La guerra all’ISIS di Danny Postel
Le voci siriane sono vistosamente assenti dal dibattito sull’ISIS e
sull’intervento degli Stati Uniti, sia nei mezzi di informazione
tradizionali che nella sfera della sinistra. Le autorità dell’ISIS e
degli Stati Uniti occupano il centro della scena, lasciando fuori dalla
discussione le prospettive degli attivisti e degli scrittori della
società civile siriana. Anche se non è certo inaspettata, questa
omissione è sconvolgente.
Nel tentativo di riparare a questo squilibrio, ho chiesto a vari siriani – attivisti di lunga data e intellettuali di una varietà di contesti, compresi Curdi, Palestinesi e Cristiani assiri – che cosa pensano della crisi causata dall’ISIS e dell’intervento dell’Occidente. Ecco le loro risposte.
Tre mostri
Sono indeciso riguardo a un attacco occidentale contro l’ISIS.
Da una parte mi piacerebbe vedere questa banda criminale cancellata dalla faccia della terra . L’ISIS è un’organizzazione criminale che ha ucciso migliaia di siriani e di iracheni lasciando allo stesso tempo intatta un’altra organizzazione criminosa –il regime di Assad – che è responsabile delle morti di circa 200.000 persone. L’ISIS ha distrutto la causa della Rivoluzione siriana tanto quanto il regime di Assad ha distrutto il nostro paese e la nostra società.
Dall’altra un attacco contro l’ISIS manderà un messaggio a molti siriani (e iracheni e
ad altri arabi), che questo intervento non si fa per cercare la giustizia per crimini atroci, ma è piuttosto un attacco contro coloro che sfidano le potenze occidentali. Questo provocherà più risentimento contro il mondo esterno e sospetto riguardo ad esso, che è l’umore molto nichilista in base al quale l’ISIS trae vantaggio e approfitta.
Le potenze occidentali avrebbero potuto evitare questo se avessero aiutato l’opposizione siriana nella sua battaglia contro il regime fascista di Assad, e per aiutare i siriani a portare cambiamenti nell’ambiente politico del loro paese.
Infine permettetemi di dire che sono molto scettico circa i piani e le intenzioni dell’amministrazione Obama. L’ISIS è il terribile risultato dei nostri regimi mostruosi e del ruolo decennale dell’Occidente nella regione, ed è anche conseguenza dei gravi mali all’interno dell’Islam. Tre mostri stanno camminando sul corpo esausto della Siria.
Yassin al-Haj Saleh, uno dei principali scrittori e una delle principali figure intellettuali dell’insurrezione siriana, imprigionato dal 1980 al 1996 per attività di sinistra, vive ora in esilio a Istanbul (vedere questa intervista con lui per altre informazioni: http://bostonreview.net/world/postel-hashemi-interview-syrian-activist-intellectual-yassin-al-haj-saleh.
Sintomi e cause
Qualsiasi tentativo di sradicare o distruggere l’ISIS sarà inutile se verrà intrapreso senza un’adeguata analisi delle ragioni dell’ascesa del gruppo. I sentimenti diffusi tra i Siriani di indignazione e di tradimento da parte della comunità internazionale per quasi quattro anni, non saranno una faccenda facile da trattare, e sarà soltanto accentuata se la comunità internazionale non si impegnerà in un’iniziativa seria oltre che utilizzare degli slogan. Combattere contro l’ISIS senza fermare i massacri del regime di Assad, avrebbe serie conseguenze. Vivere sotto continui bombardamenti aerei e dell’artiglieria, ha portato alcuni siriani a considerare l’ISIS, malgrado la sua barbarie, come un salvatore e un vendicatore in loro nome contro un regime sanguinario. Sono argomenti delicati. Trascurarli servirà soltanto ad aiutare l’ISIS a espandersi ulteriormente. Qualsiasi tentativo di occuparsi dei sintomi senza considerare seriamente le cause, provocherà complicazioni più pericolose. Non si può rimuovere un tumore maligno se non ci si occupa e non si disinfetta l’intero contesto e se non si risolve il problema. Altrimenti si può finire per avere un tumore più grosso che causerà la completa perdita di controllo della situazione.
Iyas Kadouni, ex direttore del Centro per la Società civile e la Democrazia, nella città di Idlib, ex membro del Consiglio Rivoluzionario nella città di Saraqib, peseguitato sia dall’ISIS che dal regime di Assad, vive ora in esilio a Bruxelles.
Alternative all’intervento militare
In quanto siriano che proviene da un ambito cristiano con molti anni di esperienza con gruppi di opposizione differenti, credo che l’intervento militare contro l’ISIS servirà soltanto a creare altro estremismo.
Prima di iniziare una soluzione militare, perché non esplorare le soluzioni politiche, economiche e sociali? Perché l’Occidente ci ha messo così tanto a sottoporre a embargo il petrolio prodotto dall’ISIS? Perché l’Occidente ha chiuso un occhio sulla “valanga” di jihadisti che entravano in Siria attraverso la Turchia? Perché non c’è stata una reale pressione sui paesi del Golfo per il loro massiccio sostegno ufficiale e non ufficiale fornito ai diversi nefasti gruppi armati? Perché gli ‘Amici della Siria’ non riescono a fornire Raqqa – la prima zona liberata del paese –di un qualsiasi appoggio alla comunità locale, alle organizzazioni per la società civile, e all’emergente consiglio locale, malgrado tutti gli inviti in questo senso?
Rasha Qass Yousef, membro del Movimento siriano per la Nonviolenza e del Forum Democratico Siriano cofondatore del Movimenti Haquna, un gruppo di resistenza civile nella città di Raqqa che ha fatto campagne sia contro il regime di Assad che contro i gruppi armati che si sono impadroniti della città, compreso l’ISIS.
Armate i ribelli e distruggete l’ISIS
Appoggio energicamente gli attacchi aerei di Stati Uniti e NATO contro l’ISIS che ha commesso e continua a commettere atrocità spaventose contro i civili in Siria e in Iraq, ed esorto la comunità internazionale ad armare i ribelli siriani e a fornirli dei mezzi necessari per disarmare l’ISIS che non ha mostrato altro che brutalità contro il popolo siriano. Questa linea d’azione farà avanzare la causa della rivoluzione siriana, che è iniziata come lotta per e la libertà e la dignità del popolo siriano.
Però attaccare l’ISIS senza smantellare l’aviazione militare del regime di Assad provocherebbe dei problemi, dato che ci si può aspettare che il regime attacchi i ribelli siriani durante le loro battaglie con l’ISIS, come ha fatto in precedenza. Il regime di Assad è fonte di estremismo e di violenza in Siria. Qualsiasi mossa contro l’ISIS deve essere seguita da passi efficaci vero una transizione politica al di là di Assad.
Kassem Eid, anche noto come Qusai Zakarya, attivista siro-palestinese e sopravvissuto all’attacco con armi chimiche *il quale ha dato inizio a uno sciopero della fame in novembre per protestare contro gli assedi di città in tutta la Siria durante i quali si muore di fame e per chiedere che alle organizzazioni umanitarie sia permesso di accedere senza restrizioni a queste aree assediate.
*http://www.foreignpolicy.com/articles/2014/08/21/4/08/21/one_year_ago_i_was_gassed_by_bashar_al_assad_syria_and_barack_obama_has_done_nothing_to_punish_him
Chi ha alimentato l’ascesa dell’ISIS?
Il mio appoggio alla rivoluzione siriana è incondizionato e per questa ragione sono contrario all’intervento statunitense. Gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione hanno fatto di tutto per indebolire la rivoluzione siriana. Soprattutto lo hanno fatto appoggiando la Coalizione Siriana Nazionale contro i movimenti popolari di base. Gli alleati degli Stati Uniti, come Turchia, Arabia Saudita e Qatar all’inizio hanno appoggiato Assad e in seguito hanno finanziato ed equipaggiato le forze più reazionarie dell’opposizione. Queste stesse potenze (più l’Iraq) stanno ora formando una coalizione per combattere l’ISIS. Ma questi paesi hanno svolto un ruolo importante, direttamente e indirettamente, nel fare dell’ISIS una potenza regionale. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono stati essenziali nel creare e finanziare un jihadismo globale fin dagli anni ’80 per combattere i Sovietici in Afghanistan. L’invasione dell’Iraq nel 2003 ha portato alla comparsa di al Qaida in Iraq. Il Qatar sta aiutando Jabhat al-Nusra, mentre la Turchia, fino a poco fa, permetteva all’ISIS di operare liberamente e di attraversare i suoi confini senza controllo.
L’intervento degli Stati Uniti in Siria (e in Iraq) ucciderà molti civili innocenti. Soddisferà anche il desiderio dell’ISIS di diventare la forza anti-americana primaria nella regione e perciò di aiutare l’organizzazione terrorista a reclutare altri combattenti. La decapitazione dei due cittadini statunitensi per mano dell’ISIS è stata voluta per produrre la reazione che sta ottenendo da parte degli Stati Uniti. Alla fine Assad ha svolto un ruolo cruciale nel rafforzare l’ISIS e nell’ usarlo contro le forze rivoluzionarie. L’ironia di tutto questo è che gli Stati Uniti chiedono all’Esercito Siriano Libero di combattere l’ISIS ma di non usare le armi americane contro il regime di Assad.
Yasser Munif, professore di sociologia al College Emerson e cofondatore della Campagna Globale di Solidarietà con la Rivoluzione Siriana.*
*https://www.facebook.com/pages/Global-Campaign-of-Solidarity-with-the-Syrian-Revolution/147353662105485
Rimuovete uno degli ostacoli fondamentali della Rivoluzione siriana
Secondo me non c’è una risposta semplice. Al livello più elementare, sono incline a preferire l’intervento di Stati Uniti/Unione Europea e NATO contro l’ISIS. Attaccare l’ISIS rimuoverebbe uno degli ostacoli fondamentali della rivoluzione siriana, e questo lascerebbe più vulnerabile il regime di Assad. Ma credo che sia una pia illusione aspettarsi qualsiasi intervento significativo che ci darebbe dei risultati così ideali. Penso che il futuro sia più cupo di questo. Malgrado tutta la retorica politica sulla Siria da parte della Casa Bianca, l’amministrazione statunitense è in una fase di stallo, in gran parte come lo è stata fin dall’inizio della rivoluzione siriana. La strategia di Obama di “sedurre e abbandonare” è stata usata costantemente nei tre anni passati per allontanare le critiche circa l’intervento statunitense in Medio Oriente. Non c’è stato alcun desiderio di intervenire in alcun modo reale per andare in aiuto dei ribelli siriani. In ogni caso, è troppo poco, troppo tardi.
Affrontare l’ISIS, mentre è fondamentale, è inutile senza almeno due cose: appoggio urgente e reale per qualunque cosa resti delle forze laiche e democratiche all’interno del libero esercito siriano e sostenuta pressione internazionale politica ed economica sul regime di Assad. L’ISIS svolge il ruolo del deus ex machina nella versione del regime di Assad della realtà, risolvendo il problema apparentemente irrisolvibile che il regime ha affrontato fin da quando i dimostranti siriano hanno domandato la sua caduta: quello di ripristinare la sua legittimità politica e le sue credenziali internazionali. Assicura la sopravvivenza del regime e conferma la versione che le forze di Assad sono invischiate in un’acerrima battaglia contro i terroristi islamici fondamentalisti. Inoltre, la situazione attuale mette in grado il regime di descriversi come un socio indispensabile nella lotta contro il terrorismo, e questo è il motivo per cui i commentatori come Bob Dreyfuss, di The Nation, continueranno a sostenere che “una chiave per risolvere la crisi dell’ISIS è al riparo nel palazzo presidenziale a Damasco, e il suo nome è Bashar al-Assad.” *
*http://www.thenation.com/blog/180522/us-should-back-syrias-assad-against-isis
Firas Massouh, studente dottorando all’Università di Melbourne, in Australia, e autori di vari saggi sull’insurrezione siriana, compreso “Left Out? The Syrian Revolution and the Crisis of the Left” [Dimenicata? La Rivoluzione siriana e la crisi della sinistra sinistra”. http://www.academia.edu/3497857/Left_Out_The_Syrian_Revolution_and_the_Crisis_of_the_Left
Troppo poco, troppo tardi?
Dal punto di vista politico il piano di Obama di addestrare ed equipaggiare i ribelli siriani moderati sarebbe stato più efficace se realizzato oltre due anni fa, quando le forze dell’opposizione siriana erano più consistenti. Gli attivisti siriani devono accogliere il piano di Obama con un senso trepidazione, perché siamo stati piantati in asso nell’agosto 2013 dopo l’attacco con le armi chimiche nei sobborghi di Damasco. Abbiamo aspettato la rappresaglia contro Assad, che non è mai arrivata, malgrado le assicurazioni da parte dell’amministrazione che fosse imminente. La marcia indietro di Obama ha rincuorato Assad, preparando la strada alla morte di altre diecine di migliaia di siriani. Ora stiamo di nuovo temporeggiando. Quando arriveranno le armi? E cambieranno efficacemente l’equilibrio di potere sul campo? Ora il nostro obiettivo deve comprendere la caduta sia di Assad che dell’ISIS. Resta da vedere se il piano di Obama riuscirà a raggiungerli entrambi.
Rasha Othman, attivista siro-americano di base a Washington, e uno dei principali organizzatori dello Sciopero internazionale della fame di solidarietà per la Siria. (http://pulsemedia.org/2013/12/19/stop-starvation-in-syria-end-the-blockades/)
Nessuna scorciatoia
La violenza produrrà soltanto altra violenza. Non si può spegnere il fuoco con la benzina. L’attacco degli Stati Uniti all’ISIS contribuirà soltanto alla sua proliferazione. La comunità internazionale e gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo nel creare l’ISIS. Contano sull’egemonia invece che essere alla testa della democrazia, come dichiarano. C’è una notevole mancanza di etica nel trattare i vari problemi globali.
Per esempio, il problema siriano si è perduto nei corridoi dell’ONU per anni, a causa di doppi standard usati nel trattare le crisi umanitarie. Però, improvvisamente, il caso dell’Iraq ha preso il centro della scena –è successo nel giro di pochi giorni, e senza neanche andare attraverso i canali statunitensi – a causa di interessi geostrategici. La soluzione sta nel trattare queste faccende su una coerente base umanitaria e umana e nel considerare le persone come esseri umani amici e non come strani cittadini di altre terre, e di iniziare seriamente a osservare i nostri interessi comuni e intrecciati tra di loro sul pianeta. Concretamente questo si potrebbe ottenere appoggiando i movimenti di resistenza civile e altre istituzioni e organizzazioni che stanno aiutando a diffondere l’educazione e la consapevolezza. Responsabilizzare la gente locale e le ONG, cosa particolarmente interessante ora con i milioni di profughi, rappresenterebbe una strada alternativa al progresso. Non c’è nessuna scorciatoia per il cielo.
Korshid Mohammad è un curdo-siriano cofondatore del Movimento Siriano per la non violenza e neonatalogo presso i Servizi Sanitari dello Stato dell’Alberta all’Università di Calgary, Canada.
I miei ringraziamenti speciali ad Afra Jalabi, un’attivista siriana e scrittrice, che vive a Montreal, per mettermi in contatto con parecchie delle persone che ho intervistato per questo articolo. E’ attiva nel Movimento Siriano per la Nonviolenza e fa parte del Comitato Esecutivo del progetto “The day after” [Il giorno dopo] http://thedayafter-sy.org/ che è un gruppo di lavoro internazionale formato da Siriani che rappresentano un ampio spettro dell’opposizione del paese, impegnato in un dialogo per la pianificazione di una transizione indipendente – Danny Postel
Danny Postel è Direttore aggiunto del Centro per gli Studi Mediorientali http://www.du.edu/korbel/middleeast/ all’Università di Denver. I suoi libri comprendono: The Syria Dilemma [Il dilemma della Siria], e The People Reloaded: The Green Movement and the Struggle for Iran’s [La gente si è “ricaricata”: il Movimento verde e la lotta per il futuro dell’Iran]. Ha un blog su Critical Inquiry e sull’Huffington Post ed è condirettore di PULSE – http://pulsemedia.org/
Nella foto: Yassin al-Haj Saleh
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/the-war-on-isis
Originale: Dissent Magazine
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
Nel tentativo di riparare a questo squilibrio, ho chiesto a vari siriani – attivisti di lunga data e intellettuali di una varietà di contesti, compresi Curdi, Palestinesi e Cristiani assiri – che cosa pensano della crisi causata dall’ISIS e dell’intervento dell’Occidente. Ecco le loro risposte.
Tre mostri
Sono indeciso riguardo a un attacco occidentale contro l’ISIS.
Da una parte mi piacerebbe vedere questa banda criminale cancellata dalla faccia della terra . L’ISIS è un’organizzazione criminale che ha ucciso migliaia di siriani e di iracheni lasciando allo stesso tempo intatta un’altra organizzazione criminosa –il regime di Assad – che è responsabile delle morti di circa 200.000 persone. L’ISIS ha distrutto la causa della Rivoluzione siriana tanto quanto il regime di Assad ha distrutto il nostro paese e la nostra società.
Dall’altra un attacco contro l’ISIS manderà un messaggio a molti siriani (e iracheni e
ad altri arabi), che questo intervento non si fa per cercare la giustizia per crimini atroci, ma è piuttosto un attacco contro coloro che sfidano le potenze occidentali. Questo provocherà più risentimento contro il mondo esterno e sospetto riguardo ad esso, che è l’umore molto nichilista in base al quale l’ISIS trae vantaggio e approfitta.
Le potenze occidentali avrebbero potuto evitare questo se avessero aiutato l’opposizione siriana nella sua battaglia contro il regime fascista di Assad, e per aiutare i siriani a portare cambiamenti nell’ambiente politico del loro paese.
Infine permettetemi di dire che sono molto scettico circa i piani e le intenzioni dell’amministrazione Obama. L’ISIS è il terribile risultato dei nostri regimi mostruosi e del ruolo decennale dell’Occidente nella regione, ed è anche conseguenza dei gravi mali all’interno dell’Islam. Tre mostri stanno camminando sul corpo esausto della Siria.
Yassin al-Haj Saleh, uno dei principali scrittori e una delle principali figure intellettuali dell’insurrezione siriana, imprigionato dal 1980 al 1996 per attività di sinistra, vive ora in esilio a Istanbul (vedere questa intervista con lui per altre informazioni: http://bostonreview.net/world/postel-hashemi-interview-syrian-activist-intellectual-yassin-al-haj-saleh.
Sintomi e cause
Qualsiasi tentativo di sradicare o distruggere l’ISIS sarà inutile se verrà intrapreso senza un’adeguata analisi delle ragioni dell’ascesa del gruppo. I sentimenti diffusi tra i Siriani di indignazione e di tradimento da parte della comunità internazionale per quasi quattro anni, non saranno una faccenda facile da trattare, e sarà soltanto accentuata se la comunità internazionale non si impegnerà in un’iniziativa seria oltre che utilizzare degli slogan. Combattere contro l’ISIS senza fermare i massacri del regime di Assad, avrebbe serie conseguenze. Vivere sotto continui bombardamenti aerei e dell’artiglieria, ha portato alcuni siriani a considerare l’ISIS, malgrado la sua barbarie, come un salvatore e un vendicatore in loro nome contro un regime sanguinario. Sono argomenti delicati. Trascurarli servirà soltanto ad aiutare l’ISIS a espandersi ulteriormente. Qualsiasi tentativo di occuparsi dei sintomi senza considerare seriamente le cause, provocherà complicazioni più pericolose. Non si può rimuovere un tumore maligno se non ci si occupa e non si disinfetta l’intero contesto e se non si risolve il problema. Altrimenti si può finire per avere un tumore più grosso che causerà la completa perdita di controllo della situazione.
Iyas Kadouni, ex direttore del Centro per la Società civile e la Democrazia, nella città di Idlib, ex membro del Consiglio Rivoluzionario nella città di Saraqib, peseguitato sia dall’ISIS che dal regime di Assad, vive ora in esilio a Bruxelles.
Alternative all’intervento militare
In quanto siriano che proviene da un ambito cristiano con molti anni di esperienza con gruppi di opposizione differenti, credo che l’intervento militare contro l’ISIS servirà soltanto a creare altro estremismo.
Prima di iniziare una soluzione militare, perché non esplorare le soluzioni politiche, economiche e sociali? Perché l’Occidente ci ha messo così tanto a sottoporre a embargo il petrolio prodotto dall’ISIS? Perché l’Occidente ha chiuso un occhio sulla “valanga” di jihadisti che entravano in Siria attraverso la Turchia? Perché non c’è stata una reale pressione sui paesi del Golfo per il loro massiccio sostegno ufficiale e non ufficiale fornito ai diversi nefasti gruppi armati? Perché gli ‘Amici della Siria’ non riescono a fornire Raqqa – la prima zona liberata del paese –di un qualsiasi appoggio alla comunità locale, alle organizzazioni per la società civile, e all’emergente consiglio locale, malgrado tutti gli inviti in questo senso?
Rasha Qass Yousef, membro del Movimento siriano per la Nonviolenza e del Forum Democratico Siriano cofondatore del Movimenti Haquna, un gruppo di resistenza civile nella città di Raqqa che ha fatto campagne sia contro il regime di Assad che contro i gruppi armati che si sono impadroniti della città, compreso l’ISIS.
Armate i ribelli e distruggete l’ISIS
Appoggio energicamente gli attacchi aerei di Stati Uniti e NATO contro l’ISIS che ha commesso e continua a commettere atrocità spaventose contro i civili in Siria e in Iraq, ed esorto la comunità internazionale ad armare i ribelli siriani e a fornirli dei mezzi necessari per disarmare l’ISIS che non ha mostrato altro che brutalità contro il popolo siriano. Questa linea d’azione farà avanzare la causa della rivoluzione siriana, che è iniziata come lotta per e la libertà e la dignità del popolo siriano.
Però attaccare l’ISIS senza smantellare l’aviazione militare del regime di Assad provocherebbe dei problemi, dato che ci si può aspettare che il regime attacchi i ribelli siriani durante le loro battaglie con l’ISIS, come ha fatto in precedenza. Il regime di Assad è fonte di estremismo e di violenza in Siria. Qualsiasi mossa contro l’ISIS deve essere seguita da passi efficaci vero una transizione politica al di là di Assad.
Kassem Eid, anche noto come Qusai Zakarya, attivista siro-palestinese e sopravvissuto all’attacco con armi chimiche *il quale ha dato inizio a uno sciopero della fame in novembre per protestare contro gli assedi di città in tutta la Siria durante i quali si muore di fame e per chiedere che alle organizzazioni umanitarie sia permesso di accedere senza restrizioni a queste aree assediate.
*http://www.foreignpolicy.com/articles/2014/08/21/4/08/21/one_year_ago_i_was_gassed_by_bashar_al_assad_syria_and_barack_obama_has_done_nothing_to_punish_him
Chi ha alimentato l’ascesa dell’ISIS?
Il mio appoggio alla rivoluzione siriana è incondizionato e per questa ragione sono contrario all’intervento statunitense. Gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione hanno fatto di tutto per indebolire la rivoluzione siriana. Soprattutto lo hanno fatto appoggiando la Coalizione Siriana Nazionale contro i movimenti popolari di base. Gli alleati degli Stati Uniti, come Turchia, Arabia Saudita e Qatar all’inizio hanno appoggiato Assad e in seguito hanno finanziato ed equipaggiato le forze più reazionarie dell’opposizione. Queste stesse potenze (più l’Iraq) stanno ora formando una coalizione per combattere l’ISIS. Ma questi paesi hanno svolto un ruolo importante, direttamente e indirettamente, nel fare dell’ISIS una potenza regionale. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono stati essenziali nel creare e finanziare un jihadismo globale fin dagli anni ’80 per combattere i Sovietici in Afghanistan. L’invasione dell’Iraq nel 2003 ha portato alla comparsa di al Qaida in Iraq. Il Qatar sta aiutando Jabhat al-Nusra, mentre la Turchia, fino a poco fa, permetteva all’ISIS di operare liberamente e di attraversare i suoi confini senza controllo.
L’intervento degli Stati Uniti in Siria (e in Iraq) ucciderà molti civili innocenti. Soddisferà anche il desiderio dell’ISIS di diventare la forza anti-americana primaria nella regione e perciò di aiutare l’organizzazione terrorista a reclutare altri combattenti. La decapitazione dei due cittadini statunitensi per mano dell’ISIS è stata voluta per produrre la reazione che sta ottenendo da parte degli Stati Uniti. Alla fine Assad ha svolto un ruolo cruciale nel rafforzare l’ISIS e nell’ usarlo contro le forze rivoluzionarie. L’ironia di tutto questo è che gli Stati Uniti chiedono all’Esercito Siriano Libero di combattere l’ISIS ma di non usare le armi americane contro il regime di Assad.
Yasser Munif, professore di sociologia al College Emerson e cofondatore della Campagna Globale di Solidarietà con la Rivoluzione Siriana.*
*https://www.facebook.com/pages/Global-Campaign-of-Solidarity-with-the-Syrian-Revolution/147353662105485
Rimuovete uno degli ostacoli fondamentali della Rivoluzione siriana
Secondo me non c’è una risposta semplice. Al livello più elementare, sono incline a preferire l’intervento di Stati Uniti/Unione Europea e NATO contro l’ISIS. Attaccare l’ISIS rimuoverebbe uno degli ostacoli fondamentali della rivoluzione siriana, e questo lascerebbe più vulnerabile il regime di Assad. Ma credo che sia una pia illusione aspettarsi qualsiasi intervento significativo che ci darebbe dei risultati così ideali. Penso che il futuro sia più cupo di questo. Malgrado tutta la retorica politica sulla Siria da parte della Casa Bianca, l’amministrazione statunitense è in una fase di stallo, in gran parte come lo è stata fin dall’inizio della rivoluzione siriana. La strategia di Obama di “sedurre e abbandonare” è stata usata costantemente nei tre anni passati per allontanare le critiche circa l’intervento statunitense in Medio Oriente. Non c’è stato alcun desiderio di intervenire in alcun modo reale per andare in aiuto dei ribelli siriani. In ogni caso, è troppo poco, troppo tardi.
Affrontare l’ISIS, mentre è fondamentale, è inutile senza almeno due cose: appoggio urgente e reale per qualunque cosa resti delle forze laiche e democratiche all’interno del libero esercito siriano e sostenuta pressione internazionale politica ed economica sul regime di Assad. L’ISIS svolge il ruolo del deus ex machina nella versione del regime di Assad della realtà, risolvendo il problema apparentemente irrisolvibile che il regime ha affrontato fin da quando i dimostranti siriano hanno domandato la sua caduta: quello di ripristinare la sua legittimità politica e le sue credenziali internazionali. Assicura la sopravvivenza del regime e conferma la versione che le forze di Assad sono invischiate in un’acerrima battaglia contro i terroristi islamici fondamentalisti. Inoltre, la situazione attuale mette in grado il regime di descriversi come un socio indispensabile nella lotta contro il terrorismo, e questo è il motivo per cui i commentatori come Bob Dreyfuss, di The Nation, continueranno a sostenere che “una chiave per risolvere la crisi dell’ISIS è al riparo nel palazzo presidenziale a Damasco, e il suo nome è Bashar al-Assad.” *
*http://www.thenation.com/blog/180522/us-should-back-syrias-assad-against-isis
Firas Massouh, studente dottorando all’Università di Melbourne, in Australia, e autori di vari saggi sull’insurrezione siriana, compreso “Left Out? The Syrian Revolution and the Crisis of the Left” [Dimenicata? La Rivoluzione siriana e la crisi della sinistra sinistra”. http://www.academia.edu/3497857/Left_Out_The_Syrian_Revolution_and_the_Crisis_of_the_Left
Troppo poco, troppo tardi?
Dal punto di vista politico il piano di Obama di addestrare ed equipaggiare i ribelli siriani moderati sarebbe stato più efficace se realizzato oltre due anni fa, quando le forze dell’opposizione siriana erano più consistenti. Gli attivisti siriani devono accogliere il piano di Obama con un senso trepidazione, perché siamo stati piantati in asso nell’agosto 2013 dopo l’attacco con le armi chimiche nei sobborghi di Damasco. Abbiamo aspettato la rappresaglia contro Assad, che non è mai arrivata, malgrado le assicurazioni da parte dell’amministrazione che fosse imminente. La marcia indietro di Obama ha rincuorato Assad, preparando la strada alla morte di altre diecine di migliaia di siriani. Ora stiamo di nuovo temporeggiando. Quando arriveranno le armi? E cambieranno efficacemente l’equilibrio di potere sul campo? Ora il nostro obiettivo deve comprendere la caduta sia di Assad che dell’ISIS. Resta da vedere se il piano di Obama riuscirà a raggiungerli entrambi.
Rasha Othman, attivista siro-americano di base a Washington, e uno dei principali organizzatori dello Sciopero internazionale della fame di solidarietà per la Siria. (http://pulsemedia.org/2013/12/19/stop-starvation-in-syria-end-the-blockades/)
Nessuna scorciatoia
La violenza produrrà soltanto altra violenza. Non si può spegnere il fuoco con la benzina. L’attacco degli Stati Uniti all’ISIS contribuirà soltanto alla sua proliferazione. La comunità internazionale e gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo nel creare l’ISIS. Contano sull’egemonia invece che essere alla testa della democrazia, come dichiarano. C’è una notevole mancanza di etica nel trattare i vari problemi globali.
Per esempio, il problema siriano si è perduto nei corridoi dell’ONU per anni, a causa di doppi standard usati nel trattare le crisi umanitarie. Però, improvvisamente, il caso dell’Iraq ha preso il centro della scena –è successo nel giro di pochi giorni, e senza neanche andare attraverso i canali statunitensi – a causa di interessi geostrategici. La soluzione sta nel trattare queste faccende su una coerente base umanitaria e umana e nel considerare le persone come esseri umani amici e non come strani cittadini di altre terre, e di iniziare seriamente a osservare i nostri interessi comuni e intrecciati tra di loro sul pianeta. Concretamente questo si potrebbe ottenere appoggiando i movimenti di resistenza civile e altre istituzioni e organizzazioni che stanno aiutando a diffondere l’educazione e la consapevolezza. Responsabilizzare la gente locale e le ONG, cosa particolarmente interessante ora con i milioni di profughi, rappresenterebbe una strada alternativa al progresso. Non c’è nessuna scorciatoia per il cielo.
Korshid Mohammad è un curdo-siriano cofondatore del Movimento Siriano per la non violenza e neonatalogo presso i Servizi Sanitari dello Stato dell’Alberta all’Università di Calgary, Canada.
I miei ringraziamenti speciali ad Afra Jalabi, un’attivista siriana e scrittrice, che vive a Montreal, per mettermi in contatto con parecchie delle persone che ho intervistato per questo articolo. E’ attiva nel Movimento Siriano per la Nonviolenza e fa parte del Comitato Esecutivo del progetto “The day after” [Il giorno dopo] http://thedayafter-sy.org/ che è un gruppo di lavoro internazionale formato da Siriani che rappresentano un ampio spettro dell’opposizione del paese, impegnato in un dialogo per la pianificazione di una transizione indipendente – Danny Postel
Danny Postel è Direttore aggiunto del Centro per gli Studi Mediorientali http://www.du.edu/korbel/middleeast/ all’Università di Denver. I suoi libri comprendono: The Syria Dilemma [Il dilemma della Siria], e The People Reloaded: The Green Movement and the Struggle for Iran’s [La gente si è “ricaricata”: il Movimento verde e la lotta per il futuro dell’Iran]. Ha un blog su Critical Inquiry e sull’Huffington Post ed è condirettore di PULSE – http://pulsemedia.org/
Nella foto: Yassin al-Haj Saleh
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/the-war-on-isis
Originale: Dissent Magazine
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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