Islam Sull’illiceità del ricorso al rogo contro i prigionieri
Sull’illiceità del ricorso al rogo contro i prigionieri
In seguito al ricorso alla condanna al rogo, da parte dei militanti di quello che è noto come “Stato Islamico del ‛Irâq e dello Šâm” (ISIS/Dâ‛iš) nei confronti del prigioniero giordano Moaz al-Kasasbeh,
molte persone – sia tra gli aperti sostenitori dell’ISIS, sia tra gli
intellettuali laici e secolaristi – hanno provato ad attribuire un
principio di legittimità a questa condanna, dal punto di vista della
Legge islamica: gli uni per difendere apologeticamente il provvedimento,
gli altri per attribuirlo polemicamente alla Tradizione islamica nel
suo complesso, e specificamente alla giurisprudenza religiosa classica.
Al netto dell’opportunità di rammentare
una volta di più come, in una guerra di opposte propagande,
resta oggettivamente difficoltoso stabilire con certezza quale
sia il reale svolgimento dei fatti e l’esatta natura delle
responsabilità, è d’altronde doveroso attestare con chiarezza l’estraneità della Tradizione islamica da questo tentativo di attribuzione.
Tale tentativo si basa principalmente sulla narrazione secondo cui Abû Bakr as-Siddîq (che Allâh sia soddisfatto di lui) avrebbe bruciato vivo al-Fajâ’ah as-Silmî. Tale narrazione è però da considerarsi priva di fondamento (bâtilah), alla luce della scienza del Hadîth. Essa risale infatti a ‛Ulwân ibn Dawûd al-Bajlî, che è considerato un narratore screditato (mat‘ûn) da parte dei sapienti del Hadîth e delle narrazioni.
Tra questi sapienti, al-Hâfiz Ibn Hajar ha riportato [1] che l’Imâm al-Bukhârî indicò ‛Ulwân – conosciuto anche come Ibn Sâlih – come una persona conosciuta per la trasmissione di narrazioni “screditate” (munkar) [2]; l’Imâm al-Hâfiz Nûr ad-Dîn al-Haythamî, commentando la narrazione del rogo di Fajâ’ah riportata dal Tabarânî, ha indicato ‛Ulwân come un narratore “debole” (da‛îf), e tale narrazione “tra quelle rispetto a cui vi è del discredito” (mim-mâ ankara ‛alayhi). [3]
Al-‛Uqaylî ha riportato inoltre da Yahyâ ibn ‛Uthmân che questi ha sentito attestare da Sa‛îd ibn ‛Afîr che ‛Ulwân era un ladro [indegno di fiducia nelle sue narrazioni]. [4]
Al-‛Uqaylî ha riportato inoltre da Yahyâ ibn ‛Uthmân che questi ha sentito attestare da Sa‛îd ibn ‛Afîr che ‛Ulwân era un ladro [indegno di fiducia nelle sue narrazioni]. [4]
Una narrazione similare, cui tale tentativo di attribuzione fa riferimento, è quella in cui Khâlid ibn al-Walîd (che Allâh sia soddisfatto di lui) avrebbe bruciato la testa di Mâlik ibn Nuwayrah. Anche in questo caso, tale narrazione è da considerarsi priva di fondamento (bâtilah), poiché la sua catena di trasmissione (sanad) passa attraverso Muhammad ibn Humayd ar-Râzî, il quale è considerato dai sapienti del Hadîth e delle narrazioni come un mentitore (kadhdhâb).
L’Imâm Ibn Hibbân ha detto di lui che fu tra coloro che si distaccarono dal novero dei narratori degni di fiducia (thiqât) poiché modificava ciò che narrava, invertendone il senso. Abû Zar‛ah e Muhammad ibn Muslim ibn Wârah attestarono che fu un bugiardo.
L’Imâm Ibn Hibbân ha detto di lui che fu tra coloro che si distaccarono dal novero dei narratori degni di fiducia (thiqât) poiché modificava ciò che narrava, invertendone il senso. Abû Zar‛ah e Muhammad ibn Muslim ibn Wârah attestarono che fu un bugiardo.
Tali narrazioni – che costituiscono
peraltro un elemento ricorrente anche nella letteratura polemistica
ši‛îta ostile ai nobili Compagni del Profeta (ﷺ) – sono dunque da
considerarsi prive di fondamento (bâtilah) e da rigettare, alla luce di quanto formalmente attestato dalla scienza dell’Hadith e secondo la dettagliata opinione dei sapienti delle narrazioni.
La posizione ortodossa. La posizione generale della Tradizione islamica a questo proposito è espressa chiaramente dall’hadîth in cui l’Inviato di Allâh (ﷺ) disse: «Invero non punisce tramite il fuoco se non Allâh». [5] E disse, in una narrazione similare: «Non punisce tramite il fuoco se non il Signore del fuoco». [6]
Disse inoltre Ibn Mas‛ûd (che Allâh ne sia soddisfatto): «Ci trovavamo in viaggio con l’Inviato di Allâh (ﷺ), quando questi si allontanò per una necessità. Vedemmo
allora un uccello con due uccellini, di cui ci impossessammo; l’uccello
ci volò quindi intorno battendo le ali, finché tornò il Profeta (ﷺ) che ci chiese: “Chi ha afflitto costei, levandole i suoi piccoli? Ridatele i suoi piccoli!”. Vedemmo poi un formicaio, lo bruciammo, e [il Profeta] domandò: “Chi l’ha bruciato?”. “Noi”, dicemmo. Rispose (ﷺ): “Invero non si addice il punire col fuoco se non al Signore del fuoco”». [7]
A partire da ciò, il ricorso al rogo non ha trovato perlopiù alcuno spazio o legittimità, né nell’ambito del diritto di guerra in generale, né a proposito dello statuto dei prigionieri.
Esso ha avuto luogo tutt’al più come evento sporadico ed isolato, eventualmente limitato a singole interpretazioni di carattere personale (ijtihâdât) od a casistiche giurisprudenziali molto specifiche e controverse, che tuttavia restano del tutto estranee a questo contesto.
Esso ha avuto luogo tutt’al più come evento sporadico ed isolato, eventualmente limitato a singole interpretazioni di carattere personale (ijtihâdât) od a casistiche giurisprudenziali molto specifiche e controverse, che tuttavia restano del tutto estranee a questo contesto.
Un esempio di tali interpretazioni personali (ijtihâdât) fu quello dell’Imâm ‛Alî ibn Abî Talib (che Allâh ne sia soddisfatto), che ricorse al castigo del rogo nei confronti di alcuni ribelli sediziosi (khawârij),
particolarmente pericolosi per la sicurezza pubblica; ciononostante,
egli fu successivamente biasimato per questo da Ibn ‛Abbâs [8]. L’Imâm Tirmidhî riporta che, quando la notizia di questo biasimo giunse ad ‛Alî, questi disse: «Ibn ‛Abbâs ha detto il vero», circa il carattere biasimevole del ricorso a questo genere di provvedimenti. [9]
Lo Šaykh ‛Abdullâh bin Bayyah ha spiegato come, in ogni caso, questa debba comunque considerarsi come un’interpretazione personale (ijtihâd) riservata allo specifico ambito in cui fu attuata, che non assume un carattere di riferimento generale né giustifica una sua applicazione estensiva, come illustrato dall’Imâm as-Šâtibî. [10]
Lo Šaykh ‛Abdullâh bin Bayyah ha spiegato come, in ogni caso, questa debba comunque considerarsi come un’interpretazione personale (ijtihâd) riservata allo specifico ambito in cui fu attuata, che non assume un carattere di riferimento generale né giustifica una sua applicazione estensiva, come illustrato dall’Imâm as-Šâtibî. [10]
Lo statuto del prigioniero resta dunque
regolato in termini generali dai principi dell’umanità e della premura,
come indicato dettagliatamente in numerose narrazioni profetiche, e come
statuito con chiarezza dall’Altissimo, nel Capitolo dedicato all’Essere
umano (insân):
وَيُطْعِمُونَ الطَّعَامَ عَلَىٰ
حُبِّهِ مِسْكِينًا وَيَتِيمًا وَأَسِيرًا إِنَّمَا نُطْعِمُكُمْ لِوَجْهِ
اللَّهِ لَا نُرِيدُ مِنْكُمْ جَزَاءً وَلَا شُكُورًا
«E nutrono – nonostante il bisogno – il povero, l’orfano ed il prigioniero [dicendo]: “Invero non vi nutriamo se non per [desiderio de] il volto di Dio, non vogliamo da parte vostra alcuna ricompensa né ringraziamento”». [11]
«E nutrono – nonostante il bisogno – il povero, l’orfano ed il prigioniero [dicendo]: “Invero non vi nutriamo se non per [desiderio de] il volto di Dio, non vogliamo da parte vostra alcuna ricompensa né ringraziamento”». [11]
Stabilito ciò con chiarezza – e facendo
riferimento, in conclusione, agli avvenimenti della più recente
attualità – attestiamo d’altronde con altrettanta chiarezza che gli
odierni apologeti dell'(in)civiltà dei bombardamenti a tappeto, della
bomba atomica, e degli esplosivi al napalm ed al fosforo bianco – che
della tragedia in cui è precipitato lo stesso popolo Arabo del ‛Irâq e
della Siria è a tutti gli effetti corresponsabile e connivente, sotto
diversi punti di vista – non si trovano nella posizione morale di poter esprimere condanne di sorta.
Dinanzi al dramma cui l’Altissimo ha
sottoposto i Paesi musulmani, ben prima e ben più che a qualsiasi forma
di diritto internazionale contemporaneo facciamo appello al Signore dei
mondi, attestando che «Allâh ci è sufficiente, e qual Garante Egli è!». [12]
Ha detto il vero Iddio l’Altissimo (sadaqa-Llâhu l-‛Azîm),
il Misericordioso che ha inviato i Suoi Messaggeri come misericordia
per i mondi, per testimoniare e diffondere i valori morali e spirituali,
e per arginare e medicare le grettezze del fanatismo e della brutalità.

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