Giorgio Bernardelli : Dzhemilev: il musulmano alfiere della non violenza in Crimea
Le drammatiche notizie di queste ore dall'Ucraina riportano in primo piano la vicenda dei tatari. Che oltre a essere stati deportati da Stalin hanno un leader noto per le sue battaglie non violente
Seguiamo tutti con il fiato sospeso in queste ore le notizie in arrivo dalla Crimea, con l'ultimatum lanciato dai russi e i venti di guerra che soffiano in maniera sempre più impetuosa. E questo scontro drammatico ha fatto riecheggiare nelle cronache anche la vicenda dei tatari, i 270 mila musulmani sunniti, eredi di quella popolazione turcofona che ha vissuto sulla sua pelle le ferite della conquista russa. La più tragica delle quali è stata la deportazione ordinata da Stalin nel 1944 sotto l'accusa di collaborazionismo con i nazisti. Gli storici stimano che nel Surgun - come viene chiamata questa tragica pulizia etnica - tra il 20 e il 50 per cento della popolazione morì durante le marce forzate. E solo dopo il 1989 una parte dei discendenti poterono fare ritorno in Crimea dall'Uzbekistan, dove erano stati trasferiti.
Protagonista della battaglia per i loro diritti è da decenni Mustafa Dzhemilev che è tuttora il leader dei tatari di Crimea. Aveva appena sei mesi quando nel 1944 la sua famiglia insieme a tutte le altre venne deportata in Uzbekistan. E proprio là - appena diciottenne - fondò l'Associazione dei Giovani Tatari di Crimea, per rivendicare i diritti più elementari per il suo popolo. Tra il 1966 e il 1986 diventò uno dei dissidenti più noti dell'Unione Sovietica: arrestato per sei volte è passato alla storia per il più lungo sciopero della fame che si ricordi; andò avanti per ben 303 giorni, tenuto in vita solo dall'alimentazione forzata che i suoi carcerieri gli somministravano via flebo.
Per la sua liberazione nel 1986 intervenne personalmente l'allora presidente americano Ronald Reagan. Ed è proprio grazie alla sua lotta che nel 1989 250 mila tatari sono potuti ritornare in Crimea. Rientrato lui stesso in patria è diventato un leader politico della sua comunità all'interno del nuovo contesto sotto la sovranità ucraina. E le sue battaglie sono sempre state rivolte su due fronti: da una parte quello della tutela dell'identità tatara contro le spinte xenofobe, dall'altra contro la penetrazione dell'islam radicale nelle moschee. Sul primo fronte ha combattuto strenuamente contro la russificazione linguistica dei tatari: «Se siamo condannati a perdere la nostra identità nella nostra terra per diventare russi - sostiene - a che cosa è servito tornarci?». Nello stesso tempo - però - Dzhemilev è altrettanto cristallino nell'indicare la non violenza come metodo per la lotta dei tatari: «Quando vengono utilizzati metodi violenti - spiega - muoiono persone innocenti e nessuna causa può giustificare la perdita di vite innocenti».
Già nel 2011 Dzhemilev è stato candidato al premio Nobel per la pace. E ora si trova ad affrontare con il suo popolo una nuova situazione molto difficile con il ritorno dei russi nella stanza dei bottoni in Crimea. C'è anche questo volto - dunque - nella posta in gioco a Sebastopoli: la sorte di una minoranza musulmana dalla lunga storia europea che ha scelto una strada coraggiosa per difendere i propri diritti. Ora che abbiamo tutti riscoperto dov'è la Crimea sarebbe bene non dimenticarsi di loro.
Per leggere un profilo più dettagliato di Mustafa Dzhemilev suggeriamo questo articolo pubblicato sul sito dell'Università di Georgetown

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