Amira hass: articoli Marzo-Aprile
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1Tre fatti basilari sull’Australia di cui non ero a conoscenza.
Il primo. Esiste un’emittente tv aborigena nazionale. Si chiama Nitv e impiega solo nativi. Ha cominciato a trasmettere nel 2007 dopo anni di campagne per una presenza aborigena nei mezzi d’informazione.
Dopo aver seguito le trasmissioni per qualche giorno, posso concludere che l’emittente mostra nativi più sorridenti che arrabbiati, molti documentari sulla natura, notiziari che si occupano di questioni indigene (ma non solo), programmi culturali che rispecchiano la varietà delle tribù e documentari storici che affrontano il tema della discriminazione in Australia e nel mondo.
Alcuni spot pubblicitari invitano i telespettatori a entrare nell’esercito, altri mostrano i progressi dell’Australia per quanto riguarda il rapporto con gli aborigeni. Nei programmi per bambini, i partecipanti sono incoraggiati a esprimersi usando la lingua della loro tribù. Un anziano li aiuta a contare, e c’è anche un quiz in cui si sfidano nella traduzione di parole inglesi nella loro lingua madre. Il 15 aprile era il turno della lingua waka waka.
Il secondo fatto. Le strutture che ospitano i profughi stranieri in Australia sono gestite da un’azienda privata, la multinazionale britannica Serco. Guardando un programma d’informazione ho scoperto che la gestione delle strutture ha permesso all’azienda di uscire dalla crisi che aveva attraversato negli ultimi anni. A quanto pare le politiche restrittive adottate dall’Australia nei confronti di chi vuole trasferirsi nel paese fanno bene agli affari. Il contratto con Canberra è stato rinnovato nonostante l’evidente fallimento di Serco nel garantire condizioni adeguate di detenzione. Allo stesso tempo, però, la decisione di fermare le imbarcazioni dei migranti provoca una costante riduzione delle persone sotto custodia. Contraddizioni del mondo del profitto.
Il terzo fatto. Tutti gli alberi sempreverdi sono originari dell’Australia, mentre quelli decidui vengono da fuori, importati dai coloni che volevano sentirsi a casa. In questo momento siamo in autunno, e i colori giallo e rosso dominano nelle piccole cittadine vittoriane che risalgono all’ottocento. L’eucalipto, albero originario dell’Australia e famoso in tutto il mondo, ha un’aria familiare per tutti i palestinesi e israeliani che visitano il paese. Una delle sue settecento varianti è stata infatti trasportata in Palestina alla fine dell’ottocento per prosciugare le paludi.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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Aborigeni, profughi ed eucalipti
1Tre fatti basilari sull’Australia di cui non ero a conoscenza.
Il primo. Esiste un’emittente tv aborigena nazionale. Si chiama Nitv e impiega solo nativi. Ha cominciato a trasmettere nel 2007 dopo anni di campagne per una presenza aborigena nei mezzi d’informazione.
Dopo aver seguito le trasmissioni per qualche giorno, posso concludere che l’emittente mostra nativi più sorridenti che arrabbiati, molti documentari sulla natura, notiziari che si occupano di questioni indigene (ma non solo), programmi culturali che rispecchiano la varietà delle tribù e documentari storici che affrontano il tema della discriminazione in Australia e nel mondo.
Alcuni spot pubblicitari invitano i telespettatori a entrare nell’esercito, altri mostrano i progressi dell’Australia per quanto riguarda il rapporto con gli aborigeni. Nei programmi per bambini, i partecipanti sono incoraggiati a esprimersi usando la lingua della loro tribù. Un anziano li aiuta a contare, e c’è anche un quiz in cui si sfidano nella traduzione di parole inglesi nella loro lingua madre. Il 15 aprile era il turno della lingua waka waka.
Il secondo fatto. Le strutture che ospitano i profughi stranieri in Australia sono gestite da un’azienda privata, la multinazionale britannica Serco. Guardando un programma d’informazione ho scoperto che la gestione delle strutture ha permesso all’azienda di uscire dalla crisi che aveva attraversato negli ultimi anni. A quanto pare le politiche restrittive adottate dall’Australia nei confronti di chi vuole trasferirsi nel paese fanno bene agli affari. Il contratto con Canberra è stato rinnovato nonostante l’evidente fallimento di Serco nel garantire condizioni adeguate di detenzione. Allo stesso tempo, però, la decisione di fermare le imbarcazioni dei migranti provoca una costante riduzione delle persone sotto custodia. Contraddizioni del mondo del profitto.
Il terzo fatto. Tutti gli alberi sempreverdi sono originari dell’Australia, mentre quelli decidui vengono da fuori, importati dai coloni che volevano sentirsi a casa. In questo momento siamo in autunno, e i colori giallo e rosso dominano nelle piccole cittadine vittoriane che risalgono all’ottocento. L’eucalipto, albero originario dell’Australia e famoso in tutto il mondo, ha un’aria familiare per tutti i palestinesi e israeliani che visitano il paese. Una delle sue settecento varianti è stata infatti trasportata in Palestina alla fine dell’ottocento per prosciugare le paludi.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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Alla scoperta degli aborigeni
Amo i momenti iniziali dei miei viaggi in posti nuovi: quando
comincio a tessere i fili di una realtà, quando il tessuto comincia a
crescere, quando prende forma e colore definendo meglio il motivo
principale, in questo caso gli aborigeni e le loro esperienze. Ma questa
eccitazione per la scoperta di un nuovo popolo indigeno si mescola
immediatamente alla rabbia per le discriminazioni che è costretto a
subire.
Invitata a partecipare a una conferenza sul marxismo organizzata a Melbourne da un piccolo gruppo di sinistra, divido l’appartamento con quattro dei suoi membri (”compagni”, come si definiscono). Una di loro è aborigena. Non l’avrei mai detto, considerando i nuovi tratti. Naturalmente alcune generazioni di matrimoni misti hanno creato una grande varietà in una popolazione che oggi in Australia rappresenta solo il 2,3 per cento di quella totale. Devo ancora capire bene le politiche contrastanti sulla discendenza: il governo cerca di “frammentare” le comunità aborigena con il pretesto, tra le altre cose, del “sangue misto”. Le comunità insistono invece sulla loro comune identità, spesso spezzata, piuttosto che sulla purezza del sangue.
All’università La Trobe ho visitato un istituto che offre assistenza accademica, economica e sociale a circa 150 studenti aborigeni. “Ho tre fratelli”, mi dice la manager Nellie Green, della tribù badimaya, parte del popolo yamatji. “In realtà eravamo in sei”, precisa. “Un fratello e una sorella, quelli con la pelle più chiara, sono stati prelevati dalle autorità e affidati a coppie bianche”. Questo non accadeva nell’ottocento, ma negli anni sessanta del novecento. Nellie l’ha scoperto 23 anni fa, quando aveva 22 anni. Il fratello “prelevato” era nato lo stesso giorno della madre. Gli altri fratelli non hanno mai saputo perché la madre non voleva festeggiare il suo compleanno.
Ho assistito a una lezione di storia e cultura dei popoli indigeni australiani. L’insegnante, Julie Andrews, appartiene al popolo yorta yorta, e lascia che un’altra Julie racconti via Skype agli studenti che esistono circa 150 comunità indigene in Australia occidentale che il governo vuole “chiudere” (con il trasferimento forzato nelle città) perché “non è in grado di fornirgli servizi sanitari, istruzione, acqua, elettricità”. Sto ancora scoprendo l’attuale programma di espulsione e distruzione di massa.
“L’altra Julie”, indigena anche lei, è coordinatrice sanitaria e parla dei risultati disastrosi di queste politiche: alcolismo, vagabondaggio, famiglie distrutte, istruzione insufficiente, povertà. “I bianchi si lamentano dicendo che i servizi sono pagati con le loro tasse. Forse però dovrebbero pagare l’affitto per la terra che ci hanno sottratto”, dice Andrews. Gli attivisti non hanno alcun dubbio: la distruzione delle comunità mira a permettere alle compagnie minerarie di sfruttare il sottosuolo.
(Traduzione di Francesca Sibani)
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Invitata a partecipare a una conferenza sul marxismo organizzata a Melbourne da un piccolo gruppo di sinistra, divido l’appartamento con quattro dei suoi membri (”compagni”, come si definiscono). Una di loro è aborigena. Non l’avrei mai detto, considerando i nuovi tratti. Naturalmente alcune generazioni di matrimoni misti hanno creato una grande varietà in una popolazione che oggi in Australia rappresenta solo il 2,3 per cento di quella totale. Devo ancora capire bene le politiche contrastanti sulla discendenza: il governo cerca di “frammentare” le comunità aborigena con il pretesto, tra le altre cose, del “sangue misto”. Le comunità insistono invece sulla loro comune identità, spesso spezzata, piuttosto che sulla purezza del sangue.
All’università La Trobe ho visitato un istituto che offre assistenza accademica, economica e sociale a circa 150 studenti aborigeni. “Ho tre fratelli”, mi dice la manager Nellie Green, della tribù badimaya, parte del popolo yamatji. “In realtà eravamo in sei”, precisa. “Un fratello e una sorella, quelli con la pelle più chiara, sono stati prelevati dalle autorità e affidati a coppie bianche”. Questo non accadeva nell’ottocento, ma negli anni sessanta del novecento. Nellie l’ha scoperto 23 anni fa, quando aveva 22 anni. Il fratello “prelevato” era nato lo stesso giorno della madre. Gli altri fratelli non hanno mai saputo perché la madre non voleva festeggiare il suo compleanno.
Ho assistito a una lezione di storia e cultura dei popoli indigeni australiani. L’insegnante, Julie Andrews, appartiene al popolo yorta yorta, e lascia che un’altra Julie racconti via Skype agli studenti che esistono circa 150 comunità indigene in Australia occidentale che il governo vuole “chiudere” (con il trasferimento forzato nelle città) perché “non è in grado di fornirgli servizi sanitari, istruzione, acqua, elettricità”. Sto ancora scoprendo l’attuale programma di espulsione e distruzione di massa.
“L’altra Julie”, indigena anche lei, è coordinatrice sanitaria e parla dei risultati disastrosi di queste politiche: alcolismo, vagabondaggio, famiglie distrutte, istruzione insufficiente, povertà. “I bianchi si lamentano dicendo che i servizi sono pagati con le loro tasse. Forse però dovrebbero pagare l’affitto per la terra che ci hanno sottratto”, dice Andrews. Gli attivisti non hanno alcun dubbio: la distruzione delle comunità mira a permettere alle compagnie minerarie di sfruttare il sottosuolo.
(Traduzione di Francesca Sibani)
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Sono una colonizzatrice
Mi rivolgo a voi da colonizzatrice a colonizzatori”. Sto cominciando
così le mie conferenze qui negli Stati Uniti, e farò lo stesso nei
prossimi giorni in Australia e Nuova Zelanda. Lo so, non dovrei dirlo.
Se tra i partecipanti ci fosse qualche lettore di Internazionale
rischierei di rovinargli la sorpresa.
Poi passo a sviluppare questo concetto. Mi soffermo sulle ovvie analogie tra le due società colonizzatrici, quella statunitense e quella israeliana, per poi passare alle differenze. Un’importante differenza è che la popolazione indigena palestinese non è stata decimata dall’avanzata sionista, come invece lo sono stati gli indigeni all’avvento degli europei. Un’altra differenza: oggi c’è chi chiede lo scioglimento dello stato di Israele, cosa che non avviene per gli Stati Uniti. Nel caso degli israeliani qualcuno propone di imitare il modello algerino: secondo questa teoria tutti gli ebrei dovrebbero “tornare da dove sono venuti”.
Dopo aver esaminato analogie e differenze affronto anche una contraddizione interna: a un certo punto i colonizzatori diventano indigeni. I colori e gli odori, la natura e la cultura, la lingua e l’umorismo della nuova terra diventano un habitat naturale anche per chi affonda le sue radici in altri continenti.
R, un vecchio conoscente che ho rivisto in North Carolina, ha vissuto a Ramallah durante la prima intifada e ha lavorato per un’organizzazione palestinese per la difesa dei diritti umani. Hippy ebreo americano, R è stato attratto dalla lotta palestinese per la libertà e dai suoi protagonisti laici e di sinistra. Dopo quasi un decennio è tornato negli Stati Uniti, dove gli avevano offerto un incarico legato al Medio Oriente.
Poi però si è guardato intorno e ha cominciato a preoccuparsi per gli immigrati che l’amministrazione Obama vorrebbe deportare (“gli immigrati in prova possono essere espulsi se prendono una multa in macchina”, “le famiglie vengono separate”). Si è guardato intorno e ha visto come vivono gli afroamericani (“in alcuni stati una condanna penale priva l’interessato del diritto di voto”, “ovunque il numero dei detenuti afroamericani è sproporzionatamente alto”). Si è guardato intorno e ha constatato la scomparsa del popolo indigeno che un tempo occupava quella terra.
Come colonizzatore diventato indigeno ha capito che avrebbe dovuto affrontare le contraddizioni interne del suo paese, combattendo l’oscenità della società in cui vive.
(Traduzione di Francesca Sibani)
Poi passo a sviluppare questo concetto. Mi soffermo sulle ovvie analogie tra le due società colonizzatrici, quella statunitense e quella israeliana, per poi passare alle differenze. Un’importante differenza è che la popolazione indigena palestinese non è stata decimata dall’avanzata sionista, come invece lo sono stati gli indigeni all’avvento degli europei. Un’altra differenza: oggi c’è chi chiede lo scioglimento dello stato di Israele, cosa che non avviene per gli Stati Uniti. Nel caso degli israeliani qualcuno propone di imitare il modello algerino: secondo questa teoria tutti gli ebrei dovrebbero “tornare da dove sono venuti”.
Dopo aver esaminato analogie e differenze affronto anche una contraddizione interna: a un certo punto i colonizzatori diventano indigeni. I colori e gli odori, la natura e la cultura, la lingua e l’umorismo della nuova terra diventano un habitat naturale anche per chi affonda le sue radici in altri continenti.
R, un vecchio conoscente che ho rivisto in North Carolina, ha vissuto a Ramallah durante la prima intifada e ha lavorato per un’organizzazione palestinese per la difesa dei diritti umani. Hippy ebreo americano, R è stato attratto dalla lotta palestinese per la libertà e dai suoi protagonisti laici e di sinistra. Dopo quasi un decennio è tornato negli Stati Uniti, dove gli avevano offerto un incarico legato al Medio Oriente.
Poi però si è guardato intorno e ha cominciato a preoccuparsi per gli immigrati che l’amministrazione Obama vorrebbe deportare (“gli immigrati in prova possono essere espulsi se prendono una multa in macchina”, “le famiglie vengono separate”). Si è guardato intorno e ha visto come vivono gli afroamericani (“in alcuni stati una condanna penale priva l’interessato del diritto di voto”, “ovunque il numero dei detenuti afroamericani è sproporzionatamente alto”). Si è guardato intorno e ha constatato la scomparsa del popolo indigeno che un tempo occupava quella terra.
Come colonizzatore diventato indigeno ha capito che avrebbe dovuto affrontare le contraddizioni interne del suo paese, combattendo l’oscenità della società in cui vive.
(Traduzione di Francesca Sibani)
Gli israeliani sono solo miopi
La vittoria incondizionata di Benjamin Netanyahu alle elezioni di
questa settimana segna la sconfitta dell’élite dei sondaggisti: da più
di due mesi ci hanno propinato praticamente ogni giorno sondaggi che
mostravano il costante declino del suo partito, il Likud. Leggi
L’appartamento dell’inserviente
Le gocce che l’infermiera mi ha versato negli occhi mi hanno
appannato la vista e affinato l’udito. L’inserviente era impegnato in
una conversazione con la segretaria e un’altra donna. L’accento rivelava
che era arrivato da poco dall’Etiopia. Per la precisione da quattro
anni, come ha confermato durante la conversazione. Le due donne gli
chiedevano del suo nuovo appartamento.
La sociologia politica più elementare mi ha fatto pensare che si fosse trasferito in un insediamento. Avevo ragione. Per la precisione si trattava di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. L’uomo ha ricevuto una generosa sovvenzione dallo stato, ha contratto un mutuo e ha pagato il resto con i risparmi del suo lavoro. Maale Adumim ha circa 40mila abitanti e ottime strade, e la maggior parte degli israeliani non lo considera un insediamento ma parte integrante di Israele. Naturalmente la maggior parte degli israeliani non legge i miei articoli sui metodi adottati da Israele per sfrattare i beduini dalla zona e ampliare l’abitato, e neanche quelli sui vicini villaggi palestinesi di Abu Dis ed Ezariyeh che si stanno trasformando in una specie di Soweto in salsa mediorientale.
Insomma, questo israeliano d’origine etiope (uno dei gruppi di ebrei più discriminati in Israele), dipendente dal basso salario e che ovviamente non sa niente della partecipazione indiretta allo sfratto dei beduini, è stato generosamente aiutato dallo stato a trasferirsi in una delle più importanti colonie israeliane.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
La sociologia politica più elementare mi ha fatto pensare che si fosse trasferito in un insediamento. Avevo ragione. Per la precisione si trattava di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. L’uomo ha ricevuto una generosa sovvenzione dallo stato, ha contratto un mutuo e ha pagato il resto con i risparmi del suo lavoro. Maale Adumim ha circa 40mila abitanti e ottime strade, e la maggior parte degli israeliani non lo considera un insediamento ma parte integrante di Israele. Naturalmente la maggior parte degli israeliani non legge i miei articoli sui metodi adottati da Israele per sfrattare i beduini dalla zona e ampliare l’abitato, e neanche quelli sui vicini villaggi palestinesi di Abu Dis ed Ezariyeh che si stanno trasformando in una specie di Soweto in salsa mediorientale.
Insomma, questo israeliano d’origine etiope (uno dei gruppi di ebrei più discriminati in Israele), dipendente dal basso salario e che ovviamente non sa niente della partecipazione indiretta allo sfratto dei beduini, è stato generosamente aiutato dallo stato a trasferirsi in una delle più importanti colonie israeliane.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Pluralismo di facciata
I militanti del partito israeliano di Casa ebraica cercano di dare
al partito un’aura laica pluralista. Ma alcuni di loro seguono i
comandamenti del fanatismo nazionalista.
Gli articoli più letti sul sito di Ha’aretz il 4 marzo erano:
- la recensione del nuovo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo;
- un commento sul discorso di Benjamin Netanyahu al congresso statunitense;
- una nuova attrazione turistica in Giappone: l’isola dei gatti;
- una nuova parola cinese si afferma su internet;
- di ritorno in Israele, Netanyahu risponde a Barack Obama: “Il mio discorso ha offerto un’alternativa ai negoziati”;
- un commento firmato da B. Michael su Casa ebraica, un partito favorevole alla colonizzazione.
Michael indossa la kippa perché è un ebreo praticante e la
sua penna è affilata come un rasoio. È preoccupato del possibile
successo di Casa ebraica alle elezioni del 17 marzo. Alcuni dei suoi
militanti sembrano conferire a questo partito un’aura pluralista. Ma in
realtà l’unica deputata laica si chiama Ayelet Shaked ed è diventata
famosa per aver pubblicato su Facebook un articolo che incita al
genocidio dei palestinesi. L’articolo era stato scritto da un altro
militante di Casa ebraica ed era stato respinto dai quotidiani
israeliani. Ma Shaked l’ha rilanciato su Facebook. Nel testo l’autore
“chiede l’eliminazione dell’intero popolo palestinese: giovani e vecchi,
donne e bambini”. Secondo B. Michael, Shaked è in realtà una donna
molto religiosa perché osserva scrupolosamente tutti i comandamenti del
fanatismo nazionalista: razzismo, occupazione e violenza senza limiti.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato pubblicato il 6 marzo 2015 a pagina 31 di Internazionale, con il
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Prigione a cielo aperto
L’uomo dice: “Permettetemi di parlare in amiyye”, l’arabo
dialettale. Tutte le persone presenti nella sala annuiscono. L’oratore è
Abed al Majid Atta al Amarneh, muftì di Betlemme. È stato invitato a
parlare a un incontro pubblico a Ramallah sul divieto di uscire dalla
Cisgiordania imposto dagli israeliani.
“In amiyye posso esprimere meglio il mio dolore”, dice prima di raccontare che non esce dal paese da 31 anni. Non ha potuto studiare all’estero, visitare la famiglia in Giordania o accompagnare i genitori nel pellegrinaggio alla Mecca. Racconta che da anni l’esercito cerca un pretesto per arrestarlo, invano. “Chiedo scusa”, dice rivolgendosi alla platea, tra cui ci sono molti ex detenuti. “Non ho fatto niente per combattere l’occupazione, per questo non hanno niente contro di me”. L’incontro è stato organizzato dall’ong Hurriyat, che denuncia il divieto di espatrio usato da Israele contro chiunque ritenga opportuno. La limitazione della libertà di movimento da parte di Israele è stata sempre sottovalutata dai palestinesi rispetto ad altre forme di repressione.
Negli anni novanta, quando cercavo di sensibilizzare i miei amici di Gaza sulla questione, uno di loro mi disse: “Quando rubano la terra e uccidono i nostri giovani, lamentarsi del divieto di espatrio è un lusso”. Oggi Gaza è la più grande prigione del mondo e, anche se Israele non ha mai reso pubblici i dati, i palestinesi che non possono uscire dalla Cisgiordania sono centinaia di migliaia.
Traduzione di Andrea Sparacino
“In amiyye posso esprimere meglio il mio dolore”, dice prima di raccontare che non esce dal paese da 31 anni. Non ha potuto studiare all’estero, visitare la famiglia in Giordania o accompagnare i genitori nel pellegrinaggio alla Mecca. Racconta che da anni l’esercito cerca un pretesto per arrestarlo, invano. “Chiedo scusa”, dice rivolgendosi alla platea, tra cui ci sono molti ex detenuti. “Non ho fatto niente per combattere l’occupazione, per questo non hanno niente contro di me”. L’incontro è stato organizzato dall’ong Hurriyat, che denuncia il divieto di espatrio usato da Israele contro chiunque ritenga opportuno. La limitazione della libertà di movimento da parte di Israele è stata sempre sottovalutata dai palestinesi rispetto ad altre forme di repressione.
Negli anni novanta, quando cercavo di sensibilizzare i miei amici di Gaza sulla questione, uno di loro mi disse: “Quando rubano la terra e uccidono i nostri giovani, lamentarsi del divieto di espatrio è un lusso”. Oggi Gaza è la più grande prigione del mondo e, anche se Israele non ha mai reso pubblici i dati, i palestinesi che non possono uscire dalla Cisgiordania sono centinaia di migliaia.
Traduzione di Andrea Sparacino
Disobbedienza civile
Bassem Tamimi, originario di Nabi Salih, in Cisgiordania, è rimasto
sorpreso quando mi ha incontrato a un evento di disobbedienza civile a
est di Gerusalemme.
Sa bene che ho paura delle reazioni violente dell’esercito israeliano. Si protestava contro il progetto israeliano di costruire un insediamento per beduini su terre confiscate al villaggio palestinese di Abu Dis. Da due settimane gli attivisti cercano di ostacolare i lavori montando delle tende e costruendo delle strutture provvisorie in legno o in cemento, senza farsi intimidire dall’esercito israeliano.
La mattina del 16 febbraio i soldati hanno sparato delle granate stordenti verso di noi. Io sono scappata, ma i giovani attivisti sono rimasti lì con il loro leader, il più anziano Bassem. Più tardi io e Bassem siamo andati a Hebron per discutere della questione con alcuni dirigenti di Al Fatah. Quando siamo tornati, abbiamo saputo che trenta attivisti erano rimasti feriti e cinque erano stati arrestati. Le strutture provvisorie erano state smantellate, ma gli attivisti rimasti ne stavano già costruendo delle altre.
Negli ultimi due anni gli attivisti palestinesi favorevoli alla resistenza pacifica hanno partecipato a molte proteste nell’area C, dove gli abitanti non possono neanche scavare un buco nel terreno senza il permesso di Israele. Le prime iniziative hanno ricevuto il sostegno dell’Autorità Palestinese, ma questa volta gli attivisti hanno rifiutato qualunque aiuto. Tutti i materiali usati sono stati donati da privati.
Sa bene che ho paura delle reazioni violente dell’esercito israeliano. Si protestava contro il progetto israeliano di costruire un insediamento per beduini su terre confiscate al villaggio palestinese di Abu Dis. Da due settimane gli attivisti cercano di ostacolare i lavori montando delle tende e costruendo delle strutture provvisorie in legno o in cemento, senza farsi intimidire dall’esercito israeliano.
La mattina del 16 febbraio i soldati hanno sparato delle granate stordenti verso di noi. Io sono scappata, ma i giovani attivisti sono rimasti lì con il loro leader, il più anziano Bassem. Più tardi io e Bassem siamo andati a Hebron per discutere della questione con alcuni dirigenti di Al Fatah. Quando siamo tornati, abbiamo saputo che trenta attivisti erano rimasti feriti e cinque erano stati arrestati. Le strutture provvisorie erano state smantellate, ma gli attivisti rimasti ne stavano già costruendo delle altre.
Negli ultimi due anni gli attivisti palestinesi favorevoli alla resistenza pacifica hanno partecipato a molte proteste nell’area C, dove gli abitanti non possono neanche scavare un buco nel terreno senza il permesso di Israele. Le prime iniziative hanno ricevuto il sostegno dell’Autorità Palestinese, ma questa volta gli attivisti hanno rifiutato qualunque aiuto. Tutti i materiali usati sono stati donati da privati.
Questo articolo è stato pubblicato il 20 febbraio 2015 a pagina 22 di Internazionale, con il titolo “Disobbedienza civile”. Compra questo numero | Abbonati
Appunti sulla scrivania
Sulla mia scrivania ci sono alcuni appunti che presto trasformerò in articoli.
- Circa mille studenti sono bloccati nella Striscia di Gaza e non possono raggiungere le loro università all’estero. Dal 1997 Israele impedisce agli abitanti di Gaza di uscire dal paese passando per la Giordania. Questo significa che l’unica via di uscita è il valico di Rafah, al confine con l’Egitto. Ma da quando l’esercito egiziano ha lanciato un’offensiva contro i Fratelli musulmani, il valico è quasi sempre chiuso. Quando apre è talmente affollato che solo i più aggressivi riescono a passare. In un raro gesto di buona volontà, nell’autunno scorso Israele ha permesso ad alcune decine di studenti di partire attraverso il confine giordano.
- Israele vuole espellere le comunità di beduini dalle loro terre in Cisgiordania per ospitarle in un insediamento in costruzione. Ma la vita semi-urbana comprometterebbe il tessuto sociale, le abitudini e il sostentamento di circa diecimila persone appartenenti a tre tribù. La loro espulsione permetterà di espandere gli insediamenti ebraici della zona. Nonostante le proteste di palestinesi ed europei, Israele va avanti con il suo piano.
- I soldati israeliani hanno gambizzato un cameraman palestinese durante una manifestazione di protesta nel villaggio di Kafr Qaddum. Non è la prima volta che succede. Io ormai non vado più a queste manifestazioni. Lo ammetto, sono una vigliacca. Ho paura dei gas lacrimogeni, delle percosse e dei proiettili.
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