L’Iraq vicino all’implosione di Ramzy Baroud
’Iraq vicino all’implosione
Di Ramzy Baroud
7 febbraio 2014
Quando l’anno scorso il Segretario di stato americano John Kerry si affrettava verso il suo elicottero pronto a decollare alla fine di un visita in Iraq, stava diventando più chiaro che gliAmericani avevano perduto il controllo di un paese che desideravano plasmare a loro piacimento. La sua partenza, il 4 marzo del 2013, era la conclusione di una visita “a sorpresa” che voleva segnare il l0° anniversario dell’invasione dell’Iraq. Dieci anni prima gli Stati Uniti avevano assaltato Baghdad, scatenando uno dei conflitti più brutali e più lunghi del 20° secolo. Da allora l’Iraq non ha smesso di sanguinare.
In quella visita, Kerry non aveva offerto nulla di valore, tranne gli stessi prevedibili clichè della democrazia irachena ipoteticamente riuscita, come testimonianza di un qualche immaginario trionfo dei valori americani. La visita dimostrava, però, che un decennio di guerra non era stato neanche sufficiente ad assicurare una normale visita di un diplomatico americano. Era una “sorpresa” perché nessun tipo di coordinamento tra l’ambasciata statunitense, che allora aveva 16.000 dipendenti, e il governo iracheno, potevano garantire la sicurezza di Kerry.
Tuttavia in Iraq si stava preparando qualche cosa di sinistro. Per lo più i membri musulmani sunniti delle tribù erano stufi del paradigma politico imposto dagli americani quasi immediatamente dopo il loro arrivo, che divideva il paese basato su linee settarie. Le aree sunnite, nel centro e nell’occidente del paese, hanno pagato un prezzo così terribile a causa dell’invasione statunitense che elite politiche autorizzate fingevano di parlare a nome degli Sciiti. Questi ultimi, che erano per lo più spinti da interessi iraniani, cominciarono a diversificare lentamente la loro lealtà. Inizialmente hanno giocato secondo le regole degli Stati Uniti e servivano da pugno di ferro contro coloro che osavano opporsi all’occupazione. Con il passare degli anni, però, i tipi simili all’attuale Primo ministro Nouri al-Maliki, hanno trovato nell’Iran un alleato più stabile e dove sette, politica e interessi si allineavano in modo perfettamente coerente. L’Iraq, quindi era dominato da una troika strana, anche se non dichiarata, in cui gli Stati Uniti e l’Iran avevano grande influenza politica in cui il governo dominato dagli Sciiti cercava intelligentemente di trovare un equilibrio e di sopravvivere.
Naturalmente, un paese con le dimensioni e la storia che ha l’Iraq, non cade facilmente e da sola, nella follia settaria. Però i politici e gli intellettuali sciiti e sunniti che si rifiutavano di aderire all’archetipo politico intollerante che prevaleva, sono stati a lungo estromessi – uccisi, imprigionati, deportati, e semplicemente non avevano nessuno spazio nell’Iraq attuale – dato che l’identità nazionale era messa al bando dalle sette, dalle tribù, dalla religione e dalla razza.
Attualmente, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti ammonta a 5.100 dipendenti, e le compagnie americane stanno abbandonando i loro investimenti nel sud dell’Iraq dove si trova la maggior parte del petrolio del paese. E’ nel sud che Maliki ha il controllo. Naturalmente, non parla a nome di tutti gli Sciiti, ed è estremamente intollerante nei confronti dei dissidenti. Nel 2008 ha combattuto una guerra brutale per togliere il controllo di Basra alle milizie sciite che contestavano il suo governo. In seguito ha attaccato la milizia denominata esercito del Mahdi dell’ecclesiastico sciita Moqtada Sadr in un sobborgo di Baghdad. Ha vinto in entrambe le occasioni ma pagando un prezzo terribile. I suoi rivali sciiti sarebbero contenti di vederlo andar via.
Le battaglie più brutali di Maliki sono state comunque riservate ai dissidenti sunniti. Il suo governo, come è diventata abitudine della maggior parte dei dittatori arabi, sostiene di aver combattuto il terrorismo fin dal primo giorno, e deve però ancora abbandonare gli slogan che diffonde. Mentre i gruppi militanti sunniti, alcuni dei quali affiliati ad al-Qaida, hanno davvero tratto vantaggio dal caos che è seguito, per promuovere la loro ideologia, e sollecitare maggiore supporto alla loro causa, i sunniti dell’Iraq hanno sofferto molteplici umiliazioni nel corso degli anni molto tempo prima che al-Qaida si introducesse in Iraq – per gentile concessione dell’invasione degli Stati Uniti.
Le tribù sunnite dell’Iraq, malgrado ogni tentativo di negoziare una formula dignitosa per aiutare milioni di persone a fuggire dall’inferno della guerra, sono stati messe da parte e umiliate. I tipi come l’ex Segretario alla Difesa, Ronald Rumsfeld, erano noti per prendere di mira le tribù sunnite e per la spietatezza usata verso ogni comunità che in qualche modo appoggiava o tollerava la resistenza. A causa del forte appoggio da parte delle milizie sciite che costituivano il nucleo dell’attuale esercito iracheno, e delle milizie curde nel nord, la resistenza è stata isolata e trattata in modo brutale.
Quella storia non è soltanto rilevante, ma non è dalla storia che si comincia. E’ la straziante realtà. Quando l’ultima colonna militare statunitense è uscita serpeggiando dall’Iraq verso il Kuwait nel dicembre 2011, gli Stati Uniti lasciavano l’Iraq con il peggior scenario possibile: un governo centrale settario che era ultra corrotto, più molti partiti violenti che lottavano per il potere o per vendicarsi e per la polarizzazione settaria nella sua manifestazione più estrema.
Ciò nonostante, l’Iraq è ancora molto importante per gli americani. E’ forse un esperimento militare fallito, ma è ancora ricco di petrolio e di gas naturale. Inoltre, l’Iraq sta diventando più ricco; del bilancio iracheno per il 2014 “prevede una media di esportazioni di 3,4 milioni di barili al giorno (b/g), rispetto a 1 milione di b/g dell’anno precedente,” secondo quanto riferito dall’ Economist Intelligence Unit. “Cambiamenti radicali sono certamente all’orizzonte,” ha riferito Forbes riguardo al futuro del mercato petrolifero. Qualcosa sta spingendo la speculazione e quel “qualcosa è l’Iraq.” ( 31 gennaio) Il potenziale della prevista produzione di petrolio dell’Iraq ” fa sembrare piccola ogni altra cosa”, ha riferito il giornale canadese (in lingua inglese) Canada’s Globe and Mail, citando Henry Groppe, un illustre esperto di analisi economiche sul petrolio e il gas. “E’ la cosa che ognuno dovrebbe osservare e seguire il più attentamente possibile,” ha detto.
Traendole sue conclusioni per la Previsione sull’energia in Iraq per il 2012, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha riferito che l’Iraq potrebbe “raggiungere una produzione in eccesso di 9 milioni di b/g nel 2020″, che “uguaglierebbe la più alta crescita prolungata nella storia dell’industria petrolifera globale.”
E di fatto molti altri stanno osservando. Kerry e l’amministrazione degli Stati Uniti non amano certo molto Maliki, dato che è troppo vicino a Teheran per potersi fidare di lui. E’ però ‘uomo più forte dell’Iraq e comanda circa 930.000 dipendenti della sicurezza, “sparsi nell’esercito, nella polizia, e nei servizi segreti,” secondo la BBC, e questo per gli americani dovrà pur dire qualche cosa.
Tuttavia, le ricchezze dell’Iraq non si possono ottenere facilmente. Di sicuro i partiti forti del paese sono confortati dal fatto che la repressione dell’esercito nei confronti delle tribù sunnite, delle milizie affiliate ad al-Qaida, e di altri gruppi nella provincia di al-Anbar e altrove, sta succedendo al di fuori del la principale area petrolifera del paese. Ma non dovrebbero proprio ignorare quanto velocemente le guerre civili vanno fuori controllo. Il bilancio delle vittime nel 2013 era alto in modo allarmante: oltre 8.000, per lo più civili, secondo l’ONU. E’ il bilancio più alto dal 2008.
Sembra che gli “anni brutti” dell’Iraq stiano ritornando sulla scena. Questa volta gli Stati Uniti hanno poca influenza sull’Iraq per poter controllare gli eventi da lontano. “Questa è una lotta che appartiene agli iracheni,” ha detto Herry in alcuni suoi recenti commenti durante una visita a Gerusalemme. In effetti, con una scarsa presenza militare e diplomatica, gli Stati Uniti possono fare molto poco. In realtà hanno fatto abbastanza.
Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. (Pluto Press).
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/iraq-near-implosion-by-ramzy-baroud
Originale: Ramzy Baroud’s ZSpace Page
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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