Bill Fletcher Minare i colloqui con l’Iran sul nucleare e altri atti irrazionali
Minare i colloqui con l’Iran sul nucleare e altri atti irrazionali
Di Bill Fletcher
1° febbraio 2015
Sono stato colpito dall’audacia sia della Presidente della Camera dei Rappresentanti che del primo ministro israeliano Netanyahu di fare in modo di minare i negoziati iraniani sul nucleare facendo in modo che il primo ministro parlasse al Congresso degli Stati Uniti. Mentre non dovrei essere stato sorpreso dalle loro azioni, l’audacia è stata anche un po’ troppo per me per credervi.
Ci sono due argomenti di cui ci si dovrebbe occupare: l’atto in sé e, separatamente, le sue implicazioni. Iniziano dall’atto, come oramai è stato ripetuto in molte occasioni, cioè l’invito di Boehner, e l’accettazione da parte Netanyahu – hanno costituito una violazione essenziale del protocollo internazionale. Un capo di stato va in visita in un’altra nazione dopo essere stato invitato da un altro capo di stato, in questo caso dopo essersi consultato con il Congresso. In altre parole, un capo di stato non va semplicemente in giro a meno che, e questa è un’eccezione, vada in visita alle Nazioni Unite. Un esempio c’è stato quando il presidente venezuelano Maduro ha parlato alle Nazioni Unite, cosa per cui non aveva bisogno del permesso di nessuno. C’erano persone che volevano che andasse in visita a Washington, D.C., ma è stato fatto notare che senza un invito da parte del Presidente Obama la risposta era no oppure no.
Il governo venezuelano, in altre parole, ‘l’ha capito’. Perché il governo israeliano non lo ha fatto? La semplice risposta è che non gliene importa.
L’atto è stato un insulto aggressivo nei riguardi del Presidente Obama e ha perpetuato il rapporto ‘di sufficienza che il primo ministro Netanyahu ha avuto con Obama. Netanyahu ha costantemente agito come se potesse trattare Obama come qualcuno molto simile a un suo sottoposto. Ci sono probabilmente due motivi per cui Netanyahu pensa che sia il caso di farlo: (1) non ci sono conseguenze negative data la forza della lobby anti-palestinese negli Stati Uniti, e (2) Obama è una persona di colore.
Riguardo al punto #1, la cosa più affascinante da osservare è che, indipendentemente da come possano essere offensivi gli israeliani, se l’Amministrazione USA talvolta dice la sua, viene fustigata dagli oppositori del Congresso (Democratici e Repubblicani) per voler indebolire la storica alleanza tra gli Stati Uniti e Israele. L’Amministrazione non può pretendere il rispetto da Israele, malgrado il fatto che questo paese abbia un enorme debito a livello politico ed economico con gli Stati Uniti soltanto per la sua esistenza. Invece l’Amministrazione – e, apparentemente, tutte le amministrazioni – si pensa che debbano strisciare davanti agli israeliani come se fossero al di sopra della legge internazionale, e, di fatto, al protocollo.
Riguardo al punto # 2, l’establishment politico israeliano non stato mai eccitato per un uomo di colore alla Casa Bianca. Malgrado il fatto che Obama sia stato un amico eccessivamente generoso di Israele nel fornire appoggio, usando il suo veto alle Nazioni Unite, ecc. l’establishment politico israeliano continua a prendere in giro Obama. Gli israeliani sono arrivati molto vicino anche a interferire nelle elezioni presidenziali americane del 2012, chiarendo abbondantemente che speravano in un cambiamento di amministrazione. Ma quello che si ritrova in gran parte della stampa israeliana è un qualcosa che si avvicina al disprezzo per Obama, un disprezzo che ha implicazioni razziali molto palesi.
Nulla di tutto questo in realtà ci dovrebbe sorprendere, data l’ostilità che i Repubblicani hanno avuto verso questa amministrazione fin dal 2009, anche quando questa fa quello che vogliono loro, o altrimenti si arrende al loro programma. L’antipatia non è soltanto o principalmente ideologica. Sì, ci sono differenze politiche che però hanno alla loro base un’eco razziale e, in certi casi, di tipo neo-confederato. Questo è diventato evidente nel modo in cui l’invito di Netanyhau è stato gestito.
Poi, naturalmente, c’è la sostanza dell’invito e le sue implicazioni. Non è soltanto che il primo ministro sta interferendo negli affari interni degli Stati Uniti con questa azione. Gli Stati Uniti possono certamente non lamentarsi se altri paesi interferiscono nei suoi affari interni, data la predilezione degli Stati Uniti verso tali attività a livello internazionale. La maggioranza repubblicana, alcuni Democratici e Netanyahu cercano di far deragliare i negoziati attualmente in corso con l’Iran riguardanti il suo programma nucleare. Gli Stati Uniti e Israele hanno sostenuto - senza uno straccio di prova – che l’Iran cerca di costruire armi nucleari, malgrado sia un firmatario del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. L’Iran lo nega e fa notare che l’unica potenza nucleare in Medio Oriente è Israele che, a proposito, non ha firmato il suddetto trattato e che è molto schiva riguardo al fatto che possiede più di 100 armi nucleari(e anche alla sua collaborazione con il governo sudafricano dell’apartheid per la creazione di armi di distruzione di massa.
L’amministrazione Netanyahu ha cercato per anni di incoraggiare gli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare contro l’Iran, anche se senza successo. Insieme con gli aggressivi falchi repubblicani negli Stati Uniti favorevoli alla guerra, Netanyahu, apparentemente contro il consiglio del suo servizio di sicurezza (il Mossad), desidera vedere che scoppi la guerra con l’Iran. E’ più che probabile che l’impatto di questo conflitto sarebbe semplicemente catastrofico. L’Iran non è un paese piccolo ed è moto bene armato. Si trova anche su un lato dello Stretto di Hormuz, la porta per il Golfo Persico/Arabico da dove parte molto del petrolio del mondo. Se l’Iran dovesse essere attaccato dagli Stati Uniti e da Israele, c’è una possibilità piuttosto buona che gli Iraniani blocchino lo Stretto. Se avete qualche ricordo delle crisi petrolifere degli anni ’70, pensateci e poi moltiplicatele per parecchie volte.
C’è un ovvio problema aggiuntivo. Gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in diversi conflitti militari, e, secondo quanto si dice, nel ritiro dall’Afghanistan, nel combattere l’ISIL in Siria e in Iraq, nel controllare la situazione che si va deteriorando in Libia, e nell’attendere con ansia una risoluzione della crisi in Yemen. A questo si dovrebbero aggiungere le provocazioni militari degli Stati Uniti in Asia che hanno come obiettivo la Cina. In breve, gli Stati Uniti non sono affatto nella posizione di fare guerra all’Iran, un fatto che il Pentagono conosce molto bene.
Malgrado la natura irrazionale delle provocazioni contro l’Iran e la promozione della guerra, ci sono forze negli Stati Uniti che vogliono vedere che accada. Per questo motivo c’è moltissimo la necessità di un movimento pacifista più vasto e riformato. Tale movimento deve andare ben oltre la richiesta “…gli Stati Uniti fuori da ——, e deve invece volgere la sua attenzione a modifiche più profonde nella politica estera degli Stati Uniti.
Quando il presidente Obama è stato eletto per la prima volta, la domanda del giorno era se sperava di modificare la politica estera statunitense o, invece, di cambiare la sua apparenza. Nel complesso la sua amministrazione ha scelto il secondo percorso e, mentre ci sono stati importanti cambiamenti, per esempio aprire i rapporti con Cuba, l’odore dell’impero continua a permeare la maggior parte delle azioni degli Stati Uniti. E quindi, un movimento contro la guerra degno del suo nome deve lottare per un cambiamento più completo che vada nella direzione di una politica estera democratica piuttosto che in quella di una politica estera dei prepotenti. Mentre non dovremmo farci alcuna illusione riguardo al fatto che gli interessi dell’amministrazione Obama si muovono in quella direzione, quella deve tuttavia essere la direzione della nostra lotta. E’ l’unico modo di combattere costantemente contro le politiche della guerra e della belligeranza che sono radicate nel potere imperialista, nell’avidità delle grosse aziende, e in un profondo timore del sud globale; la paura che questo possa un qualche giorno cercare la vendetta per tutto quello che gli è stato fatto nelle varie centinaia di anni passati dal nord globale (compresi gli Stati Uniti, ma non soltanto loro).
Bill Fletcher Jr. è il presentatore del programma The Global African su Telesur-English. E’ attivista e scrittore di problemi della giustizia razziale, di lavoro e di giustizia globale. Seguitelo su Twitter, Facebook e su www.billfletcherjr.com
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/undermining-the-iran-nuclear-talks-and-other-irrational-acts
Originale: teleSUR English
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
Di Bill Fletcher
1° febbraio 2015
Sono stato colpito dall’audacia sia della Presidente della Camera dei Rappresentanti che del primo ministro israeliano Netanyahu di fare in modo di minare i negoziati iraniani sul nucleare facendo in modo che il primo ministro parlasse al Congresso degli Stati Uniti. Mentre non dovrei essere stato sorpreso dalle loro azioni, l’audacia è stata anche un po’ troppo per me per credervi.
Ci sono due argomenti di cui ci si dovrebbe occupare: l’atto in sé e, separatamente, le sue implicazioni. Iniziano dall’atto, come oramai è stato ripetuto in molte occasioni, cioè l’invito di Boehner, e l’accettazione da parte Netanyahu – hanno costituito una violazione essenziale del protocollo internazionale. Un capo di stato va in visita in un’altra nazione dopo essere stato invitato da un altro capo di stato, in questo caso dopo essersi consultato con il Congresso. In altre parole, un capo di stato non va semplicemente in giro a meno che, e questa è un’eccezione, vada in visita alle Nazioni Unite. Un esempio c’è stato quando il presidente venezuelano Maduro ha parlato alle Nazioni Unite, cosa per cui non aveva bisogno del permesso di nessuno. C’erano persone che volevano che andasse in visita a Washington, D.C., ma è stato fatto notare che senza un invito da parte del Presidente Obama la risposta era no oppure no.
Il governo venezuelano, in altre parole, ‘l’ha capito’. Perché il governo israeliano non lo ha fatto? La semplice risposta è che non gliene importa.
L’atto è stato un insulto aggressivo nei riguardi del Presidente Obama e ha perpetuato il rapporto ‘di sufficienza che il primo ministro Netanyahu ha avuto con Obama. Netanyahu ha costantemente agito come se potesse trattare Obama come qualcuno molto simile a un suo sottoposto. Ci sono probabilmente due motivi per cui Netanyahu pensa che sia il caso di farlo: (1) non ci sono conseguenze negative data la forza della lobby anti-palestinese negli Stati Uniti, e (2) Obama è una persona di colore.
Riguardo al punto #1, la cosa più affascinante da osservare è che, indipendentemente da come possano essere offensivi gli israeliani, se l’Amministrazione USA talvolta dice la sua, viene fustigata dagli oppositori del Congresso (Democratici e Repubblicani) per voler indebolire la storica alleanza tra gli Stati Uniti e Israele. L’Amministrazione non può pretendere il rispetto da Israele, malgrado il fatto che questo paese abbia un enorme debito a livello politico ed economico con gli Stati Uniti soltanto per la sua esistenza. Invece l’Amministrazione – e, apparentemente, tutte le amministrazioni – si pensa che debbano strisciare davanti agli israeliani come se fossero al di sopra della legge internazionale, e, di fatto, al protocollo.
Riguardo al punto # 2, l’establishment politico israeliano non stato mai eccitato per un uomo di colore alla Casa Bianca. Malgrado il fatto che Obama sia stato un amico eccessivamente generoso di Israele nel fornire appoggio, usando il suo veto alle Nazioni Unite, ecc. l’establishment politico israeliano continua a prendere in giro Obama. Gli israeliani sono arrivati molto vicino anche a interferire nelle elezioni presidenziali americane del 2012, chiarendo abbondantemente che speravano in un cambiamento di amministrazione. Ma quello che si ritrova in gran parte della stampa israeliana è un qualcosa che si avvicina al disprezzo per Obama, un disprezzo che ha implicazioni razziali molto palesi.
Nulla di tutto questo in realtà ci dovrebbe sorprendere, data l’ostilità che i Repubblicani hanno avuto verso questa amministrazione fin dal 2009, anche quando questa fa quello che vogliono loro, o altrimenti si arrende al loro programma. L’antipatia non è soltanto o principalmente ideologica. Sì, ci sono differenze politiche che però hanno alla loro base un’eco razziale e, in certi casi, di tipo neo-confederato. Questo è diventato evidente nel modo in cui l’invito di Netanyhau è stato gestito.
Poi, naturalmente, c’è la sostanza dell’invito e le sue implicazioni. Non è soltanto che il primo ministro sta interferendo negli affari interni degli Stati Uniti con questa azione. Gli Stati Uniti possono certamente non lamentarsi se altri paesi interferiscono nei suoi affari interni, data la predilezione degli Stati Uniti verso tali attività a livello internazionale. La maggioranza repubblicana, alcuni Democratici e Netanyahu cercano di far deragliare i negoziati attualmente in corso con l’Iran riguardanti il suo programma nucleare. Gli Stati Uniti e Israele hanno sostenuto - senza uno straccio di prova – che l’Iran cerca di costruire armi nucleari, malgrado sia un firmatario del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. L’Iran lo nega e fa notare che l’unica potenza nucleare in Medio Oriente è Israele che, a proposito, non ha firmato il suddetto trattato e che è molto schiva riguardo al fatto che possiede più di 100 armi nucleari(e anche alla sua collaborazione con il governo sudafricano dell’apartheid per la creazione di armi di distruzione di massa.
L’amministrazione Netanyahu ha cercato per anni di incoraggiare gli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare contro l’Iran, anche se senza successo. Insieme con gli aggressivi falchi repubblicani negli Stati Uniti favorevoli alla guerra, Netanyahu, apparentemente contro il consiglio del suo servizio di sicurezza (il Mossad), desidera vedere che scoppi la guerra con l’Iran. E’ più che probabile che l’impatto di questo conflitto sarebbe semplicemente catastrofico. L’Iran non è un paese piccolo ed è moto bene armato. Si trova anche su un lato dello Stretto di Hormuz, la porta per il Golfo Persico/Arabico da dove parte molto del petrolio del mondo. Se l’Iran dovesse essere attaccato dagli Stati Uniti e da Israele, c’è una possibilità piuttosto buona che gli Iraniani blocchino lo Stretto. Se avete qualche ricordo delle crisi petrolifere degli anni ’70, pensateci e poi moltiplicatele per parecchie volte.
C’è un ovvio problema aggiuntivo. Gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in diversi conflitti militari, e, secondo quanto si dice, nel ritiro dall’Afghanistan, nel combattere l’ISIL in Siria e in Iraq, nel controllare la situazione che si va deteriorando in Libia, e nell’attendere con ansia una risoluzione della crisi in Yemen. A questo si dovrebbero aggiungere le provocazioni militari degli Stati Uniti in Asia che hanno come obiettivo la Cina. In breve, gli Stati Uniti non sono affatto nella posizione di fare guerra all’Iran, un fatto che il Pentagono conosce molto bene.
Malgrado la natura irrazionale delle provocazioni contro l’Iran e la promozione della guerra, ci sono forze negli Stati Uniti che vogliono vedere che accada. Per questo motivo c’è moltissimo la necessità di un movimento pacifista più vasto e riformato. Tale movimento deve andare ben oltre la richiesta “…gli Stati Uniti fuori da ——, e deve invece volgere la sua attenzione a modifiche più profonde nella politica estera degli Stati Uniti.
Quando il presidente Obama è stato eletto per la prima volta, la domanda del giorno era se sperava di modificare la politica estera statunitense o, invece, di cambiare la sua apparenza. Nel complesso la sua amministrazione ha scelto il secondo percorso e, mentre ci sono stati importanti cambiamenti, per esempio aprire i rapporti con Cuba, l’odore dell’impero continua a permeare la maggior parte delle azioni degli Stati Uniti. E quindi, un movimento contro la guerra degno del suo nome deve lottare per un cambiamento più completo che vada nella direzione di una politica estera democratica piuttosto che in quella di una politica estera dei prepotenti. Mentre non dovremmo farci alcuna illusione riguardo al fatto che gli interessi dell’amministrazione Obama si muovono in quella direzione, quella deve tuttavia essere la direzione della nostra lotta. E’ l’unico modo di combattere costantemente contro le politiche della guerra e della belligeranza che sono radicate nel potere imperialista, nell’avidità delle grosse aziende, e in un profondo timore del sud globale; la paura che questo possa un qualche giorno cercare la vendetta per tutto quello che gli è stato fatto nelle varie centinaia di anni passati dal nord globale (compresi gli Stati Uniti, ma non soltanto loro).
Bill Fletcher Jr. è il presentatore del programma The Global African su Telesur-English. E’ attivista e scrittore di problemi della giustizia razziale, di lavoro e di giustizia globale. Seguitelo su Twitter, Facebook e su www.billfletcherjr.com
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/undermining-the-iran-nuclear-talks-and-other-irrational-acts
Originale: teleSUR English
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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