Hamas e Fatah, un segno di vita dalla Palestina
i Umberto De Giovannangeli
Definiscila come una operazione in salsa machiavellica mediorientale: tutto cambi perché tutto resti come prima.
Aggiungi le scontate reazioni del governo d'Israele - “Abu Mazen ha preferito i terroristi alla pace” - e miscela con l’imbarazzante presa d’atto cerchiobottista dell’America. Centrifuga il tutto.
Si potrebbe pensare di spiegare così l’accordo di riconciliazione siglato a Gaza da Hamas e Fatah, dopo 7 anni di divisioni, spesso marcate a colpi di kalashnikov, di tentativi di intese annunciati e abortiti. Sette anni in cui la “causa palestinese” si è indebolita anche, ma non solo, per l’incapacità manifesta delle sue leadership - sia quella radicale di Hamas sia quella moderata di al-Fatah - di riformulare una strategia politica che fosse all’altezza di un Medio Oriente terremotato dalle cosiddette “primavere arabe” e riorganizzato dalla restaurazione in divisa (l’Egitto del futuro presidente al-Sisi).
Tuttavia, premesso che il termine pluriabusato di “storico” andrebbe bandito da una seria lettura dei fatti di Terrasanta, l’intesa raggiunta da Hamas e al-Fatah non va nemmeno ridotta a nota a piè di pagina, come un mero fatto di cronaca destinato a non lasciare il segno. Perché non è così.
Anzitutto, per ciò che l'accordo non dice esplicitamente ma indica nella “Road map palestinese”: l’indizione di elezioni politiche e presidenziali. Entro 6 mesi, rimarca l’intesa.
Significa che l’era di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è destinata a concludersi entro il 2014. La successione, è questo almeno il sottinteso del patto di Gaza, dovrebbe nascere da una convergenza su un candidato da parte di Hamas e al-Fatah. Due nomi su tutti: l’attuale capo dell’ufficio politico di Hamas, quel Khaled Meshaal oggi sostenuto dai petrodollari del Qatar, e il leader di Fatah Marwan Barghouti, da anni detenuto nelle carceri israeliane.
Alcuni analisti di stanza a Tel Aviv spiegano la scelta di Abu Mazen come un modo per premere su Washington perché forzi la mano con l’alleato israeliano affinché ridia una minima chance concreta ai derelitti negoziati di pace. Lettura realistica ma parziale.
Di fronte alle chiusure del governo Netanyahu-Lieberman, l’accordo di Gaza è innanzitutto una scelta obbligata, di sopravvivenza politica, del fronte palestinese. Da tempo non funziona più la logica “marciare divisi per colpire uniti”; oggi la leadership palestinese deve dare conto di sé in primo luogo ai “fratelli arabi”, che sembrano aver relegato la questione palestinese agli ultimi punti della loro agenda regionale.
Un segno di vita, più che di vitalità: così va letta l'intesa di Gaza. Che sorvola su problematiche sostanziali, quale l’inserimento o meno delle milizie di Hamas nei ranghi della sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese. Come non è chiara l’indicazione operativa della nuova fase di “resistenza” palestinese: una terza via, tutta da impiantare, tra rassegnazione e militarizzazione. [prosegue dopo la carta]

[Carta di Laura Canali]
Israele guarda al patto Hamas-Fatah rispolverando la vecchia, ma mai dismessa, retorica dell’abbandono della via negoziale da parte di un “falso moderato” (Abu Mazen). Un film già visto.
La verità è che lo Stato ebraico da tempo ha cancellato dal suo vissuto politico, e dal dibattito nazionale, il conflitto con i palestinesi. Semplicemente, non esiste.
Non esiste perché l’America spaccia per "iniziativa" le innumerevoli e improduttive missioni del suo segretario di Stato, “millemiglia” Kerry: le prime dichiarazioni sull’intesa di Gaza sono emblematiche di un'insipienza politica mascherata da incontinenza verbale.
E non esiste perché, purtroppo, Israele sembra accorgersi dell’esistenza del vicino palestinese solo quando quest’ultimo si manifesta come minaccia con la quale non si deve solo combattere ma si può anche venire a patti.
Un discorso che, a ben vedere, vale anche per Hezbollah libanese. D’altro canto, Netanyahu sa bene che l’uscita forzata di scena dei Fratelli musulmani in Egitto ha fortemente indebolito Hamas, entrata nel mirino, non solo metaforico, dei militari al potere al Cairo. E Abu Mazen fa fatica a ricevere ascolto e attenzione in un mondo arabo lacerato dalle divisioni prodotte dalla guerra siriana.
Una leadership lungimirante userebbe questa situazione per intavolare un negoziato, alzando a proprio favore l’asticella del compromesso. Una leadership lungimirante, per l’appunto. Ma pare francamente problematico definire tale quella che oggi presiede ai destini d’Israele.
L'unico pensiero di Netanyahu sembra essere mantenere in eterno l’attuale status quo, abusando della parola “negoziato” e agendo sul terreno - leggi rilancio in grande stile della politica di colonizzazione in Cisgiordania e Gerusalemme Est - per rendere di fatto improponibile la soluzione “due Stati”.
L'accordo di Gaza tra le due fazioni palestinesi
non ha un valore storico, ma rappresenta un segnale da non
sottovalutare. Peccato che Israele, con Netanyahu e Lieberman, non abbia
intenzione di riaprire il negoziato.
Addio a "2 popoli, 2 Stati"?

[Al centro della foto: Azzam Al-Ahmed, di Fatah (sx) e Ismāʿīl Haniyeh, di Hamas (dx). Fonte: Faz]
Chiamala se vuoi l’unione di due debolezze.Addio a "2 popoli, 2 Stati"?
[Al centro della foto: Azzam Al-Ahmed, di Fatah (sx) e Ismāʿīl Haniyeh, di Hamas (dx). Fonte: Faz]
Definiscila come una operazione in salsa machiavellica mediorientale: tutto cambi perché tutto resti come prima.
Aggiungi le scontate reazioni del governo d'Israele - “Abu Mazen ha preferito i terroristi alla pace” - e miscela con l’imbarazzante presa d’atto cerchiobottista dell’America. Centrifuga il tutto.
Si potrebbe pensare di spiegare così l’accordo di riconciliazione siglato a Gaza da Hamas e Fatah, dopo 7 anni di divisioni, spesso marcate a colpi di kalashnikov, di tentativi di intese annunciati e abortiti. Sette anni in cui la “causa palestinese” si è indebolita anche, ma non solo, per l’incapacità manifesta delle sue leadership - sia quella radicale di Hamas sia quella moderata di al-Fatah - di riformulare una strategia politica che fosse all’altezza di un Medio Oriente terremotato dalle cosiddette “primavere arabe” e riorganizzato dalla restaurazione in divisa (l’Egitto del futuro presidente al-Sisi).
Tuttavia, premesso che il termine pluriabusato di “storico” andrebbe bandito da una seria lettura dei fatti di Terrasanta, l’intesa raggiunta da Hamas e al-Fatah non va nemmeno ridotta a nota a piè di pagina, come un mero fatto di cronaca destinato a non lasciare il segno. Perché non è così.
Anzitutto, per ciò che l'accordo non dice esplicitamente ma indica nella “Road map palestinese”: l’indizione di elezioni politiche e presidenziali. Entro 6 mesi, rimarca l’intesa.
Significa che l’era di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è destinata a concludersi entro il 2014. La successione, è questo almeno il sottinteso del patto di Gaza, dovrebbe nascere da una convergenza su un candidato da parte di Hamas e al-Fatah. Due nomi su tutti: l’attuale capo dell’ufficio politico di Hamas, quel Khaled Meshaal oggi sostenuto dai petrodollari del Qatar, e il leader di Fatah Marwan Barghouti, da anni detenuto nelle carceri israeliane.
Alcuni analisti di stanza a Tel Aviv spiegano la scelta di Abu Mazen come un modo per premere su Washington perché forzi la mano con l’alleato israeliano affinché ridia una minima chance concreta ai derelitti negoziati di pace. Lettura realistica ma parziale.
Di fronte alle chiusure del governo Netanyahu-Lieberman, l’accordo di Gaza è innanzitutto una scelta obbligata, di sopravvivenza politica, del fronte palestinese. Da tempo non funziona più la logica “marciare divisi per colpire uniti”; oggi la leadership palestinese deve dare conto di sé in primo luogo ai “fratelli arabi”, che sembrano aver relegato la questione palestinese agli ultimi punti della loro agenda regionale.
Un segno di vita, più che di vitalità: così va letta l'intesa di Gaza. Che sorvola su problematiche sostanziali, quale l’inserimento o meno delle milizie di Hamas nei ranghi della sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese. Come non è chiara l’indicazione operativa della nuova fase di “resistenza” palestinese: una terza via, tutta da impiantare, tra rassegnazione e militarizzazione. [prosegue dopo la carta]
[Carta di Laura Canali]
Israele guarda al patto Hamas-Fatah rispolverando la vecchia, ma mai dismessa, retorica dell’abbandono della via negoziale da parte di un “falso moderato” (Abu Mazen). Un film già visto.
La verità è che lo Stato ebraico da tempo ha cancellato dal suo vissuto politico, e dal dibattito nazionale, il conflitto con i palestinesi. Semplicemente, non esiste.
Non esiste perché l’America spaccia per "iniziativa" le innumerevoli e improduttive missioni del suo segretario di Stato, “millemiglia” Kerry: le prime dichiarazioni sull’intesa di Gaza sono emblematiche di un'insipienza politica mascherata da incontinenza verbale.
E non esiste perché, purtroppo, Israele sembra accorgersi dell’esistenza del vicino palestinese solo quando quest’ultimo si manifesta come minaccia con la quale non si deve solo combattere ma si può anche venire a patti.
Un discorso che, a ben vedere, vale anche per Hezbollah libanese. D’altro canto, Netanyahu sa bene che l’uscita forzata di scena dei Fratelli musulmani in Egitto ha fortemente indebolito Hamas, entrata nel mirino, non solo metaforico, dei militari al potere al Cairo. E Abu Mazen fa fatica a ricevere ascolto e attenzione in un mondo arabo lacerato dalle divisioni prodotte dalla guerra siriana.
Una leadership lungimirante userebbe questa situazione per intavolare un negoziato, alzando a proprio favore l’asticella del compromesso. Una leadership lungimirante, per l’appunto. Ma pare francamente problematico definire tale quella che oggi presiede ai destini d’Israele.
L'unico pensiero di Netanyahu sembra essere mantenere in eterno l’attuale status quo, abusando della parola “negoziato” e agendo sul terreno - leggi rilancio in grande stile della politica di colonizzazione in Cisgiordania e Gerusalemme Est - per rendere di fatto improponibile la soluzione “due Stati”.
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