Richard Hardigan :L’ultima giornata di un attivista a Hebron
L’ultima
giornata di un attivista a Hebron Di Richard Hardigan 17 dicembre 2014
Gli slogan anti-arabi non mi erano nuovi. “Domani non c’è scuola a Gaza;
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znetitaly.altervista.org
7 dicembre 2014
Gli slogan anti-arabi non mi erano nuovi. “Domani non c’è scuola a Gaza; non è rimasto nessun bambino”, era stato scandito durante il recente massacro di Gaza da folle fasciste arrabbiate a Tel Aviv. Avevo visto la scritta “Uccidete con il gas gli arabi” dipinta con lo spray in lettere nere sui muri dei negozi chiusi nel distretto H2 di Hebron. Non avevo però mai sentito prima questi sentimenti pronunciati con tale calma. L’effetto è stato raggelante.
Un giovane soldato israeliano, un cecchino, ci stava parlando e ed eravamo a Hebron, in Cisgiordania, che è sotto l’occupazione Israeliana fino dal 1967. Il soldato non ci ha detto il suo nome, ma ha detto che sarebbe stato orgoglioso se avessimo pubblicato la sua fotografia, e si è messo in posa per la macchina fotografica con due membri della squadra di cecchini. Tutti e tre avevano i fucili in spalla, e sorridevano. Uno mostrava per un attimo il segno della vittoria. Non ho potuto fare a meno di chiedermi quale era la vittoria a cui si riferiva. Aveva appena sparato a un ragazzo palestinese di 18 anni, non armato che aveva lanciato due pietre dal tetto di un edificio a 300 m. di distanza. Chi aveva sconfitto soldato? Quale era la lotta che il nostro eroe aveva affrontato prima di uscirne alla fine vittorioso? Forse la lotta non era realmente stata tra questo soldato e la sua vittima palestinese, come vorrebbero farci credere i media occidentali. Forse era stato uno scontro tra l’umanità e la pietà da una parte, e l’oppressione, il razzismo e l’intolleranza, dall’altra. Sapevo quale parte aveva vinto oggi.
Avevo passato i due mesi passati lavorando per il Movimento Internazionale di Solidarietà (ISM) in Palestina. Sul sito dell’ISM, si definisce come “movimento guidato da palestinesi impegnato nell’opposizione all’oppressione da tempo radicata e sistematica e all’estromissione della popolazione palestinese, usando metodi non violenti di azione diretta e di principi.” Ero stato a Hebron le due settimane scorse, e si ipotizzava che sarei tornato a casa in aereo da Tel Aviv due giorni dopo, ma ero preoccupato. I membri dell’ISM sono sempre preoccupati durante i giorni prima della partenza programmata per lasciare il paese. Si aspettano in interrogatorio pesante e perquisizioni all’aeroporto, quindi è fondamentale che mettano in ordine le notizie che li riguardano. Basta una sola risposta sbagliata e potrebbe esserci la proibizione di entrare di nuovo a Israele per sempre. Jason, un attivista sessantenne di Liverpool che è uno dei miei colleghi dell’ISM, continuava a dirmi di non preoccuparmi.
“I soldati di servizio in aeroporto sono così stupidi che crederanno a qualsiasi cosa gli dirai.” Helga, una tedesca dell’ISM sulla ventina, insisteva invece che mi esercitassi nelle risposte che avrei dovuto dare.
“Che cosa facevi a Israele? Perché ci sei stato così a lungo? Come puoi passare due mesi in un paese così piccolo? Perché hai la barba? Hai 40 anni. Perché non sei sposato? Non avevo una risposta per la maggior parte di queste domande (specialmente per l’ultima), ma ero preparato a dir loro che ero uno studente di teologia che lavorava a un saggio, e che avevo bisogno di fare la mia ricerca a Betlemme. Avevo anche elaborato un titolo. “L’affermazione di Luca che Gesù è nato a Betlemme all’epoca del censimento del governatore Quirinio corrisponde ai documenti storici?” I funzionari dell’aeroporto non potevano assolutamente mettere in dubbio quella notizia, vero?
Se il vostro obiettivo era di superare senza problemi la trafila di uscita in aeroporto, c’erano delle regole fondamentali che si dovevano seguire. Non si aveva il permesso di entrare in Cisgiordania (tranne che per visitare Betlemme), e di fatto avreste tentato il destino anche se aveste soltanto nominato la Cisgiordania. Si doveva aver passato tutta la visita a Israele. Questo significava che c’era bisogno di avere delle foto. Un sacco. Di Israele.
Il mio hard disk conteneva istantanee di eventi cui avevo assistito in tutta la Cisgiordania. Ci sono dimostrazioni settimanali nel villaggio di Kufr Qaddum, a sud di Nablus, dove gli israeliani hanno chiuso ai palestinesi una strada per accedervi, permettendo soltanto ai coloni di usarla. Qui gli israeliani attaccano regolarmente i dimostranti con tutto: dai gas lacrimogeni a munizioni vere, all’acqua putrida, una sostanza puzzolente sparata da un idrante che è così maleodorante che se ne può localizzare la presenza sui vestiti per 5 anni. Ho partecipato a 4 di queste manifestazioni e avevo parecchie immagini delle vittime insanguinate di un attacco israeliano particolarmente brutale. C’erano poi le foto di un funerale di un uomo malato di mente ucciso dai soldati israeliani nel campo profughi di El-Ein a Nablus. Le Forze di difesa israeliane (IDF) entrano regolarmente nei capi profughi di notte per rendere nota la loro presenza, e in questa occasione si erano imbattuti in un uomo che tornava a casa dalla locale moschea. Dopo che l’uomo non ha seguito le istruzioni dell’esercito di alzare le mani, presumibilmente perché non le aveva capite, i soldati gli hanno sparato quattro volte – tre nello stomaco e una al torace. Il mio video mostrava una folla infuriata che trasportava il corpo della vittima avvolta nella bandiera palestinese rossa, verde, bianca e nera, attraverso le strade strette del capo. Sono sicuro che queste non erano il tipo di fotografie che cercavano le guardie di confine.
Jason mi ha fornito una scheda SD con le foto del Muro del pianto, della Chiesa del Santo Sepolcro e del Monte degli Ulivi, oltre ad altre destinazioni turistiche di Gerusalemme. Credevo però ancora che il mio amico Charlie aveva il miglior consiglio di tutti riguardo all’uscire da Israele.
“Se vuoi farcela a superare i controlli all’aeroporto, basta che indossi una maglietta delle IDF.”
El Khalil (Hebron è il nome ebraico), con approssimativamente 250.000 palestinesi , tra i 500 e gli 800 coloni ebrei, e 4.000 soldati israeliani che li proteggono, è la città più popolosa dei Territori Occupati. Hebron è una città sotto occupazione, e proprio come nel resto della Cisgiordania, Israele usa sia le sue forze armate che i suoi coloni per punire la gente di Hebron della loro esistenza. Ma Hebron è diversa in un altro modo. Soltanto qui i coloni israeliani vivono realmente proprio nella città, compresi molti che vivono in una zona vicina al cuore della città, designata come H2. (H1 è la parte della città sui cui le autorità palestinesi hanno il controllo. L’H2 comprende la famosa Shuhada Street che una volta era una zona commerciale molto affollata che è stata chiusa all’accesso per i palestinesi, come reazione al massacro Goldstein del 1994. Nel febbraio di quell’anno, Baruch Goldstein un medico americano di 37 anni, un fanatico religioso, aveva aperto il fuoco contro i devoti musulmani che erano nella moschea Ibrahimi, continuando a sparare fino a quando non ha avuto non gli erano rimaste più munizioni. Ha ucciso29 palestinesi, ne ha feriti altri 125 e lui stesso è stato picchiato a morte dopo il massacro. Sulla tomba di Goldstein, che è diventata un luogo di pellegrinaggio per i fanatici religiosi ebrei, sono scritte le parole: “Ha dato la sua vita per il popolo di Israele, la sua Torah e la sua terra.”
La zona attorno a Shuhada Street è ora un’autentica città fantasma, dal momento che gli unici palestinesi a cui è permesso di entrare, cosa che devono fare attraverso uno dei posti di controllo, sono quelli che vivono nell’H2. Questa regola è stata istituita dalle autorità israeliane poco dopo il massacro e ha distrutto l’economia una volta florida del quartiere. Ora i coloni vivono in varie partodell’H2, compresa Tel Rumeida, una collina che sovrasta la città vecchia.
L’appartamento dell’ISM a Tel Rumeida era per noi un paradiso sicuro. Non soltanto si trova dove viviamo, mangiamo e dormiamo, ma fornisce anche una tregua dalla violenza e dall’ingiustizia di cui siamo testimoni quotidianamente. Sebbene fossi stato lì soltanto per due settimane, ho assolutamente sentito un forte legame con questo posto. La parte dell’appartamento che preferivo era il tetto a terrazza dove ero solito dormire di notte ed essere svegliato la mattina del muezzim di una moschea vicina. La terrazza mi offriva vedute spettacolari su tutta Hebron. Dal momento che la casa è situata in una strada usata sia dai coloni che dai palestinesi, la terrazza ci permetteva anche di essere testimoni degli scontri quotidiani che si verificavano tra i due gruppi.
L’appartamento è conosciuto dai soldati israeliani come la “Casa dell’Anarchista”. Mi è sembrato strano sapere che la gente che pensa a voi come un nemico, sappiano esattamente dove vivi. Tutti i soldati e alcuni coloni sono pesantemente armati, con il fucile d’assalto M-16 in spalla che sembra essere l’arma onnipresente preferita a Tel Rumeida. C’è un avviso all’interno della nostra porta principale che dice di non permettere mai ai soldati delle IDF di entrare nell’appartamento, in nessuna circostanza. Ma come possono 8 volontari disarmati impedire a uno degli eserciti più potenti del mondo di entrare se lo vuole fare?
Per 24 ore al giorno ci sono almeno due soldati che sorvegliano a circa 10 m dalla nostra casa, sulla strada che scende dalla collina. Alcuni soldati sono cordiali e ci sorridono o fanno un segno con la testa, ma la maggior parte ci lanciano occhiate di odio. Sono infastiditi dalla nostra presenza. Charlie ha cercato di dare loro il beneficio del dubbio. “Non vogliono stare qui. Stanno solo eseguendo degli ordini,” ha detto. Era un ritornello vecchio che si trova in tutti gli eserciti di tutto il mondo e nella mia mente è per lo più associato con gli ex soldati nazisti che cercano di giustificare le loro azioni durante l’Olocausto. Talvolta cerchiamo di comunicare con loro, ma molto spesso il loro inglese è troppo incerto per qualsiasi scambio significativo, anche se è quello che desideravano.
Oggi i soldati sotto di noi erano eccitati. Quattro dei loro colleghi avevano occupato il tetto a terrazza di una casa vicina, di proprietà di una famiglia palestinese. Era una squadra di cecchini. Eravamo sul tetto del nostro edificio, quasi direttamente dietro di loro, e potevamo seguire la direzione dei loro mirini per vedere dove stessero mirando. A 300 m. di distanza c’erano due giovani palestinesi che gironzolavano sul tetto a terrazza di un edificio di 3 piani non ancora completato.
Juan e Miguel, due membri spagnoli dell’ISM, hanno raggiunto Jason e me sul tetto a terrazza, abbiamo considerato le nostre opzioni.
“Urliamo ai soldati! Gettiamo loro delle pietre! Corriamo verso di loro e distraiamoli!” Nessuna di queste idee sembrava ragionevole. Jason e Miguel hanno deciso di correre giù verso l’edificio 3 piani per avvertire i giovani, mentre Juan ed io stavamo sul tetto a terrazza a controllare la situazione. Dopo 15’ ho ricevuto una telefonata da Jason che mi ha passato un giovane palestinese.
“Dì a quei ragazzi di scendere dal tetto! Ci sono dei cecchini che li uccideranno”, ho urlato al telefono con il mio limitato arabo colloquiale. Dopo pochi secondi il telefono è morto.
Il cuore sembrava che mi battesse in gola, mentre guardavo i ragazzi e i soldati e aspettavo. Avevano capito il mio consiglio? Ne avrebbero tenuto conto? I soldati gli avrebbero sparato prima di avere una possibilità di fuga?
Ogni sera facciamo un incontro nell’appartamento durante il quale discutiamo dei nostri fallimenti e successi della giornata, e facciamo programmi per le prossime 24 ore. Parliamo anche delle nostre sensazioni. Il lavoro dell’ISM è difficile e può essere faticoso dal punto di vista emotivo. Quando si è testimoni di estrema ingiustizia e costantemente si vedono sofferenze non necessarie, ci si può logorare. Questa componente della discussione riguarda questo aspetto: darci una possibilità di condividere i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni e sapere che non siamo soli nelle nostre paure. E’ la parte dell’incontro che preferisco. Ieri Miguel, con il suo forte accento spagnolo, ha chiesto: “E’ inutile. Questi fottuti soldati fanno comunque quello che vogliono. Perché siamo qui?” E’ un sentimento e un timore che tutti condividiamo in una certa misura ed è un argomento che sembra venir fuori spesso.
Mi sono ricordato delle parole di Miguel quando i giovani palestinesi sul tetto a terrazza improvvisamente sono corsi dietro una cisterna, apparentemente per nascondersi. Mi sentivo euforico. Non c’era dubbio, ora. Avevo fatto la differenza. Era grazie a me che quei ragazzi non erano stati colpiti dai soldati.
L’euforia è svanita rapidamente quando i giovani sul tetto sono ricomparsi da dietro la cisterna. Ancora peggio, uno di loro ha raccolto fiaccamente una pietra e l’ha lanciata dall’edificio. Poi un’altra. Ho raccolto la mia macchina fotografica e ho iniziato a filmare perché sapevo che questo era il momento che i soldati aspettavano. Secondo il gruppo per i diritti umani, B’tselem, “i regolamenti dell’esercito per aprire il fuoco stabiliscono chiaramente che le munizioni vere (che contengono esplosivi) non dovrebbero essere usate contro coloro che tirano i sassi, tranne che in casi di pericolo mortale immediato.”
Però avevo imparato la lezione. Uno sparo è risuonato forte abbastanza da spaventarmi, sebbene me lo aspettassi, e da far vibrare la mia macchina fotografica. Uno degli uomini che erano sul tetto è caduto e poi si è strascinato zoppicando dietro un pilastro per salvarsi. Si è poi saputo che gli avevano sparato al polpaccio, e in seguito sono apparse delle foto sul sito dell’ISM di un’ingessatura che gli proteggeva tutta la gamba.
Quello che accaduto subito dopo è stato ancora più inquietante. Un soldato ha afferrato una gamba del cecchino, un altro ha battuto la sua mano sul terreno, in segno di festa. L’umore sembrava sereno. Ci sono stati sorrisi e risate. Un soldato ha imitato i movimenti della sfortunata vittima, dopo che era stato colpito, afferrandosi la gamba, e zoppicando. Sembravano divertiti dall’incidente. Era come se stessero recitando in un film, cosa che, inconsapevolmente, stavano facendo.
Il mio amico Charlie si è infuriato ed è corso al piano di sotto e poi nella strada. E’ un australiano basso, tarchiato, alla buona; era uno dei colleghi che ammiravo di più. Quattro anni fa, camminando per strada a Tel Rumeida, Charlie era stata aggredito da un gruppo di coloni di Hebron che lo avevano picchiato con un tubo di metallo, fino a lasciarlo privo di sensi, rompendogli anche il naso. Si ricordava poco dell’incidente, ma gli ci sono voluti vari anni per mettere insieme il coraggio per ritornare in Palestina. Ma ora era di nuovo qui a Hebron, e affrontava allo stesso modo sia i soldati che i coloni.
“Vi sentite meglio dopo aver sparato in questo modo a dei ragazzi disarmati?”, ha urlato a uno dei soldati, mentre lo fotografava. Il soldato ha ghignato.
“Odio gli arabi. Vorrei poterli uccidere tutti.”
Dopo una settimana, l’ISM ha pubblicato sul suo sito e su Youtube il video che avevo girato. Ha ricevuto un bel po’ di attenzione, e anche l’esercito israeliano ha risposto punendo i soldati per il loro comportamento, sebbene non abbia rivelato i termini del castigo. Gli ufficiali militari hanno insistito che i ragazzi sul tetto a terrazza erano stati un obiettivo legittimo, dato che avevano lanciato bottiglie molotov, affermazione che era una totale invenzione. Hanno spiegato che invece che era stato il comportamento festoso dei soldati che avevano giudicato inappropriato e che era stata la causa della punizione.
Il nostro umore nella riunione della sera della sparatoria era tetro. Eravamo stati tutti a delle dimostrazioni dove i soldati usavano munizioni vere, e la maggior parte di noi aveva visto dei palestinesi che venivano uccisi, ma di solito le pallottole sembravano arrivare dal nulla, fuori dalla nuvola formata dai gas lacrimogeni. Il collegamento tra il cecchino e la vittima era tenue, e di solito vedevamo soltanto la vittima. Non vedevano che sparava e potevamo fingere che non esistesse, o almeno che non fosse una persona. Questa volta era diverso. Questo cecchino era reale. E aveva sparato a quel ragazzo. Senza nessuna ragione. E aveva riso della sua azione. Non potevo proprio accettarlo.
Domani, però, sarei andato a Gerusalemme e il giorno dopo dovevo partire in aereo da Tel Aviv, ed era necessario che mi esercitassi nelle risposte da dare ai funzionari dell’aeroporto. A proposito, quale era il titolo del mio saggio di teologia?
Richard Hardigan è un professore universitario che insegna negli Stati Uniti.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/an-activist-s-last-day-in-hebron
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
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