Ebrei contro l'Occupazione : Un microprogetto sanità in Palestina


Nuova Società, 14.1.2014

Insieme al Comitato Solidarietà con il Popolo Palestinese – Torino, la Rete degli Ebrei contro l’Occupazione (Rete-ECO) ha seguito un progetto concreto in Palestina dal 2006 al 2009, sostenuto per due anni anche dalla Regione Piemonte: abbiamo contribuito ad ampliare gli orari e le funzioni di un microambulatorio materno-infantile nel villaggio di Marda, vicino a Nablus.
A Marda vivono circa 2200 abitanti, e oltre la metà del terreno è stata confiscata dagli israeliani: i coloni si sono impossessati di buona parte dell’uliveto (il mega-insediamento di Ariel è costruito in parte sulla terreno del villaggio); altro terreno è stato confiscato per costruire un’autostrada che rende possibile ai coloni raggiungere rapidamente le città israeliane senza incontrare palestinesi, e per la barriera detta da Israele di separazione – dai palestinesi, dell’apartheid.
Marda è stata gravemente colpita dalle politiche israeliane. Gran parte dell’economia del villaggio si reggeva su chi lavorava nell’edilizia in Israele, ma questi hanno perso il lavoro dopo il taglio ai permessi di ingresso. Intanto, le confische di terra hanno reso disoccupati gli agricoltori, mentre i posti di blocco hanno reso difficile il commercio e l’accesso a strutture sanitarie.
L’ambulatorio a cui Rete-ECO ha contribuito è veramente “micro”: aperto sei ore al giorno, sei volte alla settimana, vi prestavano servizio una dottoressa, un’infermiera, una tecnica e un addetto alle pulizie. Con gli standard italiani, sarebbe stato definibile tutt’al più come un ambulatorio mutualistico, ma era importante per la popolazione locale, costretta altrimenti a cercare di raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Nablus, separato dal villaggio non tanto dalla distanza (circa 20 chilometri) quanto dai posti di blocco (tre). Questo significava che il viaggio andava percorso su tre taxi, ciascuno dei quali copriva solo il tratto fino al posto di blocco successivo: di conseguenza, il costo del trasporto triplicava quasi, rendendosi inaccessibile ai più. Di fatto, gli abitanti di Marda cercavano di raggiungere l’ospedale solo nei casi di emergenza.
Fino al 2006, l’ambulatorio a Marda, ospitato nel centro comunitario costruito dall’United Nations Development Programme (UNDP) era aperto solo due volte alla settimana, principalmente per le vaccinazioni; per il Pronto Soccorso occorreva raggiungere Salfit, distante 9 chilometri in linea d’aria, ma 23 lungo la strada (in Cisgiordania, le strade destinate ai palestinesi sono di terza categoria, a paragone delle autostrade destinate ai coloni). A procurare una sede all’ambulatorio a Marda e a garantirne il funzionamento era stata la Union of Health Work Committees (UHWC), raro esempio palestinese di gruppo laico e di sinistra.
Rete-ECO si è fatta tramite fra la Regione Piemonte (che ha versato intorno a 19.000 euro il primo anno e 18.000 il secondo), lo UHWC e il sindaco di Marda. Per sostenere l’ambulatorio, Rete-ECO e il Comitato hanno curato la pubblicazione del libro “L’occupazione. Vivere in Palestina”, versandone tutti i proventi all’acquisto dei farmaci indispensabili. Con l’aiuto di una sezione torinese del PdCI, è stato fornito per due anni all’ambulatorio il necessario per acquistare i materiali di consumo di base (intorno a 16.500 euro). L’aiuto proveniente dall’Italia ha coperto solo in parte le spese: l’ambulatorio aveva un budget complessivo intorno a 30.000 euro l’anno, ed era curato, oltre che dall’UHWC, anche dal consiglio di villaggio.
In un periodo in cui i contatti fra medici israeliani e palestinesi erano ridottissimi (ai palestinesi era necessaria un’autorizzazione, concessa con il contagocce, per entrare in territorio israeliano; mentre gli israeliani non potevano entrare nella zona A della Cisgiordania, vale a dire nelle città palestinesi), per il progetto avevamo ottenuto una consulenza dell’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights – Israel (PHR).
Ho visto personalmente l’ambulatorio, accompagnata da responsabili dell’UHWC, nell’autunno del 2007, quando ho consegnato il contributo italiano al sindaco. Provenendo da Ramallah, dove i palestinesi si recano per i servizi principali, avevo incontrato due posti di blocco fissi e uno mobile (flying checkpoint). Il villaggio era circondato da un recinto invalicabile, che in cima aveva filo spinato: la “barriera di separazione”. Delle due strade che connettevano Marda allo stradone, solo una era rimasta accessibile, e gli israeliani vi avevano posto un cancello, che potevano chiudere a piacimento; avevano chiuso l’altra con montagne di terra e di pietre. Buona parte della terra e degli olivi del villaggio erano dall’altro lato della barriera: i palestinesi non vi potevano più accedere, mentre erano raggiungibili senza ostacolo dai coloni di Ariel. Israele confisca i terreni non coltivati per tre anni, e gli abitanti di Marda avevano quindi fondati motivi di temere che questo sarebbe stato il destino dei loro olivi.
L’ambulatorio aveva uno strumentario poverissimo; per l’emergenza, solo una bombola di ossigeno. Mancava persino l’elettrocardiografo, e il laboratorio era in grado solo di informare sull’emocromo e sull’esame delle urine. La speranza era che il prolungare l’orario e le funzioni dell’ambulatorio avrebbe contribuito a frenare l’emigrazione, che avrebbe facilitato la presa di possesso israeliana.
Il programma, come anche dimostrano le cifre, era veramente minimo, ma ha avuto successo; non solo in loco, ma anche in Italia, dove il descrivere la situazione ha aiutato a informare italiani preoccupati. In più, ha dato un apporto al lavoro comune di palestinesi, israeliani ed ebrei contro l’occupazione. Ed è stato un progetto sostenibile anche una volta che l’aiuto dall’Italia è stato sospeso. Questo è un concetto importante, quando si è tentati di costruire, anche con fondi pubblici, cattedrali nel deserto come centri di cardiochirurgia, costretti a lavorare a ritmo assai ridotto se in loco mancano le infrastrutture, come i laboratori per le analisi indispensabili.

http://www.nuovasocieta.it/attualita/un-microprogetto-sanita-in-palestina/

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