Amira Hass : articoli del mese di Maggio- Aprile 2014
19 maggio 2014
La vendetta dei soldati
Mercoledì mattina ho trovato sul cellulare un messaggio inviato a notte fonda: “L’esercito ha fatto irruzione nella casa di Saddam Abu Sneina. L’hanno picchiato e poi hanno arrestato suo fratello”. Il mittente è un attivista palestinese di Hebron, in Cisgiordania.
Abu Sneina è il giovane di Hebron di cui vi ho parlato la settimana
scorsa (un video in cui lo si vede minacciato da un soldato israeliano
ha suscitato grandi polemiche su internet). Due settimane fa, quando
sono andata a trovarlo, non voleva raccontarmi il suo arresto e i
maltrattamenti subiti perché temeva ritorsioni. Alla fine io e altri
attivisti l’abbiamo convinto che la pubblicità è una forma di
protezione. Così ho potuto ricostruire la vicenda su Ha’aretz e scrivere
anche un editoriale in cui ricordo che la violenza dei soldati è un
fenomeno ricorrente e serve a sostenere la politica coloniale
israeliana.
Sul sito di Ha’aretz abbiamo pubblicato il video, che mostra due attivisti palestinesi mentre chiedono, con tono fermo ma tranquillo, a due soldati e due coloni di uscire dalla loro proprietà. I soldati reagiscono usando un linguaggio offensivo e minacciando i palestinesi. Il video è stato visto da tantissime persone, ma i commenti sono quasi tutti favorevoli ai soldati e pieni di insulti contro di me.
Gli insulti non mi fanno effetto, ma la notizia dell’aggressione ad Abu Sneina mi ha turbato profondamente. Temo che siano stati i miei articoli a spingere i soldati a vendicarsi nel modo più facile, lontano dalle telecamere.
Traduzione di Andrea Sparacino
Sul sito di Ha’aretz abbiamo pubblicato il video, che mostra due attivisti palestinesi mentre chiedono, con tono fermo ma tranquillo, a due soldati e due coloni di uscire dalla loro proprietà. I soldati reagiscono usando un linguaggio offensivo e minacciando i palestinesi. Il video è stato visto da tantissime persone, ma i commenti sono quasi tutti favorevoli ai soldati e pieni di insulti contro di me.
Gli insulti non mi fanno effetto, ma la notizia dell’aggressione ad Abu Sneina mi ha turbato profondamente. Temo che siano stati i miei articoli a spingere i soldati a vendicarsi nel modo più facile, lontano dalle telecamere.
Traduzione di Andrea Sparacino
Internazionale, numero 1051, 16 maggio 2014
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12 maggio 2014
Intimidire e vendicarsi
Ho raggiunto Hebron, in Cisgiordania, per seguire gli sviluppi dell’ultimo scandalo: un soldato è stato filmato mentre minacciava di sparare a due palestinesi a cui (insieme ad altri) stava dando il tormento.
Poco prima, nello stesso giorno, il soldato era stato condannato a passare venti giorni in una prigione militare per aver aggredito alcuni superiori, ma l’esercito ha pensato che fosse meglio inviarlo a un checkpoint nel centro di Hebron, all’ingresso di una strada vietata ai palestinesi. Il filmato è stato visto da milioni di persone in tv e su internet, ma circa 150mila israeliani hanno messo un like a un post di sostegno al soldato su Facebook. Evidentemente hanno creduto alle bugie dell’uomo, che ha raccontato di aver reagito a una situazione di pericolo.
Sono andata a trovare il giovane accusato di aver minacciato il soldato con un tirapugni. In realtà aveva in mano una corona di preghiera e si era limitato ad allontanare un ragazzo dal militare, che lo stava assalendo. Quattro giorni dopo alcuni soldati sono tornati per arrestarlo. La verità è che se davvero avesse avuto un tirapugni, sarebbe stato arrestato subito.
I militari sono tornati per fare ciò che fanno meglio: intimidire e vendicarsi. Lo hanno legato e picchiato, poi lo hanno lasciato steso sul pavimento tutta la notte, ammanettato e bendato. È stato rilasciato la sera seguente.
Da allora il giovane, che ha vent’anni, dorme tra gli ulivi di famiglia, lontano da casa e dalla sete di vendetta dei soldati.
Traduzione di Andrea Sparacino
Internazionale, numero 1050, 9 maggio 2014 -
5 maggio 2014
Il naso dei maya
Ho passato il fine settimana in una sweat lodge (capanna del sudore) dello stato di New York, ispirata alle tradizioni degli indiani cree. Mi è sembrato un buon modo per compensare il fatto che stavolta non sono riuscita a organizzare un incontro con i nativi americani. “Perché siete venuti?”, ci ha chiesto la sciamana prima di lasciarci entrare nella tenda circolare. “In segno di rispetto per i popoli indigeni”, ho risposto. Poi però ho scoperto che la sciamana è una statunitense bianca che crede nella reincarnazione ed è convinta che il suo corpo ospiti l’anima di una nativa. Incarnazione o meno, non me la sono sentita di rivolgerle le domande che avevo preparato dando per scontato che facesse parte della tribù dei cree.
Una delle donne presenti nella tenda mi ha raccontato di aver lasciato l’Honduras per gli Stati Uniti quando aveva due anni. Le ho chiesto delle origini della sua famiglia, senza sapere che un tempo queste domande la infastidivano. “Io sono americana”, rispondeva alle sue compagne di classe bionde nel North Dakota quando le chiedevano perché avesse i capelli neri. “Siamo maya”, mi ha risposto. Poi però ha ammesso di non sapere niente della cultura e della storia maya, e di non aver mai chiesto notizie a sua madre.
Sono rimasta colpita: nella tenda c’erano sette bianchi pronti a sposare una tradizione dei nativi americani (con tanto di cerimonia purificatrice del tabacco bruciato), mentre una “vera” indigena non sapeva niente delle sue origini.
La donna maya mi ha raccontato un fatto che le è accaduto di recente in Messico. Era andata a visitare la sorella, sposata con un cittadino messicano, ma all’aeroporto l’hanno separata dagli altri passeggeri rivolgendole parole in spagnolo (che lei non conosce) in tono aggressivo. “Sono americana, sono americana”, ha cercato di spiegare mostrando il passaporto statunitense. In seguito la sorella le ha spiegato che molti maya guatemaltechi e honduregni cercano di a trasferirsi illegalmente in Messico. A quanto pare gli agenti dell’immigrazione avevano capito che era maya dal suo naso aquilino.
Lì con noi c’era un’impiegata messicana del centro. Ho chiesto anche a lei la storia della sua famiglia. “I miei nonni erano spagnoli, ma sono sicura di avere anch’io antenati maya. Guarda il mio naso”. Si è messa di profilo e mi ha sorriso. -
28 aprile 2014
Il sacrificio degli immigrati
orneranno in Grecia. Lasceranno il loro affascinante appartamento a Manhattan per vivere in un paese dove non avranno bisogno di tre mesi di preavviso per fissare un incontro con un amico. Stanno solo aspettando di andare in pensione. I miei due amici sono professori universitari, non certo il mestiere più comune tra gli immigrati a New York. In un giorno di pioggia ci sediamo in un caffè e pensiamo ai milioni di individui che arrivano in questa città con grandi speranze, spesso deluse. Ho capito a pieno la realtà degli immigrati grazie a uno scrittore e giornalista indiano, Suketu Mehta. Un amico comune ci ha presentati a una festa, e quando ho scoperto che ha passato l’infanzia nel Queens gli ho chiesto di indicarmi i luoghi più interessanti.
Sono stata fortunata, perché si è offerto di accompagnarmi a fare un giro a Jackson Heights, il quartiere dov’è cresciuto. Mehta sta scrivendo un libro sugli immigrati a New York e si è documentato frequentando bar, cantieri e punti d’incontro delle varie comunità. Per lui gli immigranti sono veri eroi. Non vengono per arricchirsi, ma per offrire una vita migliore alle famiglie rimaste in patria. Molti vivono in appartamenti illegali senza finestre, con la paura di essere scoperti.
L’unica consolazione sono i video spediti dalla famiglia. Le immagini mostrano i lavori per la nuova casa, pagata grazie al loro lavoro. Sui telefoni tengono le foto dei familiari rimasti a casa, che vorrebbero rivederli ma vivono grazie alla loro assenza.
Traduzione di Andrea Sparacino
Internazionale, numero 1048, 24 aprile 2014 -
21 aprile 2014
Come in un film
Con un cappellino di lana in testa, la donna nella metropolitana, forse indiana o pachistana, leggeva un libro intitolato 10 grandi musulmani. Quando si è alzata ho visto che la donna accanto a lei stava leggendo Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini.
Ogni volta che prendo la metro a New York, mi sento come in un film. Alcuni passeggeri hanno l’aria annoiata, altri armeggiano con i loro tablet. Sono rappresentate tutte le razze del mondo. Potrebbe essere la scena di un buon poliziesco o di quell’horror con Denzel Washington di cui non ricordo il nome. In questi giorni Washington recita a Broadway nell’opera A raisin in the sun, che racconta la storia di una famiglia afroamericana povera.
A differenza di quanto succede nei film, i passeggeri del mio vagone escono e svaniscono nel nulla, come i due fratelli ispanici che stavano in piedi vicino alla porta. Uno dei due, probabilmente ubriaco, aveva lanciato per terra il suo portafogli, poi il telefono e alcuni fogli di carta, mentre gli altri passeggeri guardavano altrove.
Quest’anno ho usato per la prima volta la linea A espressa. Probabilmente questi vagoni attirano una specie di artisti di strada a me sconosciuta. Due o tre giovani piazzano i loro stereo vicino all’uscita ed eseguono salti e acrobazie di ogni tipo. Se fosse un film, scopriremmo quando hanno cominciato a guadagnarsi da vivere in questo modo. Ma è la vita reale, e la risposta a tutte le domande è lasciata alla nostra immaginazione.
Traduzione di Andrea Sparacino Occhi aperti
La settimana scorsa, durante uno dei miei interventi a Washington, ho incontrato un uomo dall’aspetto familiare. Era uno statunitense, ebreo, che avevo conosciuto mentre partecipava a una missione governativa in Israele e Palestina.“Gli americani ignorano che i palestinesi vivevano in quelle terre già nell’ottocento, prima dell’inizio dell’immigrazione sionista, e non sanno niente dei villaggi distrutti nel 1948”, ha spiegato a me e agli altri partecipanti all’incontro.
A un certo punto ha addirittura usato la parola “coloniale” per descrivere la politica israeliana. Considerando che i funzionari statunitensi non possono neanche usare il termine “occupazione”, sono rimasta sbalordita. Gli ho chiesto se aveva già questa opinione prima di venire in Medio Oriente. Mi ha risposto di no: “Quando mi hanno coinvolto nella missione ero convinto che tutti i palestinesi fossero terroristi”.
Negli stessi giorni ho ricevuto un’email di una studentessa ebrea di New York, che si è scusata per non aver potuto partecipare a un mio incontro. Mi ha raccontato una storia simile a quella del funzionario. All’inizio non riusciva a capire come io, figlia di sopravvissuti dell’olocausto, potessi essere così sfacciatamente filopalestinese. Ma poi aveva visitato i Territori occupati e aveva aperto gli occhi.
Questi due episodi mi hanno messo di buonumore. Solo chi non ha visto le cose di persona può pensare che il dominio israeliano sia benevolo e legittimo.
Traduzione di Andrea Sparacino
Internazionale, numero 1046, 11 aprile 2014-
7 aprile 2014
Nel cuore dell’impero
“Sa cosa ha detto una volta Malcolm X?”, mi ha chiesto il tassista. Dal mio sedile sul retro potevo vedere il suo sorriso sardonico. Avevo già saputo che era nato in Somalia, che viveva a Washington da 23 anni e guidava i taxi da 20. “Quindi hai cominciato a guidare quando avevi cinque anni?”, gli avevo chiesto. Lui era scoppiato a ridere. In fondo un po’ di esagerazione non ha mai fatto male a nessuno. Poi mi aveva chiesto qualcosa sulla mia conversazione con un collega appena sceso dal taxi, coordinatore delle ricerche sul campo per l’ong B’tselem.
Siamo stati invitati a Washington per incontrare alcuni funzionari del dipartimento di stato, esponenti di think tank e attivisti, e discutere della politica israeliana basata sulla demolizione delle case e l’espulsione forzata dei palestinesi. L’esperienza ci ha insegnato a non farci troppe illusioni sugli effetti concreti di questi incontri, ma comunque partecipiamo con impegno. E l’autista? Ha studiato arabo a scuola, in Somalia.
Abbiamo attraversato il National mall, un complesso di strade, musei e monumenti sparsi tra i ministeri federali, la Casa Bianca e le sedi delle Nazioni Unite, della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Il cuore dell’impero. Siamo passati anche davanti al Lincoln monument, l’ennesima costruzione in stile greco antico dove il 28 agosto 1963 Martin Luther King ha pronunciato il suo famoso discorso “I have a dream”. C’è una targa che indica il punto esatto dove si trovava il reverendo. “Malcolm X ha detto a King che per sognare bisogna dormire, ma la lotta ha bisogno di gente sveglia e vigile”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale, numero 1045, 4 aprile 2014
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