Che cosa rimane della Primavera Araba? di Gibert Achcar

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Di Gibert Achcar
15 febbraio 2014
E’ ora in voga – nei  tempi attuali sempre più   a breve termine e poco lungimiranti   fare questa domanda sulla melodia della canzone di Charles  Trenet, “Che cosa rimane di quei bei giorni?”  L’euforia del 2001 ha ceduto il posto alla malinconia di coloro che sono stati deluso dalla rivoluzione, quando invece  non si tratta della soddisfazione   stupida   dei sostenitori del vecchio regime, ostili all’insurrezione fin dall’inizio con il pretesto che nulla di buono ne sarebbe venuto fuori.
Iniziamo con quest’ultimo argomento: l’idea che il vecchio ordine, profondamente iniquo e dispotico, fosse uno scudo contro l’ «estremismo islamico», è sciocca quanto credere che l’alcolismo sia una profilassi contro le malattie di fegato! L’emergere dell’ estremismo religioso che vediamo qui o lì è solamente la manifestazione di una tendenza in atto da decenni, prodotta sia direttamente che indirettamente da questo stesso ordine regionale che è imploso nel 2011.
Prendiamo ad esempio la Siria. E’ evidente che la trasformazione delle forze armate, indotta da Hafez el-Assad, in guardia pretoriana del regime, fondata su un elemento confessionale minoritario, era tesa ad alimentare rancori confessionali in seno alla maggioranza. Immaginiamo che il presidente egiziano sia copto, che la sua famiglia domini l’economia del Paese, che i tre quarti degli ufficiali dell’esercito egiziano siano anch’essi copti e che i corpi scelti dell’esercito egiziano siano copti quasi al cento per cento. Ci meraviglieremmo di vedere «l’integralismo islamico» dilagare in Egitto? Tuttavia a proporzione degli Alauiti in Siria è paragonabile a quella dei Copti in Egitto, ossia approssimativamente un decimo della popolazione.
Inoltre, soltanto persone  scarsamente informate  sono inconsapevoli che  il regime di Bashar el-Assad ha deliberatamente alimentato il jihadismo sunnita siriano, sia facilitandone l’intervento in Iraq all’epoca dell’occupazione americana, sia liberando i suoi militanti dalle prigioni siriane nel 2011, proprio nel momento in cui il regime reprimeva brutalmente e arrestava  migliaiad i democratici della rivolta siriana.
In realtà, la proliferazione di estremisti integralisti in Medio Oriente è il prodotto diretto dell’eredità disastrosa delle dittature Baatiste in Siria e in Iraq, nemiche tra loro, combinata con gli effetti non meno disastrosi dell’occupazione americana di quest’ultimo paese e con la concorrenza accanita che si fanno da decenni i due bastioni dell’integralismo islamico regionale: il regno wahhabita saudita e la repubblica khomeinista iraniana. Come ci si potrebbe aspettare, questa proliferazione  è in pieno fulgore, data la profonda destabilizzazione che accompagna naturalmente ed inevitabilmente ogni rivolta politica . Quando un ascesso viene inciso, esce il pus; è ben sciocco colui che crede sarebbe stato meglio lasciare intatto l’ascesso.
Torniamo alla domanda iniziale: cosa resta della Primavera araba? La risposta è semplice: il processo rivoluzionario regionale è ancora solo ai suoi inizi. Saranno necessari ancora diversi anni, anzi  anche diversi decenni, prima che l’onda d’urto che è nata dalle profondità  dell’ordine regionale irrimediabilmente corrotto porti a una nuova  stabilizzazione delle società arabe. È per questo motivo che la definizione «Primavera araba» era sbagliata fin dall’inizio: era ispirata dalla dolce illusione che la rivolta regionale fosse unicamente animata da una  sete di democrazia che poteva  essere placata da libere elezioni.
Per credere questo, si deve  ignorare il motivo principale dell’esplosione del 2011, che è di ordine socioeconomico: questo motivo è il blocco di decenni dello sviluppo regionale  che si è tradotto in tassi record della disoccupazione, in particolare tra i giovani e i laureati. Il corollario di questa constatazione è che il processo rivoluzionario iniziato nel 2011 terminerà soltanto quando sarà presenata una soluzione che permetta di uscire dall’impasse socioeconomico – una soluzione che potrà essere progressiva o regressiva, naturalmente, poiché la cosa migliore non è mai sicura, purtroppo, ma neanche la peggiore!
Questo è in realtà il motivo per cui  «l’inverno islamista» in Tunisia ed in Egitto, nel quale gli uccelli del malaugurio si sono convinti di vedere la fine ultima del processo per questi due paesi, si è dimostrato così breve. Il fallimento dei governi di Nahda in Tunisia e dei Fratelli Musulmani in Egitto è stato determinato prima di tutto dalla loro incapacità di offrire una seppur minima soluzione al problema socioeconomico in un contesto di aggravamento della disoccupazione. Tale fallimento era prevedibile ed è stato previsto. Si può altrettanto prevedere che la restaurazione del vecchio regime in atto al Cairo per mano del generale Sissi fallirà per la stessa ragione, dato che cause simili producono gli stessi effetti e politiche economiche analoghe porteranno a risultati uguali.
Perché la rivolta araba possa avere come sbocco una vera modernizzazione delle società arabe, occorrerà che emergano e si impongano nuove dirigenze che rappresentino le aspirazioni progressiste dei milioni di giovani che si sono ribellati nel 2011. Solo a questa condizione il processo rivoluzionario ritroverà la sua via originale, ad eguale distanza dal vecchio regime e dalle opposizioni reazionarie che questo ha generato.
Traduzione di International Viewpoint dell’articolo “Que reste-t-il du Printemps arabe?” pubblicato su L’Orient littéraire.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/what-remains-of-the-arab-spring-by-gilbert-achcar
Originale : International Viewpoint
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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