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Iran, impiccato un poeta di etnia araba "nemico di Dio"

Iran, impiccato un poeta di etnia araba "nemico di Dio"

Hashem Shaban scriveva: "Non ho mai usato un'arma che non fosse la mia penna". Le esecuzioni continuano e stavolta sono state le parole di un poeta la causa della condanna a morte eseguita pochi giorni fa. Shabani faceva parte della minoranza araba degli Ahwazi, presente nella regione del Khuzestan da sempre oppressa dal regime iraniano
di TIZIANA CIAVARDINI

 Non si fermano le esecuzioni in Iran. A pochi giorni dal 35esimo anniversario della Repubblica Islamica avvenuta lo scorso 11 febbraio le condanne a morte continuano ad assere eseguite in modo esponenziale. Questa volta sono state le parole di un poeta la causa della condanna a morte eseguita pochi giorni fa.

Il poeta Hashem Shabani. É stato giustiziato lo scorso 27 gennaio in un carcere non meglio identificato il poeta e attivista iraniano Hashem Shaban con l'accusa di essere "nemico di Dio" e di aver minacciato la sicurezza nazionale. Hashem Shabani, che lascia una giovane moglie e un figlio piccolo, era iraniano appartenente alla etnia araba Ahwazi. Insegnava lingua e letteratura araba ed era un poeta assai conosciuto nel suo Paese. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l'Università di Ahvaz, aveva intrapreso attivitá culturali come l'organizzazione di eventi in lingua araba.

Il dialogo con gli Sciiti. Hashem scriveva: "Non ho mai usato un'arma che non fosse la mia penna". Era membro di un gruppo chiamato al - Hiwar (dialogo), impegnato nel dialogo con la maggioranza sciita, nel tentativo di far conoscere meglio agli iraniani la cultura degli Ahwazi. Un dialogo che le autoritá hanno considerato di matrice sovversiva tanto che venne arrestato nel febbraio del 2011 insieme ad altri 4 arabi. Per i primi nove mesi di detenzione Shabani non ha avuto la possibilitá di vedere un avvocato o la sua famiglia. In alcune lettere Shabani scriveva di come le sue poesie, nelle quali si firmava con lo pseudonimo "Abu Aala Al-ofoghi", fossero nate proprio per rivelare le sofferenze degli arabi ahwazi.

La confessione dopo le torture.
In una trasmissione televisiva, sul canale iraniano Press TV, Shabani e uno dei quattro arabi arrestati, il suo amico Ahwazi Hadi Rashedi, avevano confessato di far parte di un gruppo terroristico armato chiamato Al-Moqawama al- Shaabiya 'Movimento Popolare'. Diverse organizzazioni sostenitreici dei diritti umani affermano che queste confessioni sono state ottenute sotto tortura. Nel luglio del 2012, Shabani e gli altri 4 sono stati condannati a morte con l'accusa "moharebeh"  letteralmente la "guerra contro Dio", di  agire contro la sicurezza nazionale e di fare propaganda negativa contro la Repubblica Islamica. Da alcune lettere scritte dai detenuti, si evince di come siano stati torturati e maltrattati prima e dopo il verdetto. Lo scorso gennaio 2013 la Corte Suprema iraniana ha confermato le condanne a morte per lui e per Ahwazi Hadi Rashedi. Condanne eseguite lo scorso 27 gennaio 2014, violando - a quanto pare - le stesse norme di legge iraniane, in quanto i due giovani sono stati giustiziati senza prima aver informato le loro famiglie.

L'accusa di nemico di Dio.
Moharebeh è il nome di un reato nella legge islamica e si riferisce all'autore del reato. Il concetto che sottostà a questo termine si può tradurre con un reato di guerra o inimicizia contro Dio e lo Stato ed ha le sue radici in un versetto del Corano (05:33) per il quale - a quanto pare - è prevista la sanzione della pena capitale.

Le minoranze Ahwazi.
Shabani faceva parte della minoranza araba degli Ahwazi, presente nella regione del Khuzestan. Si tratta di una minoranza da sempre oppressa dal regime iraniano. La Repubblica Islamica dell'Iran non riconosce agli Ahwazi la loro identità culturale, soffocandola sia etnicamente che religiosamente (gli Ahwazi sono in larga parte sunniti). Benché il Khuzestan sia ricco di petrolio questa area é volutamente tenuta sottosviluppata onde evitare l'autonomia della popolazione locale.

Rohani in Khuzestan. Durante la visita in Khuzestan, lo scorso 15 gennaio il presidente Rohani ha affermato che la discriminazione nei confronti delle comunità etniche non deve essere tollerata. Negli stessi giorni ha avuto modo di prendere in considerazione alcuni dossier lasciati incompiuti dal predecessore Ahmadinejad. Secondo indiscrezioni, consegnando il mandato nelle mani di un solo giudice, l'Ayatollah Muhammad-Baqer Mussavi, sarebbe arrivata proprio dal Presidente Rohani il via libera alla condanna a morte di alcuni attivisti nei quali figurava il nome del poeta Shabani e del suo compagno.

L'associazione degli scrittori PEM. La condanna a questa esecuzione arriva sia da parte di gruppi per i diritti umani che dall'associazione internazionale di scrittori PEM. L'associazione gestisce un apposito Writer in Prison Committee (Comitato per gli scrittori imprigionati) che si occupa di difendere intellettuali di tutto il mondo.  Il presidente Marian Botsford Fraser ha denunciato l'estrema violazione del diritto alla vita del giovane collega poeta. "Il suo processo è stato gravemente iniquo - ha detto - e ci sono seri dubbi che Hashem Shabani sia stato torturato dopo il suo arresto. Le autorità devono dimostrare che sono veramente impegnati a rispettare la libertà di espressione"


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