Israele e Palestina visti da un’ottica cristiana :Uno sguardo diverso
Israele e Palestina visti da un’ottica cristiana: uno sguardo
che a volte osserva gli stessi luoghi con una sensibilità
diversa dalla nostra, a volte pare sfiorare l’Israele che
conosciamo senza toccarla così come noi ebrei sfioriamo spesso
senza toccarli i luoghi santi cristiani e le zone abitate dai
palestinesi; come in quei racconti in cui si parla di un mondo
oltre lo specchio (e lo specchio in questo caso può assumere le
forme concrete del muro, o le sembianze impalpabili di uno
sguardo che osserva e nota cose diverse). Da una conversazione
con la mia ex collega Maria Luisa Albonico, reduce da un
“viaggio di solidarietà in Terra Santa” organizzato
dall’associazione cattolica “Ponti di Pace”(1)
nelle scorse vacanze invernali (un viaggio di particolare
interesse, ricco di incontri significativi che abbiamo potuto
ricostruire in modo abbastanza dettagliato grazie agli appunti
presi giorno per giorno), è nata l’idea di un
incontro-intervista con lei e con suo marito, Gianni Palmegiano.
Maria Luisa e Gianni avevano visitato Israele e Palestina già
due volte, nel 1995 e nel 2007. Quello di Ponti di Pace era un
viaggio di approfondimento, indirizzato specificamente a persone
che non visitavano Israele e i territori palestinesi per la
prima volta.
Cosa
si prova a tornare per la terza volta negli stessi luoghi?
La
prima volta è stato un viaggio della meraviglia, un’esperienza
forte per un credente, un pellegrinaggio - dice Maria Luisa
- La seconda volta diventa un viaggio di conoscenza, ti guardi
intorno. La terza volta si notano cose ancora diverse.
Una
cosa che vi ha colpito in questo viaggio?
La
gente ha paura: l’ebreo israeliano ha paura anche se incontra un
vecchietto palestinese che ha fatto la spesa; altrettanto hanno
paura i palestinesi; una paura che viene insegnata a scuola.
Non
ve lo aspettavate?
Non a
questo livello. Nel ’95 si vedevano in giro carri armati,
pattuglie che controllavano. Oggi molto meno. Oggi non si ha
l’impressione della paura, per questo stupisce la gente che ne
parla.
Un
episodio ci è rimasto particolarmente impresso dalla prima
visita: avevamo incontrato una donna palestinese medico che
viveva nei territori occupati e lavorava a Gerusalemme.
Conversando si è fatto tardi e temeva di avere problemi nel
rientro, per cui le abbiamo proposto di dormire nel nostro
albergo; però i gestori dell’albergo, palestinesi, quando hanno
visto dai suoi documenti dove viveva, hanno immediatamente detto
che non c’era più posto, mentre poco prima per noi non c’erano
stati problemi.
Quali
tappe e incontri prevedeva il vostro viaggio?
Il
primo giorno abbiamo incontrato Meir Margalit, dell’ICAHD
(Israeli Committee Against House Demolitions) che si
oppone alla distruzione della case dei palestinesi. Ci ha
parlato del problema della paura reciproca, che è ciò che rende
difficoltosa ogni trattativa di pace. Poi si è concentrato in
particolare sul problema demografico a Gerusalemme: oggi il 40%
dei residenti è palestinese ed è stato calcolato che entro il
2020-2025 si arriverà alla parità tra residenti ebrei e
residenti palestinesi. Solo i cittadini con passaporto
israeliano hanno il diritto di votare alle elezioni politiche,
ma tutti i residenti hanno diritto di voto alle elezioni
amministrative. È possibile quindi che entro quella data possa
essere eletto un sindaco di Gerusalemme palestinese per la prima
volta dalla creazione dello stato di Israele.
Ma i
palestinesi partecipano alle elezioni amministrative?
Oggi
le boicottano, ma quando arriveranno ad essere la maggioranza
mirano ad avere un sindaco palestinese (il professor Sway,
docente di filosofia all’università di Al Quds, ce lo ha detto
esplicitamente).
Sempre a proposito del problema demografico, ci è stato detto
che il muro è stato tracciato in modo da poter togliere ad
alcuni palestinesi la residenza a Gerusalemme. Ci hanno anche
raccontato di regole inspiegabili: per esempio a Betlemme
abbiamo conosciuto un uomo la cui moglie ha la cittadinanza
israeliana; lei può guidare a Gerusalemme, lui no: ha il
permesso di entrare in città per lavoro, può salire in macchina
con la moglie, ma non può guidare; così ha dovuto guidare lei
anche quando era al nono mese di gravidanza.
Altri
incontri?
Le
suore comboniane dell’asilo di Betania, che si trova circondato
dal muro. Il professor Sway docente di filosofia all’Università
Al Quds di Gerusalemme. Il rabbino Jeremy Milgrom
dell’associazione “Rabbini per i diritti umani”. Suor Lucia
delle elisabettine al Caritas Baby Hospital (CBH), di Betlemme.
E molti altri.
Il
tempo e lo spazio non ci consentono di riferire dettagliatamente
il contenuto di tutti questi incontri.
Quanti sono i cristiani tra palestinesi?
Pochi, solo il 2% della popolazione, percentuale stabile. Chi
può se ne va (anche i musulmani, ma i cristiani di più). Anche
per difficoltà economiche e nel trovare lavoro. Per esempio gli
studenti di medicina hanno difficoltà a fare la loro specialità
nelle università palestinesi e frequentano poco le università
israeliane perché sono troppo care. Inoltre il muro rende più
difficoltosa la ricerca di un lavoro perché non permette alla
gente di spostarsi. Abbiamo chiesto a Giovanna Specchio, una
torinese che ha sposato un betlemita cosa penserebbe se Israele
occupasse Betlemme, ha risposto: “Magari! potremmo spostarci con
maggiore facilità ed accedere all’ottima sanità israeliana”.
Avete
percepito tra i cristiani palestinesi la preoccupazione per
un’eventuale crescita dell’integralismo islamico? O il timore di
un’eventuale vittoria di Hamas?
No,
anche se bisogna tener presente che non siamo stati a Gaza o in
posti simili. Siamo stati a Gerico, che è una roccaforte di
Fatah. In generale non abbiamo avuto un’impressione di maggiore
religiosità rispetto ai nostri viaggi precedenti né in Palestina
né in Israele. Anzi, la mentalità sta un po’ cambiando: le
ragazze possono uscire, andare al cinema, ecc. Solo, non possono
avere ragazzi.
A
causa delle difficoltà a trovare lavoro con le restrizioni
dovute al muro c’è una situazione buffa: spesso i mariti non
lavorano, mentre le mogli fanno le domestiche nelle famiglie
arabe benestanti. Se i mariti non fossero disoccupati le mogli
starebbero a casa.
Che
impressione avete avuto dalla visita a Hevron?
A
Hevron abbiamo avuto la stessa sensazione che avevamo vissuto
nel nostro primo viaggio: soldati e controlli ovunque, ragazzi
di leva che chiedono continuamente il passaporto perché non
sanno come impiegare il tempo. Fanno un po’ pena. In giro per la
città ci sono molti cartelli che segnalano le case che un tempo
erano di proprietà ebraica. Ci ha fatto un’enorme impressione la
tomba di Baruch Goldstein pulita e curata, con tanti sassolini
sopra. Se ad accompagnarci lì non fosse stato un esponente
dell’associazione Breaking the silence la mia reazione
sarebbe stata ancora più forte - dice Gianni. - Ci ha
spiegato che Breaking the silence è nata per far sapere
agli israeliani cosa si trovano a fare i loro figli durante il
servizio militare.
Siamo
stati a pranzo da una famiglia palestinese e ci hanno raccontato
un episodio: la madre aveva avuto un diverbio con una colona e a
un certo punto, provocata, le aveva tirato uno schiaffo; di
colpo si era trovata circondata da circa 200 coloni ed era
intervenuto l’esercito; aveva cercato di spiegare le proprie
ragioni ma non era riuscita perché non parlava né ebraico né
inglese. L’esercito può fare da forza di interposizione ma non
può intervenire contro i coloni.
I
coloni di Hevron - dice Maria Luisa - mi fanno
l’impressione di quelli che costruiscono le case abusive: prima
una veranda, poi il tetto, poi un altro pezzo, ecc. e alla fine
c’è la casa intera e non si riesce più a farli sgomberare. A
Hevron molte finestre hanno le inferriate perché i coloni le
prendono a sassate.
Nel
corso del vostro viaggio avete avuto anche incontri con coloni?
O con palestinesi più radicali?
No, è
stata una scelta ben precisa degli organizzatori quella di farci
incontrare solo con persone più concilianti e non con
estremisti. Occorre trovare prospettive di pace perché con
l’odio non si costruisce nulla. Le finalità dell’organizzazione
sono quelle di gettare semi di pace. La linea è quella dell’equivicinanza.
Bisogna raccontare cosa succede perché è vero che ci sono
problemi gravissimi, ma c’è anche tante gente da entrambe le
parti che fa cose concrete. Per esempio mi ha colpito molto
l’incontro con il rabbino Milgrom e sentire tutto quello che fa:
queste cose ti spiazzano perché non te le aspetti. Quando ti
confronti con una realtà concreta tutto quello che hai letto
finora sbiadisce.
È
importante raccontare quello che succede perché sono rare le
occasioni in cui israeliani e palestinesi si incontrano. Un
ragazzo israeliano incontra un palestinese solo con le armi in
mano, i palestinesi lo vedono solo con le armi in mano. Un
giovane soldato di leva di guardia ad un checkpoint in quel
momento è come il ministro della difesa o il ministro degli
esteri dello stato di Israele: ha il potere assoluto di decidere
chi può passare e chi no.
Avete
fatto l’esperienza di attraversare un checkpoint: com’è stato?
Brutto - dice Gianni - Ho pensato ai miei colleghi
veterinari che pesano le vacche: molte persone che vengono fatte
avanzare tutte insieme seguendo le istruzioni di una voce, senza
vedere nessuno. Alla fine la voce dice: “Benvenuti nello Stato
di Israele”.
Avete
parlato con i vostri interlocutori delle prospettive di pace
possibili?
Tutti, israeliani e palestinesi, hanno perso la speranza nei due
stati, anche se continuano a vederla come l’unica soluzione
possibile (i palestinesi puntano ad avere uno stato con capitale
Gerusalemme Est). Il Custode di Terrasanta, Padre Pizzaballa, ci
ha detto chiaramente: “Non illudetevi di tornare a casa e
risolvere i problemi della pace nel mondo”.
Io ho
due modelli: - dice Gianni - Edward Said e Vittorio Dan
Segre.
Due
personalità con idee molto lontane tra loro…
Sì,
ma credo che solo le persone coscienti e forti della propria
identità si possano confrontare; chi ha un’identità debole teme
il confronto. Due come loro, secondo me, potrebbero fare la
pace. Oggi, invece, vedo poco spessore culturale in giro.
Intervista di Anna Segre
(1) Nata a Torino nel
2004, l’Associazione Ponte di Pace persegue due obiettivi
principali: favorire la conoscenza della terra madre delle fedi
abramitiche e frenare l’emigrazione dei giovani che sono la
speranza di quei popoli. Due sono le aree di progetto
dell’Associazione:
a -
iniziative di approfondimento culturale sui temi complessi e
affascinanti della Terra Santa
b -
attività di raccolta fondi per offrire borse di studio ai
giovani cristiani che, in Israele e Palestina, meritano di
essere sostenuti (studenti con profitto alto ma con basso
reddito familiare).
La
collaborazione con il Commissariato di Terra Santa del Piemonte
e Valle d’Aosta è molto stretta: i frati della Custodia
francescana di Gerusalemme segnalano a Ponte di pace le
necessità più urgenti, sono loro che trasmettono direttamente
gli aiuti inviati dall’Associazione, ed è con loro che si
concordano le linee guida per una corretta informazione sulla
Terra Santa.
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