Cisgiordania occupata : Al via boicottaggio sei industrie israeliane
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Da
oggi i commercianti palestinesi dovranno boicottare i prodotti di sei
importanti industrie alimentari israeliane. E' la risposta dell'Anp al
blocco di oltre 200 milioni di dollari palestinesi da parte del governo
Netanyahu. Sul boicottaggio di Israele scontro in rete tra due fenomeni
del rock anni 70, Roger Waters e Alan Parsons
L'ex premier palestinese Salam Fayyad getta nelle fiamme prodotti delle colonie israelianeSupermercati a conduzione familiare che,
nei pressi del campo profughi di al Amari, affollano la periferia
sud di Ramallah, nel punto dove si congiunge con la municipalità di
al Bireh. I proprietari non hanno ancora rimosso dagli scaffali
i prodotti delle sei industrie alimentari israeliane — Prigat,
Elite, Strauss, Tnuva, Osem e Tabor – indicate dall’Autorità nazionale
palestinese come oggetto di un boicottaggio totale a partire da
oggi. Lo faranno presto garantisce il cassiere, Abu Khader.
«Abbiamo sempre cercato di privilegiare le merci palestinesi
perciò non abbiamo difficoltà ad aderire al boicottaggio e spero
che presto venga allargato a tanti altri prodotti», ci dice.
«Tuttavia – aggiunge – non sempre esistono delle alternative
palestinesi alle produzioni israeliane e non sarà facile portarlo
avanti». Il figlio annuisce e da parte sua sottolinea che «i generi
alimentari (israeliani) sono sostituibili, almeno in parte,
a differenza di altri prodotti. Il boicottaggio perciò rischia di
rivelarsi poco efficace perchè limitato alle cose che si mangiano
e si bevono». In altri supermercati e botteghe qualcuno ha
attaccato ai prodotti delle sei industrie adesivi che spiegano ai
clienti che il 16% di quanto pagheranno andrà al budget delle forze
armate israeliane.
Le sei industrie prese di mira, veri e propri colossi, esportano
ogni anno nei Territori occupati palestinesi per centinaia di
milioni di dollari. Il loro boicottaggio è la risposta alla
decisione presa dal governo Netanyahu di bloccare il trasferimento
di 200 milioni di dollari palestinesi, generati da tasse e dazi
doganali, come rappresaglia per la decisione di Abu Mazen
e dell’Olp di chiedere l’adesione della Palestina alla Corte Penale
Internazionale. I commercianti palestinesi hanno due settimane
di tempo per smaltire i prodotti israeliani. Poi arriveranno gli
ispettori dell’Anp per i controlli. Coloro che non rispetteranno il
provvedimento saranno multati. Tra i negozianti non manca chi
scuote la testa. Come Abu Firas, proprietario di un alimentari
a due passi dal mercato ortofrutticolo di Ramallah. «Il
boicottaggio è giusto – premette – , però non mi fido dell’Anp. Non
è la prima volta che ci chiede di rinunciare alle merci israeliane
e poi revoca il provvedimento prima che faccia pieno effetto. Sapete
come finisce? Che ci rimettono solo i commercianti». Abu Firas
sostiene che quando scatta il boicottaggio dei prodotti israeliani,
gli industriali palestinesi alzano il prezzo delle loro merci,
colpendo consumatori e commercianti. «La polizia dovrebbe
impedire queste speculazioni ma non fa nulla», si lamenta il
negoziante. La maggioranza della popolazione palestinese appoggia
l’appello al nuovo boicottaggio, nella speranza che non si riveli
una bolla di sapone come nel 2010 e nel 2012. In quelle occasioni,
governava l’ex premier Salam Fayyad, l’Anp annunciò la “linea dura”
contro le merci prodotte nelle colonie israeliane e vendute in
Cisgiordania, un affare annuale da 500 milioni di dollari. Fu
lanciata anche una campagna di sensibilizzazione (al Karamah)
tra la gente, con centinaia di giovani che consegnarono a migliaia
di famiglie documenti sulle colonie e la loro pericolosità per le
aspirazioni palestinesi. Esponenti del governo dell’Anp si fecero
riprendere dalle tv locali mentre davano fuoco a cataste di prodotti
israeliani. Il boicottaggio colpì nel segno e le proteste del
governo Netanyahu furono veementi. Poi all’improvviso, senza alcun
motivo (se non le pressioni degli Stati Uniti), l’Anp mise fine al
boicottaggio dopo poche settimane dal suo annuncio. Le
possibilità di un esito simile sono elevate anche questa volta. La campagna che parte oggi è contemporanea all’infuocato
scontro nei social network, su di un’altra forma di boicottaggio di
Israele, avvenuto tra due giganti del rock progressivo degli anni
70, Alan Parsons e Roger Waters. Il leader degli Alan Parsons
Project ha respinto seccamente l’appello del frontman dei Pink Floyd
a rinunciare al concerto a Tel Aviv. «Mi spiace che tu abbia scelto,
almeno in questa occasione, di far parte di quella minoranza di
artisti e accademici che sostengono le politiche del governo
israeliano in carica», ha scritto Waters, da diversi anni schierato
a sostegno dei diritti dei palestinesi e a favore della campagna
internazionale BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) nei confronti
di Israele. «Questo è un problema politico e io sono
semplicemente un artista…la musica non conosce confini, nemmeno
io», ha replicato Parsons. Qualcuno in rete, commentando le parole
di Parsons, ha osservato che la musica comunque non farebbe fatica ad
attraversare i confini dello Stato di Palestina, perchè non è mai
nato e resta sotto occupazione israeliana.
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