Israele. “Non abbiamo scelto di essere rifugiati”


Israele. “Non abbiamo scelto di essere rifugiati”

“Siamo arrivati qui perché pensavamo fosse un paese democratico, ma ci sbagliavamo”. Osservatorio Iraq ha raccolto le voci di alcuni rifugiati eritrei e sudanesi che in questi giorni stanno letteralmente ‘bloccando’ Israele.

Gere ha 20 anni. E’ fuggito dall’Eritrea, lasciando la sua famiglia, perché “la dittatura non consente una vita normale e avevo bisogno di mettermi al sicuro”. Ahmed, 27 anni, invece viene dal Sudan e scappa dall’inferno del Darfur, contro quella repressione "che non sta risparmiando nessuno". Come lui, anche Musa, che di anni ne ha 28, se n’è andato dal suo paese di origine per trovare rifugio e “salvarmi da un genocidio quotidiano”.
Nonostante la particolarità delle singole storie, fatta di lunghi viaggi e di una lotta serrata per la sopravvivenza, i tre si sono ritrovati a chiedere accoglienza nello stesso paese, “il primo democratico che abbiamo incontrato”: Israele. Ma qui, dopo anni dal loro arrivo, hanno trovato tutto fuorché un rifugio sicuro.
E per questo hanno deciso di essere in prima linea nelle proteste che, insieme a decine di migliaia di altri richiedenti asilo provenienti da paesi africani, stanno portando avanti nelle principali città israeliane da sabato scorso. E’ dalla tarda sera di quel giorno, quando a Levinsky Park, a sud di Tel Aviv, si sono riunite circa 2mila persone, che ha avuto inizio uno sciopero a tempo indeterminato a nome di tutti i rifugiati presenti in Israele.
Il giorno dopo, domenica 5 gennaio, erano tra i 20 e i 30mila a riempire una delle piazze principali della città, Rabin Square, protagonisti di una manifestazione di protesta che molti hanno già definito storica per partecipazione e durata.
Soprattutto perché interamente organizzata e portata avanti da una comunità di minoranza che in Israele ha vissuto, fino ad ora, in silenzio. Quella dei richiedenti asilo di origine africana, in larga parte sudanesi ed eritrei, che negli ultimi anni hanno visto le loro condizioni peggiorare sempre di più.
Innanzitutto perché ad oggi, dei circa 55mila che vivono in Israele, nessuno di loro si è visto riconoscere lo status di rifugiato, anche chi, come Gere e Ahmed, sono arrivati nel 2007 e ne abbiano presentato immediatamente regolare richiesta. Figurarsi invece per coloro che in Israele hanno messo piede dal 2011 in poi, quando il governo diede il via alla costruzione di una barriera di ferro ad alta tensione al confine con il Sinai, per poi criminalizzare qualsiasi nuovo ingresso non autorizzato.
Musa ad esempio fa parte di quelle persone che, anziché un posto sicuro, in Israele hanno trovato una prigione nel deserto. “Quando sono arrivato, nel 2011, la polizia di frontiera mi ha arrestato e portato nel carcere di Saharonim. Ho vissuto per un mese in una cella molto piccola, mi facevano uscire soltanto per farmi fare dei test medici e per riempirmi di domande”.
Musa non capiva le ragioni dell’arresto. “Per fortuna dopo un mese mi hanno rilasciato con un permesso temporaneo di protezione. Ora chi entra a Saharonim difficilmente vi esce”.
Una situazione in voga già dall’aprile del 2012, quando il reato di clandestinità è stato inserito nella Legge di Prevenzione dell’Infiltrazione, con un emendamento che ha equiparato chiunque entri in Israele senza documenti a un ‘infiltrato’, termine con cui si definivano i feddayin palestinesi del periodo post-1948.
Da allora a Saharonim ci si può restare anche più di tre anni, un periodo durante il quale le autorità dovrebbero assicurare un esito alle richieste di asilo. Nella pratica però si è trattato di un modo per prendere tempo, durante il quale i richiedenti asilo sono stati costretti al rimpatrio "volontario" oppure inseriti in accordi bilaterali con alcuni stati africani per lasciare Israele.
Politiche dure e repressive che gli ultimi due governi guidati da Benjamin Netanyahu hanno sempre giustificato necessarie per combattere "un’emergenza immigrazione" che si discosta tuttavia dalla realtà dei fatti. Come ha dimostrato la sentenza della Corte Suprema israeliana, che lo scorso 16 settembre ha annullato il reato di clandestinità, dichiarandolo incostituzionale e imponendo al governo di liberare i circa 2mila migranti africani rinchiusi a Saharonim.
Ma l’esecutivo di Netanyahu non ha mollato di un centimetro la sua linea dura, approvando i nuovi centri “aperti”, definizione fuorviante per nascondere vere e proprie prigioni dove gli ‘infiltrati’ risiederanno soltanto un anno e mezzo.
E’ da uno di questi centri - ad Holot, sempre nel deserto del Negev e poco distante da Saharonim - che un mese fa sudanesi ed eritrei hanno deciso di agire. La loro “marcia per la libertà” ha fatto il giro del mondo, dando finalmente visibilità alle richieste di rispetto dei diritti e della dignità di migliaia di persone, ripetutamente ignorate e de-umanizzate dalle autorità israeliane.
Tuttavia, quell'atto di disobbedienza civile è sfociato nell’arresto di tutte le persone che da Holot erano giunte a Gerusalemme per manifestare di fronte alle istituzioni, così come altre iniziative simili ripetutesi nei giorni successivi.
Musa spiega che “all’improvviso, senza avvisarci, hanno cambiato il periodo di durata del permesso. Ora dobbiamo rinnovarlo ogni mese, e soprattutto, visto che si tratta di tanti fogli, non puoi portarli sempre con te. Farsi  trovare senza, equivale al carcere immediato”.
La situazione è la stessa anche per Ahmed e Gere. Inoltre “con questo permesso non possiamo lavorare, c’è scritto chiaramente. E quindi siamo costretti a farlo in nero”.
E’ questa la situazione con cui si confrontano decine di migliaia di persone che negli altri Stati firmatari della Convenzione ONU sui rifugiati avrebbero già ricevuto asilo politico: ovunque sudanesi ed eritrei presentino richiesta, nel 70% dei casi è accolta. Ma non qui.
A Tel Aviv, Haifa, Eilat e Gerusalemme, le città che offrono maggiori opportunità di lavoro, gli ‘infiltrati’ vivono in una condizione paradossale di semi-illegalità, che li rende liberi di circolare ma non di potersi mantenere. Il tutto mentre la realtà parla di ristoranti, grandi magazzini, negozi vari, imprese di pulizia e assistenza agli anziani che senza la forza-lavoro africana non potrebbero andare avanti.
Lo sciopero di questi giorni, che continuerà “finché il governo non accoglierà le nostre richieste”, sta mettendo a nudo questa realtà, rivelando un lato oscuro e ipocrita dell’economia israeliana.
“E’ una vita impossibile, non ce la facciamo più”, racconta Gere. “Anche in Italia, nonostante quello che succede a Lampedusa, sudanesi ed eritrei sono riconosciuti come rifugiati e vedono rispettati i loro diritti”. Nessuno di loro, spiega Ahmed, “ha scelto di vivere in Israele perché vuole insediarsi qui e rubare il lavoro agli israeliani, come afferma il governo. Siamo arrivati qui perché pensavamo fosse il primo paese democratico che avevamo sul cammino, ma ci sbagliavamo”.
“All'inizio volevo fermarmi in Egitto, ma lì mi hanno minacciato di rimandarmi in Darfur”, ricorda Musa. “Non abbiamo scelto di essere rifugiati, scappiamo dalla guerra e dal genocidio, siamo esseri umani, chiediamo solo rispetto ed accoglienza!”.
Sono questi i messaggi che i manifestanti espongono oggi, in maniera del tutto pacifica, muovendosi in modo ordinato da una piazza all’altra di Tel Aviv e intonando canti e slogan soltanto di fronte alle istituzioni. Come hanno fatto circa 10mila persone nei giorni scorsi di fronte alla Knesset, dove però “non ci hanno permesso di entrare, nemmeno ad un rappresentante per consegnare una lettera”, riferisce Gere.
“Miri Regev, presidente della Commissione Affari Interni (deputata del Likud, ndr) è uscita fuori per bloccarci, ha detto che ‘i criminali non possono entrare in Parlamento’.” Dichiarazioni simili le ha rilasciate Eli Yshai, deputato del partito religioso ultraortodosso Shas: “l’unico modo per fermare gli ‘infiltrati’ fuori dalla Knesset è quello di caricarli sugli autobus dell’Israeli Prison Service e portarli in prigione”.
Al contrario, le principali ambasciate presenti a Tel Aviv (Stati Uniti, Canada, Italia, Francia, Regno Unito tra le altre) hanno permesso ad un delegato dei richiedenti asilo di esporre loro la situazione. “Almeno ci hanno ascoltato, ci hanno detto che proveranno a fare qualcosa. E se non lo faranno torneremo di nuovo”, assicura Gere.
Intanto l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, che ha anch’esso ricevuto un esponente dei manifestanti, ha emesso un comunicato in cui critica apertamente le politiche di Israele, in particolare le recenti misure, nei confronti degli africani in fuga. Un segnale, benché minimo, che premia la determinazione e il coraggio di migliaia di uomini e donne che hanno deciso di continuare a scioperare a tempo indeterminato.
“Ci fermeremo soltanto quando il governo risponderà positivamente alle nostre domande: smettere di arrestare chi come noi presenta regolare domanda di asilo e rilasciare i nostri compagni; cancellare le leggi che ci criminalizzano e istituiscono i centri “aperti”; e prendere in carico i nostri dossier in modo trasparente con la supervisione dell’UNHCR, nel rispetto degli standard internazionali”. Lo ripetono sia  Ahmed, Gere che Musa, sottolineando che “le proteste sono dirette al governo, profondamente diverso dalla solidarietà e dall’amicizia che ci dimostrano tutti i giorni i cittadini israeliani”.
Dietro le loro voci ci sono quelle di migliaia di persone che hanno deciso di manifestare per la propria dignità, anche dall'interno del carcere, come i 150 sudanesi che domenica scorsa sono entrati in sciopero della fame. Chiedono supporto alla comunità internazionale. Si rivolgono ai media, perché possano far conoscere il loro inferno quotidiano. “Abbiamo bisogno di voi, aiutateci”.

[Si ringrazia l’Ong israeliana Hotline for Refugees and Migrants per la preziosa collaborazione]
[Sullo stesso tema, guarda la fotogallery  "Israele. Uno sciopero per la libertà"]

10 Gennaio 2014
di: 
Stefano Nanni

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