Jamal Suboh : Un piatto per l’anima



Ah...quanto cucinava mia madre, tanto, troppo, o forse no. È adesso che capisco che quello era il suo modo di riempirci l’anima, cucinava come se avesse quindici figli, ma il suo grembo ne aveva fatti «appena» otto. Al mattino faceva un salto, per modo di dire, al mercato dove ci lasciava per almeno tre ore. Non doveva scontentare nessuno e nelle orecchie gli riecheggiavano tutte le nostre richieste: da Hassan che si raccomandava “Ricordati delle patate rosse”, quelle dolci, quelle che piacciono tanto ai bambini, a Yasmine che non si stancava mai dei semi di zucca, poi c’ero io che invece volevo facesse incetta di cioccolata, quella al latte però.

Mentre Ibrahim, detto il “mangione”, e Arafat “il romantico” non avevano un vero piatto preferito, e quindi per loro tutta la spesa era un bottino. E Falastin che invece metteva la mamma in croce perché, secondo lui, i cetrioli non bastavano mai e allora le diceva: “prendine tanti, mi raccomando”. Per ultimi quei due schizzinosi di Mohammad e Saddam che stavano lì a supplicare: “Mamma ti prego non prendere le lenticchie”, che proprio non gli piacevano.

E finita la spesa, siccome non c’erano quegli addetti dei supermarket che poi ti citofonano e ti dicono: “Che piano signora?”, salgono con l’ascensore e ti posano le buste in cucina, no no, il suo fido aiutante era un somarello, di quelli fatti di carne e pelo e anche un po’ puzzolente. Noi in un giorno eravamo capaci di finire tutto, e quindi il giorno dopo si ricominciava, con pochi soldi e tanti figli. Erano tempi diversi, oggi è l’Onu a portarci la spesa e non può sapere i tanti e diversi gusti di Hassan, Yasmine, Ibrahim, Arafat, Falastin, Mohammad e Saddam.

Se c’è un giorno che proprio non posso dimenticare è quando ci disse: “bambini oggi dovete essere eleganti, abbiamo ospiti”. Ed «eleganti» voleva dire: stare zitti, mangiare piano piano, non sporcare, non fare rumore, niente bocche aperte a lasciare intravedere poltiglie di cibo e saliva, niente chicchi di riso anarchici attaccati alle guance, niente di niente, litigi inclusi. Questo voleva anche dire che non avremmo bevuto l’acqua ma il succo di carruba, quella cosa dolce che da noi si beve nelle occasioni importanti. Allora sì che ci brillavano gli occhi.

E comunque anche se da noi l’acqua è salata sappiamo bene cosa vuol dire non averla, proprio come quella volta che per tre giorni ci fu il coprifuoco e non sapevamo cosa bere. E i grandi, che sapevano di non poter uscire, hanno chiesto a noi di andare alla fonte. Lì puntuale ad aspettarci una fila di nani alti un metro o poco più con taniche grandi poco più di loro: bambini come noi. Comunque quel giorno lì c’erano gli ospiti e per di più erano stranieri, italiani, e quindi dovevamo fare bella figura.
Ci piacevano, erano simpatici, anche se per noi la loro presenza era dolce e amara. Dolce perché per magia arrivavano in tavola le nocciole e i pistacchi, i cibi per le persone importanti insomma. E amara perché voleva dire anche fare finta di essere inappetenti. Non dovevamo mangiare come eravamo abituati a fare, come se non ci fosse un domani. E per un bambino di Gaza questo è molto più di un semplice modo di dire. Poi quando se ne andavano ci rituffavamo sul piatto per saziarci, e questa volta si faceva sul serio. Quella volta lì però fu diverso, ci bastò vedere nostro padre dimenticarsi della tragedia e raccontare barzellette per sentirci pieni, stavolta col cuore e non con la pancia.

Da piccolo sognavo l’Italia dell’arte, del calcio, del cibo, l’Italia delle persone semplici, generose e allegre, proprio come quelle che avevo visto a casa mia, venute nella Striscia per portare solidarietà e aiuto. È allora che decisi che un giorno me ne sarei andato, delle minacce non ne potevo più e così appena potei lo percorsi quel tunnel, quello che portava in Egitto. E prendiamolo questo barcone, lo yacht per la gente come me. E infine eccola, l’Italia, sono arrivato! Stanco, affamato, assonnato, spaventato, disperato. Ma sono arrivato. Sognavo di quei miei amici italiani e così li ho cercati, li trovo, e loro mi portano in un centro accoglienza. Piano, piano, scopro che la realtà per fortuna non è tutta tenebre e un giorno, proprio quando avrei voluto sbattere la testa contro il muro fino a perdere i sensi, incontro una vecchietta. Mi chiede di aiutarla a portare la spesa fino a casa, ed è sull’uscio che mi domanda: “di dove sei?”. Della Palestina, signora. A quel punto mi sorprende, mi afferra la testa con tutte e due le mani e mi bacia la fronte. E dice, allora sei un Gesù a Roma? Sì, un Gesù che adesso, per riempirsi il cuore, mangia panzerotti con pomodoro e mozzarella.

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