Una conversazione con il curatore di “Lettere alla Palestina”, Vijay Prashad


 w-Vijaypradash-082614


Una conversazione con il curatore di “Lettere alla Palestina”, Vijay Prashad
Di Vijay Prashad
28  marzo 2015
Il 14 aprile 2015, la casa editrice  Verso Books,  farà uscire  il libro:  Letters to Palestine: Writers Respond to War and Occupation” [Lettere alla Palestina: come gli scrittori rispondono alla guerra e all’occupazione]. In questa  raccolta di saggi e poesie, autori americani e autori palestinesi che vivono in America, offrono le loro reazioni   schiette  e non filtrate all’oppressione implacabile dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. L’introduzione del libro è stata  scritta dal romanziere  dominicano-americano Junot Diaz  e Letters comprende pezzi di Teju Cole e di Mumia Abu-Jamal. Anche  scrittori palestinesi-americani e  attivisti  come Huwaida Arraf, Naomi Shihab Nye, Randa Jarrar, e Lena Khalaf Tuffaha hanno offerto la loro opera.
Vijay Prashad , il curatore del libro, ha la cattedra di Storia dell’Asia Meridionale
intitolata a George e Martha Kellner ed è professore di studi internazionali  al Trinity  College e autore di 17 libri. L’IMEU (Institute for Middle East Understanding -Istituto per la comprensione del Medio Oriente) ha parlato con lui su come è venuto a conoscenza  per la prima volta  della   lotta palestinese, e come i frequenti episodi di violenza a Gaza  abbiano ispirato “Lettere alla Palestina.”
Domanda: – So che ha lavorato per lungo tempo per la Palestina, tra molte altre cose. Come mai  questa causa  è diventata importante per lei?
Vijay Prashad: Sono maturato politicamente alla fine degli anni 70’ e all’inizio degli anni ’80. Ero molto giovane e ho cominciato a sentir parlare di varie cause. Quando sono andato al College negli anni ’80, e anche prima, quando andavo a scuola, ero stato particolarmente colpito dagli avvenimenti del 1982. Per i vecchi principi di solidarietà con il terzo mondo, i media in India si occupavano in modo molto intenso di Sabra e Shatila. Anche se sono di una famiglia di profughi che si sono lasciati tutto alle spalle, e anche se ci sono milioni di profughi in tutto il mondo, questa storia mi ha colpito in modo particolare. In parte è stata la notevole abilità dell’OLP in quell’epoca che ha reso la sua causa un argomento internazionale, e in parte è stato il fatto che le persone della mia generazione erano molto segnate dall’emergere della questione palestinese. Nel corso degli anni ho scritto molto su quella zona da angolature diverse. Nel 2003, per esempio, ho scritto un libro sul cambiamento di rapporti tra India e Israele.
D. Quando ha cominciato a  ideare “Lettere alla Palestina”?
VP:  Quando c’è stato l’attacco contro Gaza nell’estate del 2014, ho sentito che ci è stato un cambiamento negli atteggiamenti americani nei confronti di Israele. Anche se non si vuol dire che è un cambiamento in una sola direzione, ci sono gruppi diversi che si muovono in direzioni differenti. Però quando il Washington Post ha  pubblicato un mio contro editoriale sul movimento BDS, per esempio, per me è stato straordinario. Tuttavia c’è un livello di brutalizzazione di Gaza che mi ha afflitto molto e questo libro nasce da quella storia personale. C’è una serie diversa di problemi in Cisgiordania, naturalmente, ma la specifica brutalizzazione di Gaza è davvero sconvolgente. Gaza affronta due tipi di brutalizzazione: la prima è la prigionia senza fine. La seconda è sottolineata da episodi spettacolari di violenza. Che si tratti dell’Operazione Piombo Fuso o di quella definita Pilastro della Difesa o comunque vogliano chiamarla, questi attacchi arrivano puntuali come un orologio.
Dopo Piombo Fuso sono rimasto colpito dal modo in cui i burocrati dell’ONU hanno rapidamente cercato di mobilitare la responsabilità, ma poi il Rapporto Goldstone è stato fondamentalmente gettato via. Quando è terminato l’assedio più recente, sono stato realmente colpito dalle palesi manifestazioni di disperazione da parte dei funzionari dell’ONU. E’ stata una cosa molto forte quando  Chris Guiness ha pianto di fronte alla telecamera, e quando il nuovo capo dell’UNRWA ha fatto delle dichiarazioni incredibili. Ma ho saputo immediatamente che non ci sarebbe stata alcuna  responsabilità  – a causa di questa periodica natura di accentuata violenza, diventa normale.
Ho pensato quindi che come minimo, potevo raccogliere degli scrittori americani famosi e permettere loro di fornire delle testimonianze. In realtà è simile  più a una osservazione. Abbiamo sempre detto di non bombardare Gaza, non è nulla di nuovo. E’ più importante avere scrittori americani di una certa generazione che maturano e che si oppongono a questa occupazione.
D – Una volta avuta l’idea del libro, come si è amalgamato tutto?
VP: Nell’autunno del 2014, ho cominciato a mettermi in comunicazione con persone che conoscevo e con persone che avevano già scritto delle cose. Il libro ha finito per diventare un insieme di cose che erano state pubblicate prima  e anche di nuovi testi. Per esempio, Najla Said è una mia amica, e siamo amici su Facebook. Durante la guerra usava Facebook per postarvi pensieri incredibili, potenti. Così le ho detto: “Najla, devi soltanto mettere tutti i tuoi messaggi scritti su Facebook in un file.” E questo è diventato la base del  suo pezzo nel libro, che si chiama “Diario di una guerra di Gaza, 2014.”
Alcuni dei pezzi sono materiali trovati, e alcuni sono originali. Sinan Antoon ha scritto una meravigliosa poesia per il libro, intitolata “Dopo”. Ci sono anche vari
Diari di viaggio che sono la chiave per il tono del libro. Un libro che cataloga soltanto atrocità può essere faticoso da leggere, perché talvolta il lettore rivive l’atrocità. Con i diari di viaggio, invece, come quello di Ben Ehrenreich intitolato “Below Zero:   In Gaza Before the Greatest War,”    (Sottozero: a Gaza prima della guerra più grande),
esploriamo alcune delle sfumature dell’esistenza al di fuori dell’atrocità. Non mi sento tranquillo a curare un libro sulla Palestina che dice che i palestinesi sono semplicemente vittime. Devono essere rappresentati come rivoluzionari, e penso che il libro riesca a farlo.
D- In questo libro ci sono degli scrittori realmente prestigiosi – Junot Diaz e Teju Cole, tra gli altri. E’ stato facile far partecipare le persone?
VP: Come ha detto Junot Diaz: “Gli americani sono intossicati di Palestina.”  Malgrado gli apparenti cambiamenti nella consapevolezza, questo lo rende un rischio per questi scrittori. Ebbene, Junot Diaz  e Teju Cole probabilmente a questo punto non avranno problemi di carriera, ma può essere un rischio per gli altri. Molti degli autori del libro sono persone che conosco da molto tempo – il libro si doveva fare rapidamente, e gli scrittori sono stati molto generosi. Penso che ci sia stato una specie di effetto a palla di neve  con il movimento BDS, e la violenza a Gaza ha prodotto una vera rabbia e la gente vuole far sentire la propria voce, qualunque sia il costo.
E, come per il BDS, che è semplicemente pressione tattica dall’esterno, questo libro riconosce che la libertà arriverà dall’interno della Palestina. Anche se in questo libro sono autori americani che scrivono alla Palestina, alla fine sono i palestinesi che si libereranno
D – Per chi è il libro?
VP: Onestamente, le persone che vivono là probabilmente non hanno davvero necessità di leggere questo libro che in realtà e per lettori occidentali e vuole fornire un contesto a qualche livello. Ci sono  tanti straordinari scrittori e poeti arabi in America e ho voluto attirare l’attenzione su questo fatto, ma sono stato anche molto contento che scrittori ebrei come Sarah Schulman e Kevin Coval ci diano un senso del cambiamento all’interno della comunità ebraico-americana. Naturalmente, in quella comunità c’è molto appoggio per Israele, ma qui abbiamo un’affermazione che dice che la comunità israeliana è divisa. Netanyhau ora dice: “Rappresento gli ebrei in tutto il mondo,” e molti ebrei dicono: “No, non li rappresenti.”
Un’altra cosa per cui gli americani non hanno molto contesto, è questa necessità di lottare per la propria auto-determinazione. Siamo molto lontani dai giorni degli agricoltori americani che  deponevano   le loro  accette  per difendere se stessi e i loro diritti. E quindi anche persone che sono solidali con la causa palestinese, mi chiedono: “Perché devono combattere?” Al che rispondo: “Pensate che la gente si lasci domare? Che si arrenda e muoia?”
Ma quando dico contesto, lasciatemi chiarire, nel libro non c’è alcun saggio che fornisca la storia passo dopo passo. Non ci sono cartine geografiche che mostrano lo stato palestinese che si sta riducendo. Mi interessa ciò che produce il conflitto adesso, oggi. La storia è un vettore, naturalmente, ma ogni volta che un soldato israeliano va in un campo e sradica un ulivo, ha un impatto immediato e ha anche una restituzione eterna. Penso che sia un errore che la gente consideri la Nakba (La Catastrofe) il 1948, quando in realtà  avviene tutti i giorni – è continua. Spero che questo sia quello che trasmette il libro.
Nella foto, Vijay Prashad
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/a-conversation-with-letters-to-palestine-editor-vijay-prashad
Originale: Institute for Middle East Understanding
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Commenti

Post popolari in questo blog

Il prigioniero Zakaria El Zebedi invia un messaggio tramite i suoi avvocati agli israeliani: ′′ Da Facebook ( in ebraico e inglese)

Tom Pessah : Chi ha combattuto nel 1948? Un libro sfata l'usuale narrazione

Yuval Harar : . La soluzione a tre classi .

Odeh Bisharat : l nuovo antisemitismo israeliano: un ginocchio sul collo di un vecchio