Disponibile in traduzione inglese di Anna Zorzi 
Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, ma bestie, bestie da soma,
e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi,
che vivono la loro libera vita diabolica o angelica,
perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani,
che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.
(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)
Shuhada Street
Raccontare Hebron. Niente di più
difficile. Senza voler esagerare, pensi che Hebron ti abbia
irrimediabilmente marchiata, tramortita, lacerata. Raccontare Hebron è
raccontare l’apartheid, l’abiura della solidarietà, della compassione,
dell’umanità. Raccontare Hebron è raccontare l’Inferno. Eppure il dovere della testimonianza è più forte del riparo del silenzio
ha scritto Egidia Beretta, mamma di Vittorio Arrigoni, nel libro
dedicato al figlio scomparso. E in questo caso, il silenzio ti
sembrerebbe l’ennesimo torto nei confronti di chi, in quell’inferno,
combatte quotidianamente per la vita, per la dignità, per l’identità,
sfidando il muro d’indifferenza della comunità internazionale. Pertanto,
quello che segue non potrà che essere un resoconto parziale e
impreciso, perché il linguaggio, anche il più esatto, è insufficiente a
esprimere l’assurdità, la bestialità, la totale inumanità delle cose cui hai assistito.
Benvenuti a Hebron, la città fantasma. Così Issa Amro, insieme ad altri rappresentanti della Youth Against Settlements, vi accoglie
all’inizio di Hebron 2,
il centro storico che gli accordi di Oslo hanno assegnato al controllo
militare israeliano. Ti basta uno sguardo per capire che questa sarà la
tappa più dura, che Al-Khalil (il nome arabo della città) ti si imprimerà nella carne e non ti abbandonerà più:
le mura sono imbrattate di scritte che recitano “Free Israel”,
rovesciando completamente la questione del diritto palestinese
all’autodeterminazione; a queste si aggiungono murales in ebraico, che, a
sentire Issa, non inneggiano esattamente al pacifismo; ogni angolo è
militarizzato; i coloni, generalmente posti in case a schiera su colline
appartate, qui risiedono proprio nel cuore della città. Tutto sembra chiedervi di lasciare ogni speranza voi ch’entrate e di sostituirla con uno sbalordimento rabbioso.
Sfreccia una macchina con i vetri
oscurati e sentite degli strepiti di disprezzo dall’interno: eccoli qui i
veri terroristi, enuncia, a gran voce, Issa, riferendosi ai coloni.
Dopo pochi minuti il lancio di un fumogeno – il benvenuto israeliano – ,
rende l’aria greve, irrespirabile e carica d’astio. Tossisci, ti
bruciano le narici, ti sanguina il naso e arrivano le prime, silenziose e
amarissime lacrime, che nascondi dietro gli occhiali scuri. Inizia lo
stordimento, la memoria si confonde, la pagina di appunti è interrotta.
Ricordi l’arrivo di due bambine sorridenti, che sfoggiano
orgogliosamente le loro sciarpe palestinesi, quasi a sfidare i giovani
soldati che vi osservano con tracotanza. Lentamente, giungete
all’imbocco di Shuhada Street, di fronte a un check point.
Soldati in posa, dopo aver tirato un fumogeno (foto di Mario Dal Gesso)
A questo punto noi arabi, che non siamo esseri umani, dobbiamo salutarvi perché non ci è permesso percorrere Shuhada Street. Passeremo per il cimitero dei nostri nonni e ci rivedremo dopo.
Con queste parole il vostro Virgilio si congeda, abbandonandovi, come
pellegrini smarriti, proprio all’ingresso della Città di Dite.
Inebetita, sollevi il passaporto, vergognandoti profondamente che lo
stemma della Repubblica italiana sia un lasciapassare più valido del
sangue e delle radici di chi in quella strada è nato e cresciuto. È il mondo alla rovescia dell’occupazione israeliana, che trascende ogni logica e ogni buon senso: sono i parenti, gli amici e i consanguinei di chi, nel 1994, fu vittima del furore efferato del fanatico ebreo Baruch Goldstein a dover pagare
il prezzo del torto subito, per garantire impunità ai carnefici. Sami
Huraini, il sedicenne rossiccio che avete conosciuto ad At-Tuwani e
portato con voi affinché possa salutare un amico di Hebron, realizza in
quel momento di appartenere alla schiera degli esiliati e, confuso,
raggiunge di corsa il gruppo di palestinesi che sta salendo dall’altra
parte. È troppo. Qualcosa, in quel momento, ti si rompe dentro, vorresti
urlare, piangere disperata, unirti a loro, ma ti senti completamente
paralizzata.
La passeggiata per Shuhada Street ha il
suono dei vostri passi sconsolati che rimbombano nella via deserta,
interrotti ogni tanto dal passaggio di un autobus blindato, riservato
agli ebrei. La testa ti si affolla di domande che non possono trovare
risposta, perché non c’è risposta. Ti chiedi, ad esempio, come sia
possibile scegliere coscientemente di crescere i propri figli in quel
modo, perché se a essere ghettizzati e discriminati sono i palestinesi, è
pur vero che i coloni conducono una vita reclusa e carica d’odio,
sventolando l’alibi della Terra promessa. Queste persone non sanno nemmeno cosa sia la vita,
sussurra uno di voi. E, ti vien da dire, non sanno nemmeno cosa sia la
Storia, dato che, come a Jaffa, cartelloni illustrativi millantano
un’appartenenza e un diritto di prelazione sulla “città degli avi”, che,
secondo l’ideologia sionista, sarebbe stata indebitamente occupata
dalle popolazioni arabe. Per farvi forza, intonate, con voce tremante, Bella ciao e al termine della strada dell’apartheid un gruppo di donne, posto ai bordi della via, si unisce al canto.
Issa Amro discute con un soldato israeliano dopo l’arresto di Sami (foto di M. Dal Gesso)
In attesa del ricongiungimento con gli
attivisti di YAS, vi invitano a foraggiare la stentata economia locale
entrando in due negozietti, nei quali trovate litri di tè fumante
preparati appositamente per l’occasione. Quando terminate gli acquisti,
lo shock: Mike vi comunica che hanno arrestato Sami. Trovato
senza documenti, il giovane è stato portato presso la stazione di
polizia militare, con il pretesto degli accertamenti, che hanno in
realtà lo scopo, intimidatorio, di farvi capire chi comanda a Hebron. Il processo
di Kafka prende vita sotto i vostri occhi. Mentre attendete notizie, un
gruppo di ragazzini – sporchi, alcuni sdentati, inaspriti dagli stenti e
dall’ingiustizia di vivere sotto occupazione – vi si fa intorno,
provando a vendervi braccialetti, gadget e souvenirs. Please please, there is no business in Hebron è
il ritornello incessante di uno dei bimbi più malconci, un bambino
dall’aria spaurita e disperata, che porta sul volto i segni della
malnutrizione e della sospensione dei diritti. Un bambino che parla di
business, quando dovrebbe essere nella propria cameretta a fare i
compiti, o a giocare al parco con gli amici. È il mondo alla rovescia dell’occupazione israeliana, è l’Inferno.
Dire di no è impossibile e in un lampo i bambini si moltiplicano e
iniziano a bisticciare tra loro per accaparrarsi la vendita più
proficua. Intenzionata a placare i litigi, ti liberi dei pochi shekel
rimasti e inizi anche a distribuire monetine e banconote di euro. La
riconoscenza è enorme. Il bambino del business, alla vista di
cinque euro, ti si attacca al braccio festante. Tu, invece, vorresti
scomparire all’istante, perché riempirti le tasche di braccialetti,
portamonete e souvenirs palestinesi non basta a sgravarti il cuore dal
pensiero che tu, a differenza loro, potrai dormire in un letto senza il
terrore che un gruppo di soldati interrompa i tuoi sogni; potrai
percorrere tutte le strade della tua città senza che vengano fatte
indagini sul tuo cognome o sul tuo albero genealogico; potrai, insomma, uscire a riveder le stelle.
Colono protetto da soldati minaccia Mike (foto di M. Dal Gesso)
Quando finalmente Issa e Mike riescono a
sottrarre Sami dall’umiliante interrogatorio, vi rimettete in cammino.
Non avete ancora gioito dell’epilogo lieto che ripiombate in un’altra bolgia infernale:
un corpulento colono, con telefonino alla mano, inizia a filmarvi uno a
uno, indugiando, con ghigno sprezzante, sui vostri volti con un
cantilenante e inquietante “Smile”. Ti verrà riferito poi che, non pago
della sua arroganza, l’energumeno si avvicina a Mike e, a un centimetro
dal suo naso, gli sputa addosso parole di sfregio e minaccia,
definendovi spazzatura che merita di morire. Lo ignorate e
proseguite, imboccando una viuzza che, come Shuhada Street, era un tempo
una delle principali vie del commercio cittadino. Oggi un ordine
militare ha decretato la totale chiusura dei negozi.
Basta sollevare lo sguardo per comprenderne il motivo: un bandierone con
la stella a sei punte sventola sopra le vostre teste, a riprova
dell’ennesimo insediamento illegale che infrange il diritto
internazionale. L’installazione di una rete ha tentato di
risparmiare ai palestinesi l’avvilimento di vedersi costantemente
arrivare addosso l’immondizia di chi, dall’alto, gioca a fare dio, un
dio ingiustissimo e ferocissimo. La protezione metallica non riesce ad
impedire, peraltro, il lancio di rifiuti liquidi: acqua sporca, olio
bollente da cucina e fluidi corporei che dovrebbero avere un’altra
destinazione feriscono ogni giorno la pelle e la dignità di chi passa.
Vi viene consigliato di camminare tenendo le spalle il più possibile
rasenti al muro. Sei completamente sconvolta, senti le gambe molli e ti aggrappi al restiamo umani di Vittorio per non cadere come corpo morto cade.
Issa sembra leggerti nel pensiero e, con il tono perentorio e
provocatorio che ha contrassegnato il vostro pomeriggio demoniaco e
sconvolgente, vi proclama che per la situazione di Hebron non basta
più restare umani, bisogna restare attivamente umani, bisogna impegnarsi
in prima persona per far valere i sentimenti di umanità e giustizia. Stay actively human.

Non fate in tempo a riavervi dalle
suggestive parole di Issa che un’altra scossa violenta fa tremare la
terra. Questa scossa puzza di polvere da sparo, porta con sé le grida di
ragazzini che, per difesa o per non sentirsi del tutto inermi, urlano e
lanciano le pietre. Questa scossa è una pioggia di fumogeni, che i coloni lanciano contro civili indifesi, forse per vendicarsi della vostra presenza. Questa scossa ucciderà un anziano palestinese,
un ottantenne che forse usciva a fare la spesa, non immaginando di
terminare i suoi giorni solo, indifeso, sul ciglio di un marciapiede.
Corri all’impazzata, con il cuore che sembra voler balzare fuori dal
petto, con il cuore prostrato dallo spavento, dal terrore, dallo sdegno.
Vi è stato detto che Massimo Bray, il ministro della Cultura del governo Letta, ha recentemente visitato
Hebron scortato dai coloni, non degnando della minima attenzione la
sofferenza palestinese. A lui e a quelli come lui pensi mentre
diminuiscono i metri d’asfalto che ti separano dal pullman, cercando di
tenere a bada i sentimenti violenti per il ricordo dell’ipocrita e
rivoltante piagnisteo ai funerali di Nelson Mandela.
Tutti a darne un ritratto mellifluo, a parlarne come di un anziano
nonnino pacifista. Ma dov’è il Mandela partigiano? Dov’è il Mandela così
sensibile a quello che accade in Cisgiordania da dire che la nostra libertà sarà sempre incompleta fino a quando i palestinesi non saranno liberi? Il
Mandela che, dalla sua vecchia cella da Robben Island, lanciò la
campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e dei prigionieri
politici palestinesi? L’hanno occultato, cancellato dalla Storia,
cacciato a forza di un armadio, perché sull’apartheid in Palestina non
si deve fiatare. Meglio continuare a cavalcare la retorica
dell’apartheid sudafricano, che è passato e non rischia di far saltare
preziosi e proficui rapporti diplomatici, indispensabili alle democrazie
occidentali per avere un avamposto in Medio Oriente. Ecco, mentre
scappi dai fumogeni, pensi che Cristo non si è fermato a Hebron,
non può essersi fermato a Hebron. Sarà rimasto in stato di fermo in
qualche check point o tenuto in ostaggio in qualche colonia, perché se
avesse visto quest’angolo di razzismo, usurpazione e povertà, certo non
avrebbe consentito al mondo di vivere in pace, continuando a voltare la
testa dall’altra parte.
L’autobus parte e si ferma quasi subito
di fronte alla fabbrica di vetro e ceramica, un altro fiore
all’occhiello dell’economia locale che l’occupazione sta tentando di
spazzare via. E qui esplodi, travolta da un pianto a dirotto che
ti toglie il fiato. Singhiozzi, non riesci a respirare, Luisa ti
abbraccia e ti affida alle cure di Mike. Mentre i tuoi compagni si
fiondano a osservare e comprare piatti e tazzine, tutti i palestinesi
presenti, compreso il vetraio che abbandona la postazione, ti si fanno
intorno. Vorresti spiegare loro quello che provi, ma non riesci ad
articolare suoni, se non un pianto convulso. We are very strong people and we resist!
ti dice, con enfasi e sfoggiando un sorriso affettuoso, Mike. La frase
ti si è scolpita nel cervello, a distanza di tre mesi ricordi ancora
perfettamente la gestualità e il tono con cui è stata pronunciata. Ti
viene portato il tè, provi a mandarlo giù e, un po’ placata, spieghi
loro che ti senti completamente impotente e che non sai come potrai
far conciliare il ritorno a una vita normale con la consapevolezza delle
angherie quotidiane cui sono sottoposti i cittadini di Hebron. A
questo punto, si avvicina un ragazzo smilzo e ti mostra una cicatrice
sul ventre, lascito di un violento pestaggio da parte dei coloni. Un
signore sulla cinquantina prende la parola e racconta una delle tanti
interminabili notti passate al gelo,
(foto di Silvia Lazzari)
mentre i soldati, dentro, infrangono la
sua intimità domestica, ribaltando cassetti e lordando volutamente la
casa di bestemmie e insolenza. Durante una di queste notti, il figlio,
nato da poco, subì una lesione al timpano a causa della pioggia
scrosciante e del freddo invernale, rimanendo irrimediabilmente sordo.
Vorresti fermarli, le loro testimonianze ti fanno girare la testa e ti
sembra bizzarro consolare qualcuno gravandolo di ulteriore sofferenza.
Ma poi, imbarazzata per aver avuto questo pensiero, capisci. Capisci
che quello che ti stanno chiedendo è di portare Hebron fuori da Hebron,
di dare loro voce, di non farli morire in silenzio. Sul pullman, con
le lacrime che continuano a rigarti il viso, riceverai il regalo più
bello della tua vita: un portachiavi della Palestina, che il ragazzo con
la cicatrice ti consegna, dicendoti, in italiano, che sei bella e buona.
La sera, i fantasmi di Hebron continuano
a perseguitarti. Non riesci a partecipare all’entusiasmo per l’arrivo
di due giovani artisti del Freedom Theatre, né riesci a concepire di
poter trascorrere una serata spensierata, fingendo di non sentire la
puzza di zolfo, di non essere appena stata nella città dolente, nell’etterno dolore, tra la perduta gente. Ti prepari ad affrontare una notte agitatissima, affollata di sospiri, pianti e alti guai.
Una notte piena di incubi, di sussulti improvvisi, di volti di bambini
smagriti e supplicanti, volti che non dimenticherai mai e che sono
diventati un monito per non scivolare nell’ignavia, per restare umana, per odiare gli indifferenti.
Per farsi un’idea degli orrori che avvengono quotidianamente a Hebron, consigliamo la visione del seguente documentario http://www.youtube.com/watch?v=A5kfE5uDEBY
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