GAZA. A Rafah, tra gli orfani di Margine Protettivo
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Rafah, 21 agosto 2014, Nena News –
I Siam sono a lutto da settimane. È passato quasi un mese da quel
mattino del 21 luglio quando missili sganciati da droni israeliani
uccisero 12 membri di questa famiglia di Shaboura, alla periferia di
Rafah. Eppure continuano i riti funebri.
È
giunta l’ennesima tragica notizia dal Cairo: un altro dei Siam rimasti
feriti è spirato in ospedale e la famiglia è di nuovo riunita per le
preghiere. Gli uomini, una trentina forse più, sono seduti all’ombra di
un grande albero. Le donne sono tutte in casa. Dolore e
stanchezza segnano il volto dei presenti in una giornata dove un caldo
finalmente accettabile e un cielo azzurro senza droni disegnano una
cornice diversa per questa terra martoriata che, con la sua gente, paga
un prezzo altissimo per il diritto alla libertà e alla dignità.
Mayar
sorride. Che bella l’infanzia che ti permette di superare, almeno in
apparenza, tragedie che invece sono devastanti per gli adulti. E poi
lei è proprio piccola, ha appena un anno e mezzo. Solo per qualche anno
durerà questa inconsapevolezza. Presto
Mayar si renderà conto di dover vivere il resto della sua esistenza
senza i genitori, Mohammed e Sumud, uccisi quel 21 luglio assieme al
fratellino, Mouin. E nessuno sa se riuscirà a superare senza
conseguenze, senza disabilità, la frattura in tre punti della gamba
sinistra e quella del bacino.
Mayar è
orfana, una dei tanti orfani di Gaza, spesso di padre e madre, che i
bombardamenti israeliani dal cielo, da terra e dal mare si sono lasciati
alla spalle. La bimba sorride tra le braccia di zia Nariman, che sarà la sua seconda mamma. Lo zio Ahmad sarà il suo tutore.
«Mayar è
piccola ma ricorda i genitori – dice Nariman – a sera chiama mamma,
mamma. È così triste tutto ciò». La zia piange. La morte del fratello e
di sua cognata è per lei una ferita aperta. «Mayar aveva un padre, una
madre e un fratello, la sua famiglia, ora ha solo gli zii, non è lo
stesso, non è giusto», ripete Nariman tra le lacrime. La bimba, bloccata
dall’armatura di gesso che le stringe la gamba e il bacino, ora non
sorride. Osserva con sguardo triste i presenti nella stanza. Dalle
braccia della zia passa a quelle della nonna che la bacia con tenerezza.
Poi all’improvviso sorride di nuovo ai cuginetti Mohsen e Muhmen, più
grandicelli, che passano correndo davanti a lei. Anche loro sono orfani.
Il primo ha perduto il padre, il secondo la madre.
Tra
le conseguenze devastanti dell’offensiva israeliana contro Gaza oltre
alla morte di almeno 542 bambini e ragazzi e 250 donne (dati del
ministero della sanità), c’è anche quella dei numerosi orfani. Nessuno
conosce ancora il loro numero esatto, decine secondo alcune fonti. Cifre
drammatiche che non sorprendono. Il portavoce militare israeliano ha
sempre fatto riferimento alla presunta presenza di “miliziani” di Hamas e
altri gruppi armati nelle zone colpite per spiegare gli attacchi contro
case ed edifici di Gaza. Il mondo è rimasto colpevolmente in silenzio
di fronte a queste giustificazioni e il risultato è stato devastante per
i civili palestinesi. Dozzine di famiglie sono state colpite e
decimate, il più delle volte in casa. I loro nomi rimarranno scolpiti
nella memoria di chi ha vissuto o seguito la «terza guerra» di Gaza: al
Batch, Siam, al Najar, solo per citarne alcuni.
Chi è
sopravvissuto ai massacri in qualche caso preferirebbe avere seguito il
destino dei famigliari uccisi, tanto sono gravi le ferite che hanno
subito e le conseguenze che si porteranno dietro per sempre. I
piccoli orfani di madre e padre invece si portano dentro la solitudine
di chi ha perduto la protezione, la guida, la carezza quotidiana. Gli
zii assicurano che daranno tanto affetto a Mayar, prima fra tutti zia
Nariman che non trova pace. E affetto riceverà anche Qusay Abu Namlah,
tre mesi e mezzo, sempre di Rafah, ferito alle gambe e alle braccia. I
suoi genitori sono stati uccisi dalla cosiddetta «Direttiva Annibale»,
ossia dal bombardamento a tappeto che prevedono le procedure militari
israeliane per impedire che un soldato catturato sia portato via vivo
dal nemico.
Quel soldato,
il tenente Hadar Goldin, probabilmente era morto quel giorno di fine
luglio che doveva coincidere con una tregua. Eppure i cannoneggianti e i
raid aerei sulla zona orientale di Rafah andarono avanti per due giorni
facendo circa 150 morti, tra i quali il papà e la mamma di Qusay. Ora
quel bambolotto di carne e ossa con due occhi che ti scrutano dentro, è
all’ospedale al Makassed di Gerusalemme Est. Al ritorno a Rafah, sarà
affidato a qualche parente.
Tanti
piccoli orfani non avranno la fortuna di diventare adulti a casa di uno
zio o di una zia. «Per alcuni o forse molti di loro il futuro è
l’orfanatrofio», ci dice Suhail Flaifl, del Palestine
Children’s Relief Fund (Pcrf), una ong palestinese che garantisce
assistenza medica specializzata ai bambini palestinesi feriti o
gravemente ammalati e che in questi giorni sta anche distribuendo aiuti a
migliaia di sfollati. «Molte
famiglie di Gaza sono povere e l’affetto non basta a sfamare tante
bocche. Non pochi potrebbero avere difficoltà a tirare su i figli di un
fratello o una sorella rimasti uccisi, per mancanza di risorse
economiche. Affidarli a un istituto è la soluzione che
sceglierà qualche famiglia o le autorità locali. Non abbiamo ancora dati
ufficiali ma posso affermare che mai in passato un’operazione militare
(israeliana, ndr) aveva causato tanti piccoli orfani e ucciso e ferito
tanti bambini», aggiunge Flaifl.
Diverse
associazioni, non solo locali, sono al lavoro per raccogliere i fondi
che serviranno al mantenimento dei bambini rimasti orfani e per aiutare
le donne con figli che hanno perduto il marito, la casa e ogni forma di
sostentamento. Anche
tanti uomini sono stati colpiti duramente negli affetti. Nabil Siam,
uno zio di Mayar, ha bisogno di conforto. È devastato dal dolore. Ci
mostra foto della sua famiglia spazzata via dai missili: moglie e
quattro figli. Un quinto figlio è in condizioni disperate in un
ospedale del Cairo. Lui non ha più il braccio sinistro. La lacrime gli
scorrono lungo il viso e continua a tormentarsi con la stessa domanda:
«Perché hanno colpito la mia famiglia? Perché? Erano soltanto una donna e
dei bambini». Nella sala tutti tacciono. Nemmeno Mayar sorride
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