Medina: Ramallah, un "villaggio globale"
Sede
amministrativa e politica dell’Autorità Nazionale Palestinese, punto di
riferimento per un’élite globalizzata, emblema dell’assenza di uno
Stato palestinese. Osservatorioiraq.it lancia la pagina #Medina, presentandovi Ramallah.
“Passate al di là del muro e liberate la vostra mente”. E’ l’invito che fanno Mike e Wissam a chi intende vistare la Cisgiordania. Ma non è un invito qualunque: si tratta di andare a Ramallah e alloggiare nel primo, comodo, ostello della gioventù dei Territori Occupati, di cui i due ragazzi sono i giovani proprietari.
Si chiama Area D, e non poteva avere nome più ironico, dal momento che s’ispira alla divisione territoriale della sancita dagli Accordi di Oslo del 1993: Area A (3% dei Territori) sotto controllo palestinese, Area B (37%) a controllo civile palestinese e militare israeliano, Area C (67%) a totale controllo israeliano.
Dove finisce l’ironia e dove inizia il business? E’ un’altra forma - creativa ed originale - di resistenza, che servirà a far conoscere la realtà palestinese a sempre più giovani ‘internazionali’, oppure è una delle tante iniziative che contribuiscono a rendere il contesto israelo-palestinese sempre più banale, leggasi “normale”?
Forse nei bar di Rukab Street, a Ramallah, se ne discute già animatamente, o più semplicemente la notizia sta passando inosservata. In altre zone - come nei villaggi dell’Area C, dove l’Occupazione lascia quotidiani segni di sofferenza - l’argomento potrebbe provocare reazioni non troppo positive. Ma forse, da quelle parti, è possibile che del nuovo ostello della gioventù nessuno sappia niente, tanto è distante la loro realtà da quella caotica e indaffarata di Ramallah.
Questa città è una bolla.
L’ho visitata due volte, e in entrambi i casi sono rimasto scioccato dalla miriade di contraddizioni che si celano dietro ogni casa, strada, bar o negozio. Troppo forte l’impatto che si ha dopo aver respirato l’aria continuamente impregnata di lacrimogeni a Nabi Saleh, Jenin, Bil’in, dove le manifestazioni nonviolente del venerdì sono puntualmente represse dall’esercito israeliano.
Oppure dopo aver visitato i sovraffollati campi profughi di Aida e Dheisheh, a Betlemme, dove l’irruzione dei militari è un fatto di ordinaria amministrazione.
Alcune parti di Ramallah potrebbero essere tranquillamente scambiate per quartieri delle principali capitali europee, con le loro macchine di grossa cilindrata, appartamenti puliti e confortevoli, palazzi di vetro, ministeri e istituzioni, vestiti alla moda e bar che servono birra e vino (unici nel contesto cisgiordano).
Basta poi andare nel suq (tipico mercato arabo) invece, per capire quanto sia ingannevole questa ricchezza, con l’affollamento dei clienti alla ricerca del miglior prezzo, della merce d'occasione. Un panorama che non ha niente a che vedere con quello di altre cittadine palestinesi, come Nablus e Gerico, ad esempio.
Nel mio ultimo viaggio, lo scorso settembre, ho incontrato una persona che più di ogni altra ha saputo spiegarmi il significato di Ramallah. E’ un commerciante che è nato e cresciuto lì. Una persona semplice. Vive fuori città e passa un mese all’anno in una casa lasciatagli dalla nonna a Gerusalemme, per non perderne la proprietà e soprattutto il legame con la “vera capitale palestinese”, ma in passato ha anche avuto contatti con la politica.
Abbiamo parlato a lungo, mi ha raccontato tanti episodi e aneddoti legati a questa città e alla fine, poco prima di salutarlo, mi ha consigliato un libro: Ramallah Dream. Voyage au coeur du mirage palestinien (La Découverte, 2010), del giornalista francese di Benjamin Barthe (Le Monde), che ha vissuto a Ramallah dal 2002 al 2011.
Da allora, ogni volta che mi viene chiesto un parere sulla situazione israelo-palestinese odierna, consiglio di leggere questo libro. Di seguito potete leggerne un breve estratto dal capitolo "Il villaggio globale".
[…] Ci sono due Ramallah, due città in una sola. Una parla arabo e l’altra parla inglese. La città dove si fa colazione con un piatto di hummus (puré di ceci) in una mediocre taverna sha’abi (“popolare”) e la città di coloro che ordinano una ‘caesar salad’ in un bar alla moda.
Gli abitanti sono palestinesi sia nel primo che nel secondo caso, ma la loro geografia è diversa.
Il primo utilizza l’estenuante checkpoint di Kalandya, a sud, dove i soldati israeliani, quando non abbaiano negli altoparlanti, si fanno un riposino sul poggiatesta delle loro poltroncine. E il secondo ha la fortuna di imboccare il check-point di Beit El, a nord, dove i militari di guardia adornano il controllo dei documenti con uno yom tov (“buona giornata”, in ebraico) quasi affabile.
L’uno se ne va a vivere nei quartieri di periferia, ancora risparmiati dall’impennata dei prezzi immobiliari, come Im Sharayet, lungo la strada per Gerusalemme. E l’altro invece compra un appartamento di classe nelle residenze private in costruzione a nord della città, sulla via per Birzeit.
La prima Ramallah funziona come un grande villaggio. La seconda vive come un grande capitale. L’una ragiona locale, l’altra pensa globale.
Questi due mondi tuttavia non si escludono a vicenda. Esistono numerose ‘zone miste’, come ad esempio Rukab Street, l’arteria centrale della città, costellata di chioschi di shawarma (panini a base di carne arrostita), di negozi di elettronica e di boutique pret-à-porter a buon mercato. Sono molti gli abitanti che hanno un piede in entrambi i mondi. Ciononostante l’insieme dà l’immagine di una città a due velocità, a due facce, un patchwork sconcertante che unisce tradizione e modernità, perfino ‘ipermodernità’.
La sensazione di vertigini è incrementata dal traffico pendolare di Ramallah, che forma con la gemella Al-Bireh una sola entità urbana: città piuttosto tranquilla di notte, con i suoi 80 mila abitanti, il binomio si trasforma di giorno in una mini metropoli di 200 mila utenti, quando i palestinesi dei villaggi circostanti vi affluiscono per lavoro, fare acquisti o per questioni burocratiche.
Per comprendere questa schizofrenia bisogna risalire al 27 marzo 2002, punto di svolta della Seconda Intifada.
Quella sera lì un attentato suicida causa la morte di 29 persone a Netanya, a nord di Israele, nel pieno della cena della Pasqua ebraica. Il giorno dopo i carri armati israeliani irrompono a Manara, la piazza principale, famosa per i suoi leoni in pietra. Si tratta dell’operazione “Scudo difensivo”, che sfocia nell’occupazione di tutte le zone autonome della Cisgiordania (le aree A, ndt).
A Ramallah gli scontri hanno durata molto breve. La maggior parte dei leader dei gruppi armati e dei servizi segreti si sono nascosti nella Moqata’a, il Quartier Generale di Arafat, lasciando i loro uomini sul campo senza la benché minima consegna. Marwan Barghouti, il capo di Fatah in Cisgiordania, figura chiave dell’Intifada, viene arrestato nel giro di pochi giorni.
Vince il ‘si salvi chi può’, mentre a Nablus e Jenin i gruppi armati – le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa di Fatah e le Brigate Ezzedine Al-Qassam di Hamas –, meglio organizzati, lottano fino all’ultimo sangue contro le forze israeliane.
Questo divario darà vita, qualche settimana più tardi, alla seguente barzelletta: “Ramallah non merita i leoni di Manara. Bisogna mandarli a Nablus e rimpiazzarli con dei conigli”.
All’inizio di maggio 2002, dopo quaranta giorni di copri-fuoco intervallati da brevi respiri, l’esercito israeliano di ritira da Ramallah. Gli abitanti si riversano nelle strade, inebetiti. Ritrovano una città sporca, saccheggiata, distrutta. Il colmo del disprezzo è raggiunto negli uffici del Ministero della Cultura, che i soldati israeliani hanno utilizzato come posto di guardia prima di abbandonarlo lasciandosi dietro un tappeto di escrementi.
La città ci metterà un po’ a curare le sue ferite. Ma la sua convalescenza sarà tuttavia molto più rapida di quella di altri centri e villaggi palestinesi, dove la resistenza armata continuerà e dove la comunità internazionale si impegnerà di meno. […]
* Si ringrazia T.J. La traduzione dal francese è a cura di Stefano Nanni, come la foto in copertina.
“Passate al di là del muro e liberate la vostra mente”. E’ l’invito che fanno Mike e Wissam a chi intende vistare la Cisgiordania. Ma non è un invito qualunque: si tratta di andare a Ramallah e alloggiare nel primo, comodo, ostello della gioventù dei Territori Occupati, di cui i due ragazzi sono i giovani proprietari.
Si chiama Area D, e non poteva avere nome più ironico, dal momento che s’ispira alla divisione territoriale della sancita dagli Accordi di Oslo del 1993: Area A (3% dei Territori) sotto controllo palestinese, Area B (37%) a controllo civile palestinese e militare israeliano, Area C (67%) a totale controllo israeliano.
Dove finisce l’ironia e dove inizia il business? E’ un’altra forma - creativa ed originale - di resistenza, che servirà a far conoscere la realtà palestinese a sempre più giovani ‘internazionali’, oppure è una delle tante iniziative che contribuiscono a rendere il contesto israelo-palestinese sempre più banale, leggasi “normale”?
Forse nei bar di Rukab Street, a Ramallah, se ne discute già animatamente, o più semplicemente la notizia sta passando inosservata. In altre zone - come nei villaggi dell’Area C, dove l’Occupazione lascia quotidiani segni di sofferenza - l’argomento potrebbe provocare reazioni non troppo positive. Ma forse, da quelle parti, è possibile che del nuovo ostello della gioventù nessuno sappia niente, tanto è distante la loro realtà da quella caotica e indaffarata di Ramallah.
Questa città è una bolla.
L’ho visitata due volte, e in entrambi i casi sono rimasto scioccato dalla miriade di contraddizioni che si celano dietro ogni casa, strada, bar o negozio. Troppo forte l’impatto che si ha dopo aver respirato l’aria continuamente impregnata di lacrimogeni a Nabi Saleh, Jenin, Bil’in, dove le manifestazioni nonviolente del venerdì sono puntualmente represse dall’esercito israeliano.
Oppure dopo aver visitato i sovraffollati campi profughi di Aida e Dheisheh, a Betlemme, dove l’irruzione dei militari è un fatto di ordinaria amministrazione.
Alcune parti di Ramallah potrebbero essere tranquillamente scambiate per quartieri delle principali capitali europee, con le loro macchine di grossa cilindrata, appartamenti puliti e confortevoli, palazzi di vetro, ministeri e istituzioni, vestiti alla moda e bar che servono birra e vino (unici nel contesto cisgiordano).
Basta poi andare nel suq (tipico mercato arabo) invece, per capire quanto sia ingannevole questa ricchezza, con l’affollamento dei clienti alla ricerca del miglior prezzo, della merce d'occasione. Un panorama che non ha niente a che vedere con quello di altre cittadine palestinesi, come Nablus e Gerico, ad esempio.
Nel mio ultimo viaggio, lo scorso settembre, ho incontrato una persona che più di ogni altra ha saputo spiegarmi il significato di Ramallah. E’ un commerciante che è nato e cresciuto lì. Una persona semplice. Vive fuori città e passa un mese all’anno in una casa lasciatagli dalla nonna a Gerusalemme, per non perderne la proprietà e soprattutto il legame con la “vera capitale palestinese”, ma in passato ha anche avuto contatti con la politica.
Abbiamo parlato a lungo, mi ha raccontato tanti episodi e aneddoti legati a questa città e alla fine, poco prima di salutarlo, mi ha consigliato un libro: Ramallah Dream. Voyage au coeur du mirage palestinien (La Découverte, 2010), del giornalista francese di Benjamin Barthe (Le Monde), che ha vissuto a Ramallah dal 2002 al 2011.
Da allora, ogni volta che mi viene chiesto un parere sulla situazione israelo-palestinese odierna, consiglio di leggere questo libro. Di seguito potete leggerne un breve estratto dal capitolo "Il villaggio globale".
[…] Ci sono due Ramallah, due città in una sola. Una parla arabo e l’altra parla inglese. La città dove si fa colazione con un piatto di hummus (puré di ceci) in una mediocre taverna sha’abi (“popolare”) e la città di coloro che ordinano una ‘caesar salad’ in un bar alla moda.
Gli abitanti sono palestinesi sia nel primo che nel secondo caso, ma la loro geografia è diversa.
Il primo utilizza l’estenuante checkpoint di Kalandya, a sud, dove i soldati israeliani, quando non abbaiano negli altoparlanti, si fanno un riposino sul poggiatesta delle loro poltroncine. E il secondo ha la fortuna di imboccare il check-point di Beit El, a nord, dove i militari di guardia adornano il controllo dei documenti con uno yom tov (“buona giornata”, in ebraico) quasi affabile.
L’uno se ne va a vivere nei quartieri di periferia, ancora risparmiati dall’impennata dei prezzi immobiliari, come Im Sharayet, lungo la strada per Gerusalemme. E l’altro invece compra un appartamento di classe nelle residenze private in costruzione a nord della città, sulla via per Birzeit.
La prima Ramallah funziona come un grande villaggio. La seconda vive come un grande capitale. L’una ragiona locale, l’altra pensa globale.
Questi due mondi tuttavia non si escludono a vicenda. Esistono numerose ‘zone miste’, come ad esempio Rukab Street, l’arteria centrale della città, costellata di chioschi di shawarma (panini a base di carne arrostita), di negozi di elettronica e di boutique pret-à-porter a buon mercato. Sono molti gli abitanti che hanno un piede in entrambi i mondi. Ciononostante l’insieme dà l’immagine di una città a due velocità, a due facce, un patchwork sconcertante che unisce tradizione e modernità, perfino ‘ipermodernità’.
La sensazione di vertigini è incrementata dal traffico pendolare di Ramallah, che forma con la gemella Al-Bireh una sola entità urbana: città piuttosto tranquilla di notte, con i suoi 80 mila abitanti, il binomio si trasforma di giorno in una mini metropoli di 200 mila utenti, quando i palestinesi dei villaggi circostanti vi affluiscono per lavoro, fare acquisti o per questioni burocratiche.
Per comprendere questa schizofrenia bisogna risalire al 27 marzo 2002, punto di svolta della Seconda Intifada.
Quella sera lì un attentato suicida causa la morte di 29 persone a Netanya, a nord di Israele, nel pieno della cena della Pasqua ebraica. Il giorno dopo i carri armati israeliani irrompono a Manara, la piazza principale, famosa per i suoi leoni in pietra. Si tratta dell’operazione “Scudo difensivo”, che sfocia nell’occupazione di tutte le zone autonome della Cisgiordania (le aree A, ndt).
A Ramallah gli scontri hanno durata molto breve. La maggior parte dei leader dei gruppi armati e dei servizi segreti si sono nascosti nella Moqata’a, il Quartier Generale di Arafat, lasciando i loro uomini sul campo senza la benché minima consegna. Marwan Barghouti, il capo di Fatah in Cisgiordania, figura chiave dell’Intifada, viene arrestato nel giro di pochi giorni.
Vince il ‘si salvi chi può’, mentre a Nablus e Jenin i gruppi armati – le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa di Fatah e le Brigate Ezzedine Al-Qassam di Hamas –, meglio organizzati, lottano fino all’ultimo sangue contro le forze israeliane.
Questo divario darà vita, qualche settimana più tardi, alla seguente barzelletta: “Ramallah non merita i leoni di Manara. Bisogna mandarli a Nablus e rimpiazzarli con dei conigli”.
All’inizio di maggio 2002, dopo quaranta giorni di copri-fuoco intervallati da brevi respiri, l’esercito israeliano di ritira da Ramallah. Gli abitanti si riversano nelle strade, inebetiti. Ritrovano una città sporca, saccheggiata, distrutta. Il colmo del disprezzo è raggiunto negli uffici del Ministero della Cultura, che i soldati israeliani hanno utilizzato come posto di guardia prima di abbandonarlo lasciandosi dietro un tappeto di escrementi.
La città ci metterà un po’ a curare le sue ferite. Ma la sua convalescenza sarà tuttavia molto più rapida di quella di altri centri e villaggi palestinesi, dove la resistenza armata continuerà e dove la comunità internazionale si impegnerà di meno. […]
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