14 febbraio 2014
Il primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu si è sentito
raramente così assediato dal punto di vista politico. Le sue pene
indicano l’incapacità del diritto di Israele di rispondere a un
panorama politico che cambia, sia nella regione che globalmente.
Il contesto dei suoi guai, è stato l’impegno preso nel 2009, in
seguito alla grande pressione da parte del presidente di recente eletto,
Barack Obama, di sostenere la creazione di uno stato palestinese. E’
stata una concessione che non aveva mai voluto fare e di cui da allora
si è sempre rammaricato.
Il Segretario di stato americano John Kerry, ha sfruttato
quell’impegno, imponendo gli attuali colloqui di pace. Ora Netanyahu
affronta un imminente “accordo quadro” che potrebbe richiedergli di
impegnarsi ulteriormente per un risultato che aborrisce.
Mahmoud Abbas, il capo dell’Autorità Palestinese, non sta aiutando.
Invece di rifiutarsi di cambiare ciò che pensa sia giusto, offre
costanti accomodamenti. La settimana scorsa Abbas ha detto al New York
Times che Israele poteva metterci tranquillamente cinque anni per
ritirare i suoi soldati e coloni da una zona chiave del territorio
palestinese, cioè la Valle del Giordano. Lo staro palestinese rimarrebbe
smilitarizzato, le truppe NATO potevano restare “per molto tempo e
dovunque vogliano.”
La Lega Araba è un’altra spina. Rinnovando la sua offerta del 2002,
ha obbligato all’Iniziativa Araba di Pace, che promette a Israele
relazioni pacifiche con il mondo arabo, in cambio del suo accordo sulla
richiesta che la Palestina diventi uno stato.
Nel frattempo l’Unione Europea sta delicatamente dando un giro di
vite all’occupazione. Strombazza regolarmente la condanna per le
frenesie israeliane di costruzione di insediamenti, compreso l’annuncio
dato la settimana scorsa di 558 abitazioni di coloni a Gerusalemme Est.
E sullo sfondo si profilano le sanzioni sui beni dei coloni.
Le istituzioni finanziarie europee forniscono ora un utile barometro
dell’umore tra i 28 stati membri dell’UE. Sono diventati gli inaspettati
pionieri del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni),
con un costante gocciolio di fondi di bancari e pensionistici che nelle
settimane scorse gli hanno strappato i loro investimenti.
Facendo notare che i boicottaggi e le campagne di “delegittimazione”
stanno soltanto per prendere slancio, ha avvertito che la tradizionale
politica di Israele è “insostenibile”.
Questo messaggio suona vero per molti capitani di industria
israeliani che usano la loro influenza per il piano diplomatico degli
Stati Uniti. Credono che uno stato palestinese sia la chiave perché
Israele guadagni l’accesso ai redditizi mercati della regione e alla
crescita continua dell’economia.
Netanyahu deve essere rimasto sconcertato dalla notizia che tra
coloro che si incontravano con Kerry per esprimergli il loro appoggio,
al Forum Economico Mondiale di Davos del mese scorso, ci fosse Shlomi
Fogel, l’amico intimo di lunga data del primo ministro.
La pressione su questi vari fronti possono spiegare il fatto che
Netanyahu la settimana scorsa abbia frettolosamente convocato i suoi
ministri più importanti per elaborare una strategia per contrastare la
“moda” del boicottaggio. Le proposte comprendono una campagna mediatica
di 28 milioni di dollari, un’azione legale contro le istituzioni che
boicottano, e l’intensificazione della sorveglianza delle attività del
Mossad all’estero.
Anche sulla scena domestica, Netanyahu – che è noto per quanto
appezzi la sopravvivenza politica al di sopra di tutti gli altri
interessi – sta passando un momento difficile. Lo stanno indebolendo a
destra i suoi rivali della coalizione.
Naftali Bennett, il capo dei coloni, questo mese ha provocato una
faida pubblica irritante con Netanyahu, accusandolo di aver perso la
“bussola morale” durante i negoziati. Allo stesso tempo, Avigdor
Lieberman, il ministro degli Esteri del partito di estrema destra,
Yisrael Beiteinu, ha cambiato marcatamente tattica, avvicinandosi molto a
Kerry, che ha chiamato “un vero amico di Israele”. La improbabile arte
di governare di Lieberman ha fatto sì che le liti di Netanyahu con gli
Stati Uniti apparissero, secondo le parole di un analista locale,
“infantili e irresponsabili.”
E’ alla luce di queste pressioni crescenti su Netanyahu, che si
dovrebbe comprendere il suo comportamento sempre più imprevedibile e la
crescente frattura con gli Stati Uniti.
Un dannoso disaccordo nel mese scorso, seguito a insulti lanciati dal
ministro della Difesa contro Kerry, non si è placato. La settimana
scorsa Netanyahu ha scatenato i suoi più stretti alleati del gabinetto
dei ministri, per attaccare di nuovo Kerry, mentre qualcuno definiva le
dichiarazioni del segretario di stato americano “ offensive e
intollerabili”.
Susan Rice, la consigliera di Obama per la scurezza nazionale, ha
scritto su Twitter il suo dispiacere con un avvertimento a smetterla.
Gli attacchi del governo di Israele sono stati “totalmente infondati e
inaccettabili”, ha osservato. Qualsiasi dubbio stesse esprimendo da
parte del presidente, è stato più tardi dissipato, quando Obama ha
lodato “la straordinaria passione e la diplomazia di Kerry basata su
principi.”
Malgrado però i segnali apparenti, Netanyahu è meno solo di quanto
sembri– e lungi dall’essere pronto ad arrivare a un compromesso.
Ha dietro di lui il grosso del pubblico israeliano, aiutato dai
magnati dei media, come il suo amico Sheldon Adelson, che stanno
alimentando il loro stato d’animo nazionale di assediati e di vittime.
Ma soprattutto ha dalla sua parte un grosso settore della sicurezza di Israele e anche dell’establishment economico.
I coloni e i loro compagni di ideologia sono penetrati profondamente
negli alti ranghi sia dell’esercito che dello Shin Bet, l’agenzia di
intelligence per gli affari interni di Israele. Questo mese il
quotidiano Haaretz ha rivelato la notizia inquietante che tre dei
quattro capi del Sin Bet aderiscono ora a questa ideologia estremista.
Inoltre, elementi potenti all’interno dell’establishment della
sicurezza, vengono investiti dal punto di vista finanziario e ideologico
nell’occupazione. In anni recenti il bilancio della difesa è schizzato a
livelli record dato che un intero settore di militari importanti
sfrutta l’occupazione per giustificare il fatto di usare i loro
incarichi per fare soldi con i salari e le pensioni enormemente
gonfiati.
Ci sono anche vasti profitti dagli affari allo stato attuale
dall’hi-tech alle industrie che arraffano risorse. Indicazioni su quello
che c’è in ballo sono state spiegate di recente con l’annuncio che i
palestinesi dovranno comprare da Israele ad alto costo due risorse
naturali essenziali – il gas e l’acqua – che dovrebbero avere in grande
abbondanza, se non fosse per l’occupazione.
Avendo alle spalle questi gruppi di interesse, un Netanyahu
sprezzante questa volta può probabilmente prepararsi a fronteggiare
l’attacco diplomatico degli Stati Uniti. Kerry però non ha torto ad
avvertire che nel lungo termine ancora un’altra vittoria per
l’intransigenza di Israele si dimostrerà una vittoria di Pirro.
Forse questi negoziati non porteranno a un accordo, ma tuttavia
segneranno un punto di svolta storico. La delegittimazione di Israele è
davvero in corso, e la parte che sta facendo la maggior parte del danno è
la stessa leadership di Israele.
Jonathan Cook ha vinto il premio speciale per il giornalismo, Martha Gellhorn. I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) [ Israele e lo scontro di civiltà: Iran e il piano per rifare il Medio Oriente]. and “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair”
(Zed Books) [La Palestina che sparisce: gli esperimenti di Israele di
disperazione umana].Il suo sito web è: www.jonathan-cook.net.
Una versione di questo articolo è apparsa per la prima volta su The National, ad Abu Dhabi.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:http://www.zcommunications.org/the-tide-turns-against-israel-by-jonathan-cook
Originale : non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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