Israele, la destra religiosa: “Il Papa? Che Guevara dei palestinesi” di Giorgio Bernardelli

 

«Il Papa verrà in Israele come un Che Guevara dei palestinesi». È il titolo allarmato con cui l'agenzia Arutz Sheva - punto di riferimento della destra religiosa israeliana - tratta il tema dell'annunciata visita di Francesco a Gerusalemme. Senza nascondere più di tanto il nervosismo con cui nel mondo legato alla galassia dei coloni si comincia già ora a guardare all'evento di fine maggio.

All'origine dell'articolo ci sono alcune affermazioni abbastanza improbabili del rabbino argentino Sergio Bergman, rilanciate dal quotidiano israeliano Makor Rishon. Bergman avrebbe appunto detto che Papa Francesco appoggerà «la lotta e i diritti dei palestinesi» e si presenterà come «il loro Che Guevara». Va aggiunto che Sergio Bergman - oltre a essere un rabbino dell'ebraismo riformato a Buenos Aires - è anche un parlamentare argentino. Questo basta ad Arutz Sheva per trasformarlo in una «fonte vicina al Papa» in grado di predire che cosa farà a Gerusalemme.
L'articolo, però, va letto fino in fondo. Innanzi tutto perché riporta le dichiarazioni del vice-ministro degli esteri israeliano Ze'ev Elkin - un esponente del Likud - che getta acqua sul fuoco, definendo lui stesso le parole di Bergman «un'esagerazione». Anche se poi il politico israeliano aggiunge sibillinamente che «il nostro ruolo è quello di assicurare che non ci saranno gesti inconsueti e abbiamo gli strumenti per farlo». Ma Elkin è tirato dentro nell'articolo soprattutto per la vera questione che preoccupa la destra religiosa israeliana riguardo al viaggio di Francesco: l'ipotesi che possa segnare un passo decisivo verso la chiusura del negoziato sull'Accordo fondamentale tra la Santa Sede e Israele, che si trascina ormai da vent'anni. In particolare è la questione del Cenacolo il vero obiettivo delle polemiche intorno al viaggio: la destra religiosa non vuole cedere sul fatto che la sala dove secondo la tradizione avvenne l'Ultima Cena - e che si trova al piano superiore rispetto a un cenotaffio che gli ebrei venerano come la tomba di Davide - venga restituita al culto dei cristiani. Nei giorni scorsi anche il rabbino Yisrael Ariel - fondatore del Temple Institute (il sodalizio che vorrebbe la ricostruzione del Tempio dove oggi c'è la Spianata delle Moschee) - ha sollevato la questione, sostenendo che la visita del Papa potrebbe essere il momento in cui «quest'area del Monte Sion sarà ceduta ai cristiani» e chiamando gli ebrei religiosi ad opporsi.  A rincarare ulteriormente la dose - sempre su Arutz Sheva - in queste ore è apparso anche un altro articolo, firmato dal giornalista italiano Giulio Meotti che rivanga una certa lettura ebraica secondo cui il viaggio di Paolo VI del 1964 sarebbe stato segnato dal pregiudizio anti-israeliano. E partendo da qui - ricollegandosi al negoziato in corso in queste settimane tra israeliani e palestinesi, con la mediazione del segretario di Stato americano John Kerry - arriva addirittura a sostenere che il viaggio di Papa Francesco a maggio potrebbe sancire «l'alleanza tra le moschee e il Vaticano per aprire la Valle del Giordano verso la Giordania, permettendo al terrorismo islamico di invadere il Monte Sion»

Va precisato che questo tipo di fuoco di fila della destra religiosa israeliana a Gerusalemme non è affatto nuovo. Nel 2006 la stessa cosa accadde in occasione della visita di Benedetto XVI, con l'aggravante in quel caso dei pesanti riferimenti alle radici tedesche del Pontefice. In quell'occasione - in una trasmissione radiofonica proprio di Arutz Sheva - un conduttore arrivò a sostenere che «l'ex-nazista» sarebbe arrivato a Gerusalemme da «crociato» per chiedere «di svendere parte della Terra Santa alla sua Chiesa». Ma va anche aggiunto che - visti questi toni - è difficile considerare una semplice coincidenza il fatto che la maggior parte degli atti vandalici compiuti negli ultimi due anni contro edifici e cimiteri cristiani a Gerusalemme si trovino proprio nella zona attigua al Monte Sion, dove si trova il Cenacolo

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