Comunità ebraica di Roma: reazioni e comunicati all'attacco a Gomel

Adnkronos
Roma, 15 gen. - (Adnkronos) - "Dica a Gad Lerner che si andasse a vedere i miei appelli sulla serata. Non devo giustificare nulla. Lo diffido, perche' non puo' mentire sapendo di mentire: sa bene qual era la mia posizione sulla serata, se lo facesse dire anche da Tobia Zevi. Forse le responsabilita' sono di altri". Cosi' all'Adnkronos il presidente della Comunita' ebraica di Roma , Riccardo Pacifici, commenta il post pubblicato sul blog di Gad Lerner dal titolo 'Clima da rissa alla Comunita' ebraica di Roma, scissione in vista?'.
"Non fornisco la mia versione dei fatti, perche' non ero presente alla serata", chiarisce Pacifici, che però alla ricostruzione di Lerner non ci sta. Nel blog, in particolare, raccontando quanto sarebbe accaduto ieri sera nel corso del dibattito sul libro 'La Sinistra ed Israele', il giornalista e scrittore cita alcuni esponenti anonimi della Comunità ebraica che vedono un legame tra la posizione espressa da Pacifici e le contestazioni da parte di esponenti ell'ala piu' conservatrice della comunita', "più legati al presidente Pacifici".
"Uno degli storici leader dell'anima progressista dell'ebraismo romano, Giorgio Gomel, non ha potuto neppure parlare - sostiene Lerner - In sala è comparso uno striscione, 'Torna a Gaza, Giorgio', che ha cristallizzato il clima minaccioso dell'intera serata. Anche il giovane rappresentante del Partito Democratico di Roma, Tobia Zevi, non ha potuto intervenire, in seguito alle contestazioni subite da alcuni presenti in sala", aggiunge. Gomel e Zevi sono poi usciti dalla sala scortati dalla sicurezza. Lerner ipotizza una scissione all'orizzonte. "L'anima progressista dell'ebraismo romano, vista l'intolleranza subita a più riprese, potrebbe formare una nuova Beit Hillel, una Keillah per ora piccola, ma plurale - si legge sul suo blog - che ha un lato religioso, un rabbino, regolare funzioni, con il proposito di organizzare anche attività culturali. Una nuova struttura che però potrà nascere solo dopo un atto di dissociazione collettivo rispetto all'attuale organizzazione dell'ebraismo di Roma".
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“Sinistra e Israele”, forte tensione all’incontro
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A proposito dell’uso di alcune categorie della politica nel dibattito interno alla comunità ebraica, vorrei spendere qualche parola sull’uso e sull’abuso dei concetti di fascismo e squadrismo. In entrambi i casi si tratta di forme di sopruso, di imposizione violenta di una volontà politica per allontanare o per sopprimere opinioni e/o comportamenti che non vengono ritenuti opportuni da chi li contesta. Ma in entrambi i casi questi due concetti hanno per la storia dell’ebraismo italiano un significato profondo e doloroso che vale la pena di ricordare qui, mettendolo in relazione a quello che è l’elemento fondamentale che dà forza e sostanza a fascismo e squadrismo: l’esistenza cioè di uno Stato che supporta con finanziamenti e con l’azione politica questo tipo di dinamica. Durante il ventennio la gran parte dei Consigli delle comunità ebraiche venne fascistizzata, e nonostante ciò nacque una frangia estrema – gli squadristi de “La nostra bandiera” – che effettivamente compirono azioni violente e agevolate dallo Stato come l’assalto alla redazione del settimanale sionista “Israel” a Firenze. La storia poi ci racconta (e il Giorno della Memoria ci serve anche a questo) che in una situazione di fascismo reale, chi decide “chi è ebreo” non sono gli ebrei stessi, ma chi li vuole perseguitare ed eliminare. Ebrei fascistissimi come il bandierista Ettore Ovazza, o antifascisti come Leone Ginzburg, hanno fatto nella sostanza la stessa tragica fine, e noi oggi ne onoriamo comunque la memoria. Per la rumorosa gazzarra organizzata martedì sera nei locali della Comunità ebraica di Roma per contestare i relatori della presentazione di un libro, io tenderei a non utilizzare le categorie di fascismo e di squadrismo: non mi pare corretto e non mi sembra neppure rispettoso nei confronti della storia dell’ebraismo italiano. Naturalmente, nella mia qualità di co-fondatore e membro attivo di JCall Italia, non posso che esprimere la mia solidarietà a chi ha semplicemente organizzato la presentazione di un libro che è stata oggettivamente impedita con urla, schiamazzi e minacce di vario tipo. Tuttavia trovo che qui in gioco ci siano altre dinamiche. Tralasciamo le ostilità personali, che lasciano il tempo che trovano, ma che sono comunque significative in una comunità piccola come quella ebraica italiana. Qui siamo di fronte all’emergere di una esplicita identità politica di un gruppo piuttosto consistente di ebrei, per lo più di Roma (la base politica e sociale dell’attuale presidenza), che si fonda da molti decenni su una difesa ad oltranza della sicurezza di Israele e del suo futuro come Stato ebraico. Una visione del tutto legittima, che tuttavia nello specifico della realtà romana trova delle forme di espressione vagamente paradossali. Mentre nella stessa Israele il dibattito politico è quanto di più articolato si possa immaginare, con posizioni che spaziano nelle più diverse direzioni e che sono tutte considerate legittime come componenti fondamentali della democrazia del paese (che è il suo vero valore aggiunto in un Medioriente cosparso di dittature e regni più o meno oppressivi), a Roma queste stesse forme di democrazia vengono duramente contestate, come nel caso di martedì scorso o come da settimane si legge nei vari social network che ospitano infiniti e inconcludenti dibattiti. Per dirla in maniera più esplicita: la linea “due popoli due Stati” proposta fra gli altri da JCall, è né più né meno quella perseguita (almeno di principio) dall’attuale governo israeliano nelle sue trattative con l’Autorità palestinese, sotto l’egida della diplomazia statunitense e dell’inutilissimo “Quartetto”. Nulla di scandaloso, quindi, ma pare che a Roma questa posizione trovi qualche difficoltà a essere espressa in pubblico senza venire sommersa da insulti. La questione da porsi in questo contesto a me pare sia questa: su cosa si fonda il discorso politico che sembra andare per la maggiore nella comunità ebraica romana, e che nella sostanza è senza rispondenza nel main stream del dibattito politico sul Medioriente? Io credo sia giusto dedicare una riflessione all’argomento, poiché questo ha a che fare con una certa tendenza all’isolamento che è parte della storia dell’ebraismo italiano nei secoli e che oggi sembra fare nuovamente capolino. Naturalmente in gioco ci sono anche assetti politici locali, retoriche utilizzate per mantenere una presa sulla cosiddetta “piazza” di Roma, ma a me pare che sia sbagliata l’idea di semplificare l’analisi della situazione rispolverando a sproposito le categorie di fascismo e squadrismo. Abbiamo la responsabilità di connettere l’ebraismo romano e quello italiano alle dinamiche – ricche di vita, rinnovamenti culturali e religiosi, intense esperienze comunitarie e di confronto – che caratterizzano il mondo ebraico in Europa, negli Stati Uniti e in Israele. In questa dimensione naturalmente noi italiani siamo una piccola minoranza, per cui diventano al limite irrilevanti le nostre posizioni politiche sull’assetto del Medioriente. Ma dalla nostra parte abbiamo una ricchissima storia bimillenaria, e comunità ancora vivaci e attive come la consistente comunità di Roma, o come le più piccole, ma attivissime comunità diffuse al Centro e al Nord.
Gadi Luzzatto Voghera, storico
2 Comunità Ebraica di Roma: convocato un Consiglio straordinario per ricomporre le divisioni interne di Riccardo Pacifici
Le profonde differenze emerse all'interno della Comunità ebraica romana nei confronti di Israele e delle posizioni politiche della sinistra italiana rispetto al conflitto mediorientale - emerse in occasione della presentazione del libro di Fabio Nicolucci 'Sinistra e Israele. La frontiera morale dell'occidente', avvenuta la scorsa settimane nei locali della Comunità - sono emerse in modo distorto su alcuni mezzi di informazione. Soprattutto sui blog e su un organo di stampa ebraica sono state riportate notizie che ledono profondamente non solo l'immagine dell'ebraismo romano, ma soprattutto contribuiscono a creare artificiose divisioni che sono invece da riportare all'interno di un duro ma legittimo contrasto di opinioni.
All'interno della Comunità Ebraica di Roma sono emerse da tempo alcune posizioni minoritarie, se non marginali, di profondo dissidio e critica alle politiche di diversi governi di Israele che sono state respinte dalla totalità degli iscritti, in alcuni casi con reazioni emotive eccessive.
Per questa ragione il Presidente della Comunità Ebraica di Roma ha deciso - in via di urgenza - di convocare un Consiglio straordinario per il prossimo 23 gennaio. "E' in gioco - scrive Pacifici nella lettera di convocazione - oltre all'immagine di tutto l'ebraismo italiano, la sicurezza dei nostri iscritti".
In via straordinaria il Consiglio (aperto ai soli iscritti alla Comunitá) viene allargato al presidente dell'Ucei Renzo Gattegna, a tutti i presidenti della comunità ebraiche in Italia, e a tutti i consiglieri Ucei di Roma.
mondi...
Se fossi uno strillone romano in procinto di vendere titoli e
giornali azzarderei un grido di richiamo: “Er fattacio de via Balbo!” E
sono più che certo che in men che non si dica avrei molti più lettori
che capelli. …
...categorie
A proposito dell’uso di alcune categorie della politica nel
dibattito interno alla comunità ebraica, vorrei spendere qualche parola
sull’uso e sull’abuso dei concetti di fascismo e squadrismo. In entrambi
i casi si tratta di forme di sopruso, di imposizione violenta …
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A proposito dell’uso di alcune categorie della politica nel
dibattito interno alla comunità ebraica, vorrei spendere qualche parola
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i casi si tratta di forme di sopruso, di imposizione violenta …
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A proposito dell’uso di alcune categorie della politica nel dibattito interno alla comunità ebraica, vorrei spendere qualche parola sull’uso e sull’abuso dei concetti di fascismo e squadrismo. In entrambi i casi si tratta di forme di sopruso, di imposizione violenta di una volontà politica per allontanare o per sopprimere opinioni e/o comportamenti che non vengono ritenuti opportuni da chi li contesta. Ma in entrambi i casi questi due concetti hanno per la storia dell’ebraismo italiano un significato profondo e doloroso che vale la pena di ricordare qui, mettendolo in relazione a quello che è l’elemento fondamentale che dà forza e sostanza a fascismo e squadrismo: l’esistenza cioè di uno Stato che supporta con finanziamenti e con l’azione politica questo tipo di dinamica. Durante il ventennio la gran parte dei Consigli delle comunità ebraiche venne fascistizzata, e nonostante ciò nacque una frangia estrema – gli squadristi de “La nostra bandiera” – che effettivamente compirono azioni violente e agevolate dallo Stato come l’assalto alla redazione del settimanale sionista “Israel” a Firenze. La storia poi ci racconta (e il Giorno della Memoria ci serve anche a questo) che in una situazione di fascismo reale, chi decide “chi è ebreo” non sono gli ebrei stessi, ma chi li vuole perseguitare ed eliminare. Ebrei fascistissimi come il bandierista Ettore Ovazza, o antifascisti come Leone Ginzburg, hanno fatto nella sostanza la stessa tragica fine, e noi oggi ne onoriamo comunque la memoria. Per la rumorosa gazzarra organizzata martedì sera nei locali della Comunità ebraica di Roma per contestare i relatori della presentazione di un libro, io tenderei a non utilizzare le categorie di fascismo e di squadrismo: non mi pare corretto e non mi sembra neppure rispettoso nei confronti della storia dell’ebraismo italiano. Naturalmente, nella mia qualità di co-fondatore e membro attivo di JCall Italia, non posso che esprimere la mia solidarietà a chi ha semplicemente organizzato la presentazione di un libro che è stata oggettivamente impedita con urla, schiamazzi e minacce di vario tipo. Tuttavia trovo che qui in gioco ci siano altre dinamiche. Tralasciamo le ostilità personali, che lasciano il tempo che trovano, ma che sono comunque significative in una comunità piccola come quella ebraica italiana. Qui siamo di fronte all’emergere di una esplicita identità politica di un gruppo piuttosto consistente di ebrei, per lo più di Roma (la base politica e sociale dell’attuale presidenza), che si fonda da molti decenni su una difesa ad oltranza della sicurezza di Israele e del suo futuro come Stato ebraico. Una visione del tutto legittima, che tuttavia nello specifico della realtà romana trova delle forme di espressione vagamente paradossali. Mentre nella stessa Israele il dibattito politico è quanto di più articolato si possa immaginare, con posizioni che spaziano nelle più diverse direzioni e che sono tutte considerate legittime come componenti fondamentali della democrazia del paese (che è il suo vero valore aggiunto in un Medioriente cosparso di dittature e regni più o meno oppressivi), a Roma queste stesse forme di democrazia vengono duramente contestate, come nel caso di martedì scorso o come da settimane si legge nei vari social network che ospitano infiniti e inconcludenti dibattiti. Per dirla in maniera più esplicita: la linea “due popoli due Stati” proposta fra gli altri da JCall, è né più né meno quella perseguita (almeno di principio) dall’attuale governo israeliano nelle sue trattative con l’Autorità palestinese, sotto l’egida della diplomazia statunitense e dell’inutilissimo “Quartetto”. Nulla di scandaloso, quindi, ma pare che a Roma questa posizione trovi qualche difficoltà a essere espressa in pubblico senza venire sommersa da insulti. La questione da porsi in questo contesto a me pare sia questa: su cosa si fonda il discorso politico che sembra andare per la maggiore nella comunità ebraica romana, e che nella sostanza è senza rispondenza nel main stream del dibattito politico sul Medioriente? Io credo sia giusto dedicare una riflessione all’argomento, poiché questo ha a che fare con una certa tendenza all’isolamento che è parte della storia dell’ebraismo italiano nei secoli e che oggi sembra fare nuovamente capolino. Naturalmente in gioco ci sono anche assetti politici locali, retoriche utilizzate per mantenere una presa sulla cosiddetta “piazza” di Roma, ma a me pare che sia sbagliata l’idea di semplificare l’analisi della situazione rispolverando a sproposito le categorie di fascismo e squadrismo. Abbiamo la responsabilità di connettere l’ebraismo romano e quello italiano alle dinamiche – ricche di vita, rinnovamenti culturali e religiosi, intense esperienze comunitarie e di confronto – che caratterizzano il mondo ebraico in Europa, negli Stati Uniti e in Israele. In questa dimensione naturalmente noi italiani siamo una piccola minoranza, per cui diventano al limite irrilevanti le nostre posizioni politiche sull’assetto del Medioriente. Ma dalla nostra parte abbiamo una ricchissima storia bimillenaria, e comunità ancora vivaci e attive come la consistente comunità di Roma, o come le più piccole, ma attivissime comunità diffuse al Centro e al Nord.
Gadi Luzzatto Voghera, storico
2 Comunità Ebraica di Roma: convocato un Consiglio straordinario per ricomporre le divisioni interne di Riccardo Pacifici
Le profonde differenze emerse all'interno della Comunità ebraica romana nei confronti di Israele e delle posizioni politiche della sinistra italiana rispetto al conflitto mediorientale - emerse in occasione della presentazione del libro di Fabio Nicolucci 'Sinistra e Israele. La frontiera morale dell'occidente', avvenuta la scorsa settimane nei locali della Comunità - sono emerse in modo distorto su alcuni mezzi di informazione. Soprattutto sui blog e su un organo di stampa ebraica sono state riportate notizie che ledono profondamente non solo l'immagine dell'ebraismo romano, ma soprattutto contribuiscono a creare artificiose divisioni che sono invece da riportare all'interno di un duro ma legittimo contrasto di opinioni.
All'interno della Comunità Ebraica di Roma sono emerse da tempo alcune posizioni minoritarie, se non marginali, di profondo dissidio e critica alle politiche di diversi governi di Israele che sono state respinte dalla totalità degli iscritti, in alcuni casi con reazioni emotive eccessive.
Per questa ragione il Presidente della Comunità Ebraica di Roma ha deciso - in via di urgenza - di convocare un Consiglio straordinario per il prossimo 23 gennaio. "E' in gioco - scrive Pacifici nella lettera di convocazione - oltre all'immagine di tutto l'ebraismo italiano, la sicurezza dei nostri iscritti".
In via straordinaria il Consiglio (aperto ai soli iscritti alla Comunitá) viene allargato al presidente dell'Ucei Renzo Gattegna, a tutti i presidenti della comunità ebraiche in Italia, e a tutti i consiglieri Ucei di Roma.
3 Sbigottite e preoccupate
Le Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane appartenenti al gruppo Binah hanno emesso la seguente nota riguardo ai fatti avvenuti nel centro comunitario di via Cesare Balbo lo scorso 14 gennaio:
“Il clima comunitario incandescente vissuto nei giorni scorsi ci lascia sbigottite e preoccupate. La violenza verbale e fisica, gli scontri, la ripetuta presenza sulle pagine dei media è negativa e allarmante. La nostra Comunità è stata oltraggiata e offesa, e ne esce svilita e impoverita. Il dialogo costruttivo, la legittima e democratica risposta a provocazioni o posizioni anche non condivise sono la misura di una stimolante vita comunitaria, così come la libertà di opinione ed espressione, che devono essere garantite. Israele è la casa, gli ebrei la famiglia dove ognuno ha un’idea, dove si litiga, si discute e ci si scontra ma nessuno resta fuori dalla porta. Non esiste un solo modo di amare e difendere Israele, e non esiste quello giusto. I leader comunitari, gli educatori, così come ciascuno di noi, devono prendersi le proprie responsabilità e cambiare immediatamente tono e direzione di marcia. Non è ammissibile accettare o sollecitare divisioni, né tacere dinanzi alle stesse. Non possiamo permetterci uno scollamento. Non possiamo permetterci la perdita di un solo ebreo. Nessuno deve sentirsi isolato o calpestato per le sue idee, e mai più tollereremo attacchi personali, fisici o verbali. I valori fondamentali della religione ebraica ci impongono di reagire e trovare la via, se ancora possibile, per compattare gli animi di una Comunità: della nostra Comunità. Mai dobbiamo dimenticare che siamo responsabili l’uno dell’altro e che siamo sempre stati percepiti dall’esterno come un’entità coesa e unica. E’ questa la nostra forza, non ci indeboliamo”.
5 violenza
Penso che sia opportuno che qualcuno parli e affronti con autorevolezza il tema della violenza. Ciò che è accaduto nei giorni scorsi è il dominio della violenza e indica che non esiste nessuna muraglia (giuridica, istituzionale,…) che separa la democrazia da un sistema fondato sull’atto di violenza. Questo secondo tipo di sistema, non è quel mostro che minaccia dall’esterno la democrazia è, invece, l’indesiderato ospite che bussa di continuo alla sua porta. La violenza non è solo ira spontanea, è anche potere. È strumento funzionale ad assicurare l’ordine e il controllo sociale. Il suo obiettivo non è mai chi subisce la violenza materialmente, ma controllare psicologicamente il terzo, lo spettatore, quello che tenta di sfilarsi, di distinguersi. Si esercita fisicamente violenza su qualcuno, per controllare tutti gli altri. Rispondere col silenzio, o con la reiterazione dei “distinguo”, pensando che sia possibile ancora una volta sfilarsi e sottrarsi, significa riconoscere che la violenza paga.
David Bidussa, storico sociale delle idee
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Le Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane appartenenti al gruppo Binah hanno emesso la seguente nota riguardo ai fatti avvenuti nel centro comunitario di via Cesare Balbo lo scorso 14 gennaio:
“Il clima comunitario incandescente vissuto nei giorni scorsi ci lascia sbigottite e preoccupate. La violenza verbale e fisica, gli scontri, la ripetuta presenza sulle pagine dei media è negativa e allarmante. La nostra Comunità è stata oltraggiata e offesa, e ne esce svilita e impoverita. Il dialogo costruttivo, la legittima e democratica risposta a provocazioni o posizioni anche non condivise sono la misura di una stimolante vita comunitaria, così come la libertà di opinione ed espressione, che devono essere garantite. Israele è la casa, gli ebrei la famiglia dove ognuno ha un’idea, dove si litiga, si discute e ci si scontra ma nessuno resta fuori dalla porta. Non esiste un solo modo di amare e difendere Israele, e non esiste quello giusto. I leader comunitari, gli educatori, così come ciascuno di noi, devono prendersi le proprie responsabilità e cambiare immediatamente tono e direzione di marcia. Non è ammissibile accettare o sollecitare divisioni, né tacere dinanzi alle stesse. Non possiamo permetterci uno scollamento. Non possiamo permetterci la perdita di un solo ebreo. Nessuno deve sentirsi isolato o calpestato per le sue idee, e mai più tollereremo attacchi personali, fisici o verbali. I valori fondamentali della religione ebraica ci impongono di reagire e trovare la via, se ancora possibile, per compattare gli animi di una Comunità: della nostra Comunità. Mai dobbiamo dimenticare che siamo responsabili l’uno dell’altro e che siamo sempre stati percepiti dall’esterno come un’entità coesa e unica. E’ questa la nostra forza, non ci indeboliamo”.
5 violenza
Penso che sia opportuno che qualcuno parli e affronti con autorevolezza il tema della violenza. Ciò che è accaduto nei giorni scorsi è il dominio della violenza e indica che non esiste nessuna muraglia (giuridica, istituzionale,…) che separa la democrazia da un sistema fondato sull’atto di violenza. Questo secondo tipo di sistema, non è quel mostro che minaccia dall’esterno la democrazia è, invece, l’indesiderato ospite che bussa di continuo alla sua porta. La violenza non è solo ira spontanea, è anche potere. È strumento funzionale ad assicurare l’ordine e il controllo sociale. Il suo obiettivo non è mai chi subisce la violenza materialmente, ma controllare psicologicamente il terzo, lo spettatore, quello che tenta di sfilarsi, di distinguersi. Si esercita fisicamente violenza su qualcuno, per controllare tutti gli altri. Rispondere col silenzio, o con la reiterazione dei “distinguo”, pensando che sia possibile ancora una volta sfilarsi e sottrarsi, significa riconoscere che la violenza paga.
David Bidussa, storico sociale delle idee
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“Sinistra e Israele”, forte tensione all’incontro
Animi surriscaldati, momenti di confusione,
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