Drusi attaccano un’autoambulanza israeliana uccidendo un ferito siriano

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Residenti drusi di Majdal ash-Shams sulle Alture del Golan protestano (Foto Inna Lazareva)
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Residenti drusi di Majdal ash-Shams sulle Alture del Golan protestano (Foto Inna Lazareva)
della redazione
Roma, 23 giugno 2015, Nena News – Un’autoambulanza che trasportava due feriti siriani è stata attaccata ieri da alcuni cittadini drusi d’Israele a Majdal ash-Shams sul lato “israeliano” delle Alture del Golan. Nell’attacco uno dei feriti è morto. A rendere nota la notizia è stato uno scarno comunicato della polizia locale.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, un gruppo di persone - pensando forse che l’autoambulanza trasportasse un ribelle jihadista siriano – ha attaccato il veicolo che era scortato da una jeep israeliana. Il convoglio aveva fatto il suo ingresso da Neve Ativ incontrando anche lì la violenta resistenza della comunità drusa. Nell’attacco di ieri due soldati israeliani sono stati leggermente feriti. Le immagini dell’attacco mostrano il parabrezzi dell’ambulanza frantumato per il lancio di pietre e danni vistosi ad altre parti del veicolo.
La nota rilasciata ieri dalle forze dell’ordine israeliane non spiega però se i due siriani trasportati erano combattenti o semplicemente civili feriti a causa del conflitto in corso a pochi chilometri dal confine. L’assalto violento di ieri non capita per caso: da giorni si intensificano le proteste della comunità drusa d’Israele preoccupata per quanto potrebbe accadere ai loro “fratelli” drusi siriani che, nel villaggio di Hader, sono circondati da diversi giorni da forze armate ribelle. Tra queste, secondo alcuni testimoni, vi sarebbe anche il Fronte an-Nusra, il ramo di al-Qa’eda in Siria. Un particolare che, se provato, non è irrilevamente. Oltre ad essere storicamente vicini al presidente siriano al-Asad, i drusi sono considerati eretici dalle voci estremiste dell’Islam sunnita. Il timore dei drusi è che la popolazione locale potrebbe fare la stessa fine dei 20 loro correligionari uccisi da an-Nusra nel nord ovest della Siria il 10 giugno. Assassinio per cui i qa’edisti siriani hanno chiesto tardivamente scusa.
Da giorni i drusi israeliani chiedono ad alta voce a Tel Aviv di proteggere i loro “fratelli” giurando persino di andare a combattere in Siria pur di difenderli. Tra questi vi è il parlamentare druso del Likud (il partito di governo) Ayoob Kara. Nei scorsi giorni le autorità israeliane hanno dichiarato che proteggeranno qualunque rifugiato che giungerà nel lato “israeliano” del Golan. A rassicurare la popolazione drusa d’Israele è sceso in campo anche il capo di stato maggiore dell’esercito. Gadi Eizenkot, infatti, ha promesso la scorsa settimana che lo stato ebraico accoglierà coloro che scappano dalle violenze che si registrano in questi ultimi giorni a pochi chilometri dal confine israeliano. Tuttavia, l’attacco di ieri mostra con tutta evidenza che queste dichiarazioni non sono bastate a calmare le acque perché la preoccupazione dei drusi israeliani è sincera.
Già poche ore prima dell’attacco che ha causato la morte di uno dei siriani feriti, c’era stato un primo “incidente” del tutto simile a quanto sarebbe accaduto in seguito: un gruppo di drusi aveva bloccato la strada e aveva gettato pietre contro una vettura dell’esercito pensando che questa trasportasse ribelli siriani. In questo primo caso era rimasto leggermente ferito un residente druso.
Che Israele accolga sul suo territorio siriani feriti non è cosa nuova. Da quando è scoppiata la guerra civile siriana, infatti, lo stato ebraico ha curato diverse centinaia di persone provenienti dalla Siria. Tra i pazienti accolti da Tel Aviv vi sono stati anche combattenti dell’opposizione al regime di al-Asad. E’ proprio questa complicità con le forze ribelli – che Tel Aviv però ha sempre negato perché ufficialmente lo stato ebraico ha deciso di non intervenire nel conflitto civile in corso nel Paese confinante – ad aver scatenato ieri la caccia all’uomo da parte dei drusi israeliani che, preoccupati per il destino dei loro parenti dall’altra parte del confine, considerano ora qualunque siriano trasportato nel nord d’Israele un “nemico”.
A poche ore dal duplice attacco di ieri, l’esercito israeliano con il suo portavoce Motti Almoz ha subito respinto l’accusa secondo la quale i suoi uomini stavano trasportando due jihadisti siriani del Fronte an-Nusra. “Abbiamo aiutato dei siriani feriti che sono arrivati al nostro confine e abbiamo dato loro assistenza medica” ha dichiarato Almoz che ha definito quanto accaduto ieri un fatto “molto grave”. “Facciamo appello alla calma e auguriamo a chi è ferito una pronta guarigione” ha aggiunto.
Più duro è stato invece il premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha condannato nella tarda serata di ieri l’assalto all’autoambulanza: “Nessuno può farsi legge da solo- ha dichiarato il primo ministro – nessuno può disturbare le missioni dei soldati dell’Idf [acronimo per Forze di difesa d’Israele, ndr]”. Bibi ha quindi promesso che gli aggressori saranno portati di fronte alla giustizia e ha invitato i leader della comunità drusa “ad agire immediatamente per stemperare gli animi”.
Su quanto accaduto ieri è intervenuto stamane anche il ministro della difesa israeliano. “Israele – ha detto Moshe Ya’alon – è uno stato di legge. Noi non permetteremo l’anarchia, la condotta violenta”. Non sarà dunque una minoranza “a danneggiare la speciale allenza che lo stato d’Israele ha con i suoi cittadini drusi, né riuscirà a infangare la reputazione della loro comunità” ha dichiarato. Commentando il conflitto siriano ha poi aggiunto: “la realtà in Siria è complessa. [Noi israeliani] stiamo affrontando la situazione con responsabilità, con buon senso e aggiorniamo la leadership drusa degli sviluppi [di quanto sta accadendo]”. Ya’alon ha poi affermato: “questo incidente è una violazione dei valori del nostro stato il quale offre aiuto sanitario umanitario ai feriti siriani e a ogni persona che lo necessita”.
Parole che lasciano perplessi se si pensa che il governo israeliano (di cui Ya’alon è uno dei massimi esponenti)  da anni prova a sbarazzarsi delle migliaia di richiedenti asilo sudanesi ed eritrei che scappano dai loro Paesi dove rischiano di morire. Con loro le autorità israeliana hanno dimenticato i “valori” di “accoglienza” e di “assistenza” di cui parla Ya’alon e di cui hanno goduto e stanno godendo (e che Israele rivendica pubblicamente) alcune centinaia di siriani.
Anche il General maggior Uzi Dayan, capo del Consiglio di Sicurezza d’Israele, ha detto la sua sulla questione drusa esortando ieri le autorità dello stato ebraico ad assistere immediatamente i drusi siriani perché, a suo dire, stanno affrontando “un pericolo esistenziale che può essere evitato”. “Siamo legati ai nostri fratelli drusi ed è tempo che lo dimostriamo” ha detto Dayan. Il general maggior ha poi aggiunto che è dovere dello stato ebraico aiutarli poiché è nell’interesse del Paese che nella parte meridionale della Siria ci sia una entità che appoggi Israele e non i gruppi jihadisti. Dayan ritiene che la Siria si stia disintegrando e perciò dare aiuto ai drusi siriani vuole dire incoraggiare una presenza drusa pro-israeliana nel Golan. Dayan ha subito tenuto a precisare che non sta chiedendo a Tel Aviv di intervenire militarmente nel confinante stato arabo, ma solo di fornire l’assistenza necessaria per la difesa della comunità drusa. Prima lo stato ebraico lo farà, ha argomentato il General Maggiore, meno sarà necessario un intervento militare israeliano nel futuro.
Sono 110.000 i drusi nel nord d’Israele e circa 20.000 vivono nel lato israeliano del Golan che lo stato ebraico ha occupato con la guerra dei sei giorni del 1967 e ha succcessivamente annesso nel 1981 in una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale. I drusi – seguaci di una religione di derivazione musulmana fondata nell’XI secolo in Egitto – sono ideologicamente fedeli ai Paesi in cui risiedono. Quelli d’Israele parlano ebraico e servono nell’esercito israeliano. Nena News

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