Moni Ovadia : Olocausto, Palestina, stragi del Mediterraneo, per Moni Ovadia «contro le ingiustizie l'unico antidoto è la lotta»


Nato a Plovdiv in Bulgaria nel 1946 da una famiglia ebraico-sefardita, Moni Ovadia è considerato uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura ed artisti della scena italiana. Il suo teatro musicale ispirato alla cultura yiddish, di cui ha dato una lettura contemporanea, è unico nel suo genere, in Italia e in Europa. Con alle spalle una vita artistica costellata di riconoscimenti e successi Moni Ovadia è oggi ideatore, regista, attore e capocomico di un teatro assolutamente peculiare, in cui le precedenti esperienze si innestano sulla sua vena di straordinario intrattenitore, oratore e umorista. È noto anche per il suo costante impegno politico e civile a sostegno dei diritti e della pace. Ed è proprio su questi temi che lo abbiamo intervistato.
Nato in Bulgaria, ma da sempre vive in Italia: quanto c’è in lei di bulgaro e quanto di italiano? E parlando del rapporto tra stranieri e italiani, è vero il detto «italiani, brava gente», tollerante con l’immigrato?
Io pur essendo cittadino italiano sono molto legato al popolo bulgaro e alla mia nascita bulgara e c’è una ragione: i bulgari hanno salvato tutti i loro ebrei dalla deportazione. Sono un popolo straordinario, altro che governo bulgaro. Non amo fare le classifiche fra i popoli. Le trovo indegne, ma se si volessero fare, allora i bulgari stanno al primo posto, assieme ai danesi e agli altri. Altro che italiani brava gente, perché gli italiani hanno accettato quelle schifose leggi razziali, senza battere ciglio, mandarono via bambini di sei sette anni dalle scuole, nessuno alzò un dito per impedirlo. C’erano e ci sono tante brave persone in Italia ma quelli che sono bravi sono bravi, gli italiani non sono brava gente in quanto tali. Perché noi abbiamo avuto anche dei genocidi: il genocidio della Cirenaica del generale Graziani, lo sterminio di massa con i gas asfissianti gettati sugli ospedali ad opera del generale Badoglio… altro che brava gente.
In effetti la storia dell’umanità è piena di queste ombre, di scheletri nell’armadio. Con l’Olocausto si è pensato di aver toccato il fondo, invece anche l’epoca moderna gronda sangue e ingiustizia. Pensiamo al dramma del popolo palestinese. Cosa ne pensa?
Mi sono guadagnato il titolo onorifico di «ebreo antisemita» per aver difeso i diritti del popolo palestinese. Ogni fenomeno va analizzato nella sua specificità, non si può paragonare la situazione della Palestina a quella di Auschwitz, anche perché fare una cosa del genere nuocerebbe prima di tutto alla causa palestinese. Sarebbe facile smentirlo e favorire la contro propaganda israeliana. Dobbiamo tenere conto che nella terra d’Israele, quella legittima, vivono circa due milioni di arabi palestinesi con passaporto israeliano. Noi stiamo assistendo a un popolo che vive in stato di prigionia, un popolo oppresso, quotidianamente vessato, espropriato delle sue topografie esistenziali, che subisce la distruzione della sua cultura. Tutto questo accade ai danni del popolo palestinese e i responsabili sono il governo e l’autorità militare israeliana. Queste cose vanno dette, vanno dette con forza, senza frasi intimidire, cosa che io non smetto mai di fare. Le oppressioni sono tutte crimini, da qualsiasi parte esse vengano. Questo vale per il popolo palestinese e per tutti gli altri popoli che subiscono un destino terrificante, vale per il criminale colonialismo occidentale di oggi, che si chiama land grabbing, il furto delle terre, il colonialismo del petrolio che determina distruzione di culture e morte di genti. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stato il genocidio della Cambogia, parliamo di due milioni di cambogiani uccisi dai dirigenti dei Khmer rossi, un genocidio ancor più terrificante se si considera che Pol Pot era stato educato alla Sorbona. Ma poi ci sono stati gli stermini di massa della ex Jugoslavia e non dobbiamo dimenticare il genocidio di una generazione da parte dei Generali della junta argentina, il genocidio dei tutsi ad opera degli Hutu e via dicendo, non ci si ferma mai. C’è ancora oggi l’ignobile persecuzione del popolo rom e poi ancora nella seconda guerra mondiale non dimentichiamo che assieme agli ebrei sono stati assassinati rom e sinti, i menomati, gli omosessuali, i testimoni Geova, centinaia di migliaia di antifascisti, milioni di slavi… l’elenco è infinito. Allora non si può polarizzare il discorso come oggi fanno molti sulla shoah ebraica, strumentalizzandola per sottacere altri stermini o per coprire cose inaccettabili.
Anche le stragi che avvengono nel Mediterraneo fanno parte delle ombre del presente.
Certo, ancor più che adesso si è sostituito Mare Nostrum con Triton, che mostra già le sue gravi irresponsabilità. Se andiamo avanti così il Mediterraneo continuerà ad accogliere ancora vittime innocenti. Perché l’Occidente dopo avere combinato la catastrofe libica adesso si stupisce. Chi è responsabile di ciò che è accaduto in Libia, chi è responsabile di ciò che è accaduto in Iraq? Le due guerre di Bush e Blair sono state delle catastrofi, con migliaia di vittime innocenti e l’elenco sarebbe ancora lungo. L’Occidente rimane protervo, arrogante, convinto di avere la ragione in tasca, mentre combina catastrofi su catastrofi. Però poi fa la parte di quello buono, ancora adesso gli americani vorrebbero armare gli ucraini contro i separatisti russi: sarebbe una catastrofe senza limiti, invece di andare a cercare una mediazione diplomatica, come suggerisce anche uno dei più autorevoli politologi americani, Henry Kissinger.
Come fare per invertire la rotta? Qual è l’antidoto, la risposta al male che c’è nel mondo?
Finché l’1 per cento della popolazione mondiale detiene il 90 percento delle ricchezze e delle risorse, finché non interromperemo questo meccanismo non c’è da aspettarsi di più. Coloro che hanno privilegi e poteri, pur di non mollarli, sono disposti a qualsisia cosa. È il grande monito lasciato da Primo Levi: se vogliamo che queste cose non si ripetano mai più, dobbiamo combattere con tutte le nostre forze la logica del privilegio. Lei mi chiede qual è la soluzione. La soluzione è continuare al lottare, non c’è alternativa alla lotta per un mondo più giusto, per un mondo fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale: lottare, non accettare mai le ingiustizie, non accettare mai le discriminazioni, non rassegnarsi alla logica del privilegio, ma contrastarla con tutte le forze. E in questo è anche la chiave della felicità.
 

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