denaro promesso dai paesi donatori per aiutare Gaza è arrivato nelle casse del governo”. Basseso ha poi rivelato che Hamas ha chiesto al governo il completo assorbimento dei suoi dipendenti e la gestione dei fondi per la ricostruzione come “condizione vincolante” per attuare il resto del programma di governo.

Ad aumentare il contrasto tra le due fazioni palestinesi, secondo alcuni analisti, anche le notizie sui contatti in corso tra Hamas e Israele, non graditi di Fatah e dal governo di unità nazionale. Il movimento palestinese si impegnerebbe a una tregua di 5 o 10 anni in cambio (come rivelato da uno dei suoi leader, Ahmed Yousef) della “fine del blocco di Gaza e della creazione di un porto commerciale” nella Striscia.

Delegittimato da Israele, ostacolato da Hamas, a “Mahmoud il moderato” non resta che indossare i panni a lui più scomodi: quelli del decisionista. Ma i risultati rischiano di essere grami. Non sarebbe la prima volta, perché alla fine per i “falchi di Tel Aviv” negoziare è sempre e solo un problema di rapporti di forza. E se a saperli esercitare è Hamas, allora si può trattare.

In “segreto”, naturalmente.

Per approfondire: Una certa idea d’Israle

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