Gad Lerner : Su “Shalom” l’accusa surreale a Gattegna: difende Israele in modo “non appassionato”

 Su “Shalom” l’accusa surreale a Gattegna: difende Israele in modo “non appassionato”

Il mensile della Comunità ebraica di Roma, “Shalom” riferisce di una crisi al vertice dell’Ucei (l’Unione delle Comunità ebraiche di tutta Italia, presieduta da Renzo Gattegna) con tanto di dimissioni di sei consiglieri della capitale, tra i quali spicca Riccardo Pacifici. Il titolo dell’articolo, firmato dal direttore Giacomo Kahn, è enigmatico: “Crisi nel consiglio Ucei: dimissioni o golpe?”; laddove non si capisce chi starebbe facendo addirittura un golpe e ai danni di chi. Certamente la lacerazione interna sta trasformandosi, come da tempo appariva inevitabile, in lotta per il potere. Lo confermano le insinuazioni dell’articolo di “Shalom” sulle spese per la comunicazione dell’Ucei, indicate in “circa 1 milione l’anno”. Segue poi una curiosa critica per “il frequente rimando” agli articoli dell’Osservatore Romano. Ma queste sono solo le premesse per lanciare alla leadership di Gattegna un’accusa che dall’esterno potrà suonare surreale. Cito testualmente: “Critiche vengono poi mosse sul modo non appassionato con cui l’Ucei difende Israele”.
Involontariamente comica è tale interpretazione psicoanalitica dei sentimenti, più o meno caldi, attribuiti ai propri bersagli del momento nei confronti di Israele; ma tant’è. Seguono altri rilievi più o meno criptici, tra cui l’appoggio ritenuto insufficiente di Gattegna all’introduzione del reato di negazionismo. Come si può bene immaginare, si tratta di controversie le quali da sole non motiverebbero dimissioni nè presunti golpe. Più modestamente è in corso una opaca lotta di potere per scalzare Gattegna e impossessarsi della guida dell’Ucei. Una lotta di potere resa più serrata dagli scandali recenti, dal clientelismo, da contenziosi sulla distribuzione di cospicue risorse finanziarie, dalla ricerca di nuovi protettori politici in sostituzione di quelli caduti in disgrazia. Peccato che, anche quando si accapigliano per banali questioni di presidenze, certi personaggi non perdano il vizio di mettere di mezzo l’amore per Israele, più o meno “appassionato”. Ma di certo abusivamente strumentalizzato.

“Shalom” l’accusa surreale a Gattegna: difende Israele in modo “non appassionato


2 testo originale: tratto da FB e postato  da Giacomo Kahn ,direttore di Shalom ( mensile della comunità ebraica romana)
CRISI NEL CONSIGLIO UCEI: DIMISSIONI O GOLPE ?
Nei giorni che hanno preceduto la chiusura del giornale si è consumata una forte crisi di rappresentanza all’interno del Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Si sono dimessi, quasi contemporaneamente ma in modo
non coordinato, sei consiglieri romani: Raffaele Sassun, Semy Pavoncello (entrambi erano precedentemente nella Giunta da cui erano usciti circa cinque mesi fa, e non sostituiti),
Riccardo Pacifici, Elvira Di Cave, Vittorio Pavoncello ‘Botticella’
e Barbara Pontecorvo (la cui lettera
non è stata ancora resa nota).
Alla base di queste dimissioni vi sono una serie di motivazioni e di ragioni che attengono alle dinamiche interne
al Consiglio dell’Ucei, ai rapporti tra Consiglieri e Presidente, alle scelte politiche e di bilancio che l’Ucei mette in campo nella sua azione in aiuto e sostegno dell’ebraismo italiano.
E’ un fatto che queste dimissioni sono esplose quando sulla pagina (aperta) di Facebook “Pagine Ebraiche”, organo
di comunicazione dell’UCEI, è stato pubblicato uno sgradevole post
(poi successivamente cancellato,
ma pur sempre accessibile), in cui si ironizzava, ai limiti dell’offensivo, sulla supposta mancanza di coerenza nelle dimissioni della Di Cave, accusandola di aver anticipato le sue dimissioni sul social network, quando invece esse erano state rassegnate formalmente
il giorno prima ai competenti organi UCEI e soltanto il giorno seguente rese note su una pagina riservata (gruppo chiuso) dell’ebraismo italiano e non aperta al pubblico.
Ma al di là dell’aspetto temporale,
le dimissioni dei Consiglieri romani del listone unico (da ricordare che Roma
si era presentata con una lista
unitaria formata dai rappresentati
di maggioranza e minoranza che siedono nel Consiglio Cer, in concorrenza alla lista femminile Binah) testimoniano un profondo e radicato malessere, che proveremo a spiegare. Vi è innanzitutto una critica alla leadership del presidente Renzo Gattegna, che era stato designato come capo lista del listone. “Non è più
un leader che mi rappresenta
- ha spiegato a Shalom, Raffaele Sassun -. Non esprime una voce forte e sicura nei
momenti problematici sia nelle dinamiche interne alle comunità, sia
nei rapporti esterni. Il non esprimersi gli consente di non prendere mai una posizione che richieda poi scelte talvolta coraggiose e talvolta dolorose. Non dico che lui debba condividere sempre le mie idee, ma l’importante sarebbe che almeno esprimesse la sua idea”. Un concetto ribadito da Pacifici: “Dimettersi - scrive nelle spiegazioni alle dimissioni – significa portare rispetto ai nostri elettori che ci hanno votato su un progetto, che tu per primo hai disatteso, che voleva una gestione politica dell’Ucei, svolta
con spirito nuovo, costruttivo
e soprattutto unitario”.
La questione politica è proprio questa: davanti ad una serie di iniziative, azioni e decisioni della dirigenza Ucei, questi consiglieri hanno dovuto accettare passivamente, scrive Pacifici, “prevaricazioni e condivisioni
di linee che non fanno parte
del sentire comune”.
Le critiche mosse sono molte. Innanzitutto sulla gestione della comunicazione Ucei che è nelle mani del solo presidente, al quale era stato chiesto che venisse nominata una commissione sulla comunicazione,
e che il Consiglio avesse la possibilità di indicate le linee editoriali e di poter analizzare e valutare i costi della comunicazione, stimati in circa
1 milione di euro all’anno. Su questo tema suscita molta perplessità
- spiegano alcuni Consiglieri -
il frequente rimando che gli organi
di informazione Ucei fanno, senza
una ragione comprensibile, degli articoli dell’Osservatore Romano. Critiche vengono poi mosse sul modo non appassionato con cui l’Ucei difende Israele; e sulla posizione non chiara, non espressa ai consiglieri, che
il presidente ha sull’ipotesi di introdurre nel nostro Paese, come richiesto da una norma europea,
il reato di negazionismo.
Infine vi è una critica, anche autocritica, sul nuovo modello organizzativo dell’Ucei
(un parlamentino di 52 consiglieri)
che per favorire la partecipazione
e la condivisione paga un prezzo in termini di efficienza, rapidità di decisione e concretezza, e che ha diminuito sensibilmente il peso
rappresentativo della Comunità di Roma, nonostante essa rappresenti metà dell’ebraismo italiano. “Il sistema organizzativo – ha spiegato a Shalom Pacifici – funziona poco ed è talmente farragionoso che impedisce il sano confronto delle idee. Il Consiglio si riunisce pochissime volte, con ordini del giorno enormi, ed è di fatto improduttivo. In qualità di presidente della maggiore comunità ebraica italiana non mi è stata data la possibilità di avere un incarico ne si sono volute semplicemente ascoltare le istanze e le necessità di Roma. Con questo meccanismo bloccato – ha spiegato – alla fine l’Ucei, che dovrebbe lavorare al servizio delle Comunità, lavora per se stessa, alcune volte in forme autoreferenziali non accettabili”. Su queste dimissioni molto critico
è stato il giudizio del presidente Gattegna, che le giudica come
un tentativo, grave ed irresponsabile,
di creare una spaccatura all’interno dell’ebraismo italiano, finalizzata
al rovesciamento degli organi legittimamente e democraticamente eletti. Come a dire che vengono viste quasi come un golpe, perché sono giudicate come un tentativo di minare
il corretto e democratico funzionamento delle istituzioni. Tanto più - è l’accusa che muove Gattegna - nei due anni della nuova gestione si è fatto ricorso alla diffusione di false informazioni
e allo screditamento.
Accuse che Pacifici ha respinto con forza: “Queste dimissioni non sono
per sfasciare un bel nulla, sono esattamente un esercizio di un nostro diritto al dissenso espresso nelle forme previste in democrazia. L’Ucei andrà avanti tranquillamente anche senza
di noi. Ci rivedremo fra due anni davanti al giudizio degli elettori”. Nonostante i toni e le parole definitive
- da entrambe le parti - non è detto
che l’esperienza per alcuni di questi Consiglieri dimissionari sia giunta
al termine. Bisognerà vedere se le loro istanze saranno comprese e si aprirà
un confronto o se invece prevarrà
la tentazione da parte dell’Ucei di adottare la politica delle tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo.

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